Eugenio Ripepi

Eugenio Ripepi

Mi togliessero tutto ma non la musica: è il mio riferimento quotidiano

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Unfolding Roma incontra Eugenio Ripepi. Una breve presentazione non renderebbe giustizia alla biografia di questo artista a dir poco eclettico. Consegue il diploma di Attore di prosa presso la Scuola del Teatro Stabile del Veneto, una laurea in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo  presso l'Università di Genova, una laurea specialistica in Scienze dello Spettacolo. Inoltre è Dottore di ricerca in Arti, Spettacolo e Nuove Tecnologie all’Università di Genova e cultore della materia di Storia del Teatro. Pubblica l'album musicale “La buccia del buio”, di cui i singoli estratti, trasmessi in rotazione su Isoradio Rai, network nazionali e radio private, occupano le prime 25 posizioni della classifica nazionale indipendenti. E poi ancora: il 45 giri di Canzone Sociale “Operaio alla catena di montaggio”, i libri "La luce scalza" e "Eredi del punto su tele di carne" (Ennepilibri), il saggio "La drammaturgia musicale-teatrale di Gian Piero Alloisio" (Edizioni Pagina). Dirige la collana di saggistica "I Mestieri dello Spettacolo" per Edizioni Zem: all’interno troviamo i suoi due libri "Scritti in festa per Eugenio Buonaccorsi" e "Canzone Teatrale di Piero Ciampi".
Ottiene la speciale menzione nel concorso letterario nella sezione Testo-Canzone, e il Premio per la Cultura e lo Spettacolo nell’ambito del decennale della testata Sanremo News da Pepi Morgia come “Personaggio che ha segnato negli ultimi dieci anni la storia della Riviera Ligure”. È regista di diversi allestimenti e direttore artistico di stagioni di spettacoli, fra cui lo Spazio Calvino ad Imperia, oltre ad essere coordinatore delle attività culturali del Dams di Imperia. Al Dams ha tenuto laboratori di recitazione, e attualmente insegna teatro nelle scuole primarie e secondarie del Ponente Ligure.
In questa intervista, nella quale vengono trattati svariati temi e da cui nascono molti spunti di interesse, si inizia dalla sopracitata opera  "La canzone teatrale di Piero Ciampi”: un omaggio alla figura di uno dei cantautori più importanti nella storia della musica italiana. Nell’opera, Eugenio Ripepi riporta e analizza i versi di quello che secondo molti cantautori è "il più poeta di tutti noi".

Come nasce la volontà di raccontare la figura di Piero Ciampi?


Non è una volontà, ma una casualità. Lavoravo con la figlia di Giuseppe De Grassi. Mi regalò un libro, “Maledetti amici”, e visto che sono un cantautore, mi consigliò di conoscere e approfondire la figura di Piero Ciampi. Dopo la lettura del libro, è sbocciato l'amore. Ho poi ampliato con il libro in cui Enrico De Angelis ha raccolto tutte le poesie e da quel momento l'amore per Ciampi non è più finito.


Quanto ha influito Ciampi nella sua musica?


Non ha influito sulla mia musica. Il mio è stato uno studio sui contenuti, mi ha fatto piacere scoprire che esistono tanti poeti, alcuni emarginati. Ciampi ha influito sulla mia concezione di vedere la vita e sul mio modo di scrivere testi.


Nel libro scrive che Ciampi è nato "troppo presto" musicalmente parlando. Lei si sente nato nell'epoca giusta della musica?


Assolutamente no. Non sono nato nell'epoca giusta della musica e lo stesso vale per tutti gli altri cantautori della nostra epoca. Attualmente la discografia intesa come industria non c'è: i cantautori che vogliono scrivere dei contenuti per poi essere fruiti dal pubblico non hanno possibilità. Nessuno giustamente è intenzionato a produrre qualcosa che non venderà e che non è più mercificabile. La società di adesso è l'opposto del pensiero “ciampiano".  Sono stato invitato a partecipare ad alcuni scempi e non ci sono voluto andato. E' questione di mercificazione,:si può mercificare fino a un certo punto. Meglio fare altro e mantenersi puri in quello che si vuole trasmettere. Nel giorno in cui non ci sarai più conterà ciò che rimane, e quello che rimane ti rispecchia: se fai scelte sbagliate quelle scelte rimangono per sempre. E' una cosa sacra quello che si è, e tramite questa intervista ho la possibilità di poter affermare queste cose.  Le scelte che si fanno sono fondamentali, bisogna avere il coraggio di portare avanti le proprie idee senza compromessi: così come Ciampi e Van Gogh per riallacciarmi al filo conduttore dell'intervista.


Cos'è per lei il teatro-canzone?


“Quanto tempo e spazio abbiamo? (Ride, ndr). Io studio il teatro-canzone come disciplina. Il mio sforzo è quello di cercare di fondare questa disciplina come accademica. Il teatro canzone è un'idea unitaria in cui la prosa è figlia della drammaturgia musicale: un tessuto di contenuti, in cui le canzoni espongono le tesi della prosa, così come facevano Gaber e Luporini. Non basta portare una chitarra  sul palco e prendere pezzi di poeti e di canzoni: questo non ha nulla a che fare con il  teatro-canzone.

Ha una grande varietà di stili musicali: a chi si ispira?


