Persian Pelican

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La musica che produco è un collage di tutte le mie passioni. Nei testi c'è un'attenzione molto forte ai rapporti interpersonali

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E’ atteso per il 19 aprile “Sleeping Beauty”, il terzo album di Persian Pelican il “One Man Band Project” di Andrea Pulcini (voce, chitarra e ukulele).  A questo disco hanno collaborato anche Marcello Piccinini (batteria e percussioni), Daniele Gennaretti (basso, chitarra, coro) e Paola Mirabella (coro, batteria).

La raccolta, co-prodotta da Trovarobato, Malintenti Dischi e Bomba Dischi, è composta da tredici canzoni che hanno come soggetto principale il “sogno lucido”.

Il nostro magazine ha il piacere di ospitare  il protagonista del progetto Andrea Pulcini.

Cominciamo dall'inizio, raccontaci i tuoi esordi...

Il progetto Persian Pellican nasce nel 2008 come One Man Band. Solo con voce e chitarra ho realizzato il mio primo disco dallo stile piuttosto intimista e oscuro. Successivamente mi sono trasferito a Barcellona per un paio d'anni, dove ho cominciato a suonare dal vivo con una band spagnola. Sempre in Spagna ho iniziato a scrivere il mio secondo disco “How to prevent cold”. Nel 2012 sono rientrato in Italia, a Roma, ed ho partecipato a diversi festival. Nel 2013 ho preso parte a “Liverpool Sound City”. Ascoli Piceno, mia città di origine, mi ha visto tornare nel 2015, quando ho iniziato a lavorare al mio terzo disco che vedrà la luce tra pochi giorni.

Sei italiano, ma canti in inglese. È una scelta di gusto o un'esigenza comunicativa?

Entrambe le cose. Il mio progetto musicale è nato in Italia ma ha avuto fin dall'inizio una vocazione europea. La maggior parte dei miei ascoltatori sono americani e inglesi. La musica che compongo guarda al folk d'oltreoceano, mi sembra naturale scrivere in inglese. È una lingua che mi facilita molto il lavoro, sia per quanto riguarda le sonorità che per quanto riguarda i testi. Non disdegno l'Italiano, ma da un punto di vista poetico preferisco l'inglese.

Tu canti e suoni sia chitarra che ukulele. Anche i musicisti che lavorano con te suonano più strumenti. Come mai questa scelta? Quali sono le difficoltà?

In realtà il fatto che un musicista possa suonare più strumenti facilita l'organizzazione dei concerti e aiuta a contenere i costi, cosa molto importante soprattutto nelle situazione economica attuale. Lavorando in questo modo bastano tre persone per far sì che il disco renda dal vivo come nella registrazione. Nell'album sono presenti molte chitarre elettriche che io ho riprodotto grazie alla loop machine. Con questo apparecchio si possono registrare suoni diversi che, come dei mattoncini, andranno a sovrapporsi per formare un muro sonoro sempre più grande...

Il tuo genere viene definito “un progetto di musica folk manipolata geneticamente in cui vengono miscelati  songwriting americano, indigestioni di cinema iraniano e melodrammi di Douglas Sirk, racconti di carattere onirico e di piccole depravazioni quotidiane”. Qual è il lavoro che devi fare per unire queste citazioni in un linguaggio espressivo nuovo ed originale?

La musica che produco è un collage di tutte le mie passioni. Nei testi c'è un'attenzione molto forte ai rapporti interpersonali; mi piace sottolineare soprattutto le dinamiche che guidano le relazioni. Non parlo degli argomenti classici del pop come gli amori strappalacrime, ma affronto le reali problematiche sentimentali che si verificano nella quotidianità.

Il  tuo primo album “These cats wear skirts to expiate original sin”, uscito nel settembre 2008, è stato definito “intimista e sorprendente, capace di trasportare l'ascoltatore in un trascinante spleen da cui è difficile liberarsi”. Che messaggio intendevi trasmettere quando hai scritto i brani?