Non ho ispirazioni fisse. De André mi ha formato prima che morisse e prima che venisse proclamato "santo”, come dice giustamente Gino Paoli. Non amo queste santificazioni una volta avvenuta la morte dell'artista. Anche il Il Britpop degli anni ’90 e i Verve mi hanno influenzato, ma non faccio una canzone simile a quella di De André o a quella dei Verve, sia perché non ci riuscirei, sia perché sarebbe ridicolo. I riferimenti si perdono e si mescolano in questa varietà di stili.


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La musica per Ciampi è stata un'ancora di salvezza, in cui poter sfogare tutto quello che si prova. Sente anche lei questo rapporto con la musica?


Sì, lo sento anche io. Forse per Ciampi, visto che era vangoghiano era contemporaneamente nichilismo ma anche una catarsi. Per me è l'unica cosa che conta nel quotidiano: mi togliessero tutto, ma non la musica. E' il riferimento di tutto ciò che mi accade.

Uno dei topoi ricorrenti per Ciampi è lo struggimento d'amore. Concorda che sia più facile raccontare e comporre quando si è tristi piuttosto che felici?


“Assolutamente sì, è un topos. Mi raccontava Giampiero Aloisio che, quando lavorava con Guccini scrivendo insieme, Fantini era solito commentare: "Francesco è triste in questo periodo". La risposta poteva essere solo una "Meglio se è triste, così produce".


Ha tutte le carte in regola per essere un artista”: quando ha sentito sua questa frase?


Quando ho pensato che era più facile parlare con dei senzatetto che con dei borghesi pensanti che giudicavano la mia vita.


È vero, come diceva Ciampi, che “artista” fa rima con “egoista”?


E’ vero: è un'altra lezione di Gino Paoli, me l'ha sempre detto. Ad un certo punto bisogna chiudersi e mandare tutti a quel paese. Bisogna chiudersi per creare necessità di silenzio, per buttare giù tutto quello che si ha dentro istintivamente, facendosi travolgere per non perderlo. L’egoismo creativo è chiudersi e creare: non ci deve essere nessun altro intorno a te.


Quanto è cambiata la figura del cantautore nel corso dei decenni?


E’ una figura che sta vivendo una grande crisi poiché l'intrattenimento televisivo cerca altro: ad esempio la suora che canta, il gioco della regia nel mostrare le facce dei giudici. Il talento e la canzone non contano quasi nulla in questo momento: si salvano pochissime epifanie, come Mannarino che ha la mia stessa età. E' un artista che riesce a produrre contenuti senza essere passato attraverso i reality, e che ha vinto il premio Tenco nel 2009. C'è veramente poca roba in giro, tutti pensano di poter esprimersi in un minuto ma un vero artista è consapevole che questo sia impossibile.


L'11 aprile è stato il nono anniversario della scomparsa del grande Sergio Bardotti. Un suo ricordo?


E' la storia della musica. E' tra gli inventori del Concept album, una scelta diversa e interessantissima a livello discografico. Bardotti decise di dare sfogo a questa idea insieme a De Andrè e Piovani. Senza Bardotti poi, non ci sarebbe Dalla: l'ha scoperto lui. Il testo di "Piazza Grande" è stato scritto proprio da Bardotti assieme a Gianfranco Baldazzi, un afflato verso la vera arte. Bardotti è stato il massimo, una delle punte più eccelse della musica italiana. Sono personaggi di cui si sente la mancanza,  e fa male parlare di lui pensando alla povertà dell' attuale panorama musicale.

Secondo lei la musica è finita?


No, è finito il coraggio, e se non si ritrova, la realtà rischia di fermarsi seccarsi e cadere. La purezza e` l'unica strada a costo della vita. Anche i martiri sono morti per la propria fede.

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Lei canta "Un ritratto di foglia e di paglia". Da dove nasce questa immagine?


Foglia sta ad indicare gli occhi verdi, la paglia, i capelli biondi. La canzone racconta di una ragazza con cui ho condiviso un momento, che per lei era una fuga verso la libertà e che in realtà si è rivelato uno stop che l'ha riportata alla vita normale, molto più arida, lontana dal nichilismo creativo e dall'egoismo contagioso che può distruggere.


Cos'è per Ripepi "Come l'acqua ad un'aiuola"?


Un “panta rei”, tutto scorre. Attraverso l'acqua scorre un'immagine di un sentimento che possa adagiarsi e fondersi con un'altra persona, in naturalezza e senza fatica.


Progetti futuri?


Ho molti progetti. Sta per uscire un duetto con Chiara Ragnini e in estate il mio prossimo disco. A breve il via della stagione di  "Spazio Calvinno" di cui detengo la direzione artistica del teatro, che gestisco in qualità di direttore delegato tecnico artistico per la società promozione dell'università di Imperia. Ho il compito di orgnanizzare una stagione di eventi di cinema, teatro, musica e letterattura. Inoltre per la prima volta ad Imperia una puntata del Tenco Ascolta con la partecipazione  presidente del Tenco Enrico De Angelis. L'ospite speciale sarà Zibba. Continuo a presentare oltre al disco e alla "Canzone teatrale di Ciampi", anche il "Carnnet del carnefice", una raccolta di componimenti poetici. Infine, sono impegnato in attività  cinematografiche per un'importante produzione italo-inglese, e diversi altri progetti che però al momento non posso svelare.

Fabio Pochesci

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