È dipeso dal momento che stavo attraversando. Quando ho scritto il mio primo album ero in una fase piuttosto oscura della mia vita, le sonorità che mi rappresentavano erano tutte in minore. Il mio punto di riferimento era Matt Eliott, mi sono ispirato molto al suo sound dark e decadente.

Nel 2010 ti sei trasferito a Barcellona e al tuo rientro nel 2012 hai pubblicato il tuo secondo disco “How to prevent a cold”. In che cosa il soggiorno spagnolo ha influenzato il tuo modo di fare musica?

La permanenza in Spagna e le esperienze avute in quel periodo hanno fatto sì che tornassi ad essere più ottimista e che il mio modo di fare musica si alleggerisse un po'. Le canzoni del secondo disco hanno una forma più sintetica, molto vicina alla struttura della strofa-ritornello. Da un punto di vista strumentale ho deciso di inserire più chitarre elettriche per creare suoni psichedelici.

Veniamo ora al tuo ultimo album: “Sleeping Beauty” il cui leitmotiv è il “sogno lucido” come strumento per affrontare le paure e stimolare la creatività. Puoi dirci quali sono i pensieri che ti hanno ispirato...

La bella addormentata di cui si parla non è quella delle favole, ma è la creatività che dorme all'interno di ognuno di noi e va svegliata. Il focus del disco è il rapporto dell'uomo con i propri sogni, che non vanno intesi come allucinazioni ma come strumento per realizzare ciò che si vuole. Se credi fermamente in una cosa, attraverso il potere dei sogni puoi o farla avverare o, invece, capire perché è impossibile. Il pensiero di Jodorosky espresso nel libro “La danza della realtà” è stato per me di grande ispirazione e mi ha aiutato a creare un trait d'union che mettesse in relazione le tredici canzoni del disco.

Cos'è per te la creatività e in che modo può essere utilizzata per risolvere i problemi della vita quotidiana?

La creatività a mio parere è l'unica cosa che può salvarci dalla superficialità e renderci liberi. Durante le dittature la creatività era lo strumento politico e sociale con cui gli uomini potevano cambiare lo status quo. Per me la creatività è legata alla musica, scrivere canzoni mi aiuta a sentirmi vivo.

Il tuo disco è il prodotto della collaborazione di tre etichette. Perché hai preso questa decisione? Cosa comporta la collaborazione di più case discografiche?

Il disco artisticamente è stato creato da me, Daniele Gennaretti e Paola Mirabella. A livello produttivo invece la collaborazione delle tre etichette è nata un po' per caso. Finite le registrazioni ho contattato diverse case discografiche per chiedere se volessero aiutarci per la pubblicazione e mi hanno risposto in tre. Così, con il mio manager Damiano Miceli, ho deciso di farle lavorare insieme invece di sceglierne una sola. L'idea è piaciuta a tutte e tre le etichette, anche perché da un punto di vista economico è stato meno gravoso per tutti. Viviamo in un'epoca non troppo felice per la discografia indipendente e questo tipo di collaborazioni permettono di portare a termine più progetti. La difficoltà, se c'è, è quella di coordinare le diverse persone, ma basta trovare un modus operandi comune e la macchina agisce. Per me si tratta comunque del primo lavoro non auto-prodotto, quindi lo considero un grande successo. Spero che il disco abbia più visibilità proprio perché verrà distribuito da più case discografiche.

Porterai questo disco in tour? Sono previsti dei live?

Sì, la prima tappa sarà il 15 aprile all'interno dell'APF (Ascoli Piceno Festival). Prima dell'estate faremo altre date di presentazione in città come Bologna e Roma, ma la parte più rilevante del tour è prevista per settembre e ottobre.

Prossimi progetti, puoi anticiparci qualcosa?

Sto lavorando con Paola Mirabella ad un altro progetto musicale che si chiama “Vincent Butter”, si tratta sempre di musica folk, ma con declinazioni più tropicali. Stiamo registrando il nostro primo disco, puntiamo a finirlo entro l'anno.

Adriana Fenzi

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