Sotto Il Rossetto

Accettare nel profondo nel nostre debolezze rivela il nostro grande coraggio e la profondità delle nostre anime

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Incontriamo quest’oggi il cast di Sotto il Rossetto, opera teatrale scritta e diretta da Matteo Micci.

Dalle note del piano di Tori Amos, la storia di sei donne, sei anime che al contempo sono una donna sola. Il volto delle sei anime sono Angela Telesca, Giulia Placido, Federica Tartaglia, Alessandra De Angelis, Beatrice Messa e Matteo Micci.

Matteo, iniziamo da te. Questo testo teatrale è ispirato da una storia vera. Cosa ti ha spinto a scrivere e quindi portare in scena questa storia?

Trent’anni fa si è consumato un atto atroce: una violenza sessuale ai danni di una grande donna, una donna che in risposta a questo tragico evento ha trovato la forza di trasformare il suo dolore in arte sublime. Questa donna è Tori Amos, una musicista, un’anima profonda che non esito a chiamare musa ispiratrice. È attraverso i suoi testi che ho viaggiato nell’universo femminile, ho esplorato vite parallele e aperto gli occhi su ciò che mi circonda. E mi sono detto, se l’ha fatto lei possono farlo anche altre donne: possono operare quella trasformazione che le emancipi dalla sudditanza agli stereotipi, per trovare quella forza che rende liberi, e rende grandi. Se il mio spettacolo avrà operato anche un solo cambiamento positivo negli spettatori, potrò ritenermi un uomo contento.

Storie di donne in bilico tra riscatto ed ossessioni. Come hai affrontato questo viaggio nell’universo femminile?

Tori è senz’altro stata una lanterna che ha illuminato il mio percorso. Dopodiché, devo essere onesto, non ho fatto altro che affacciarmi all’abisso: le donne di cui racconto esistevano già, erano già lì. Ho aperto la finestra, le ho fatte entrare; e loro sono entrate, e hanno parlato. Oggi, davanti a tutti, grazie alle splendide attrici che hanno aderito al progetto, possono addirittura vivere e parlare al mondo intero. Se questo non è un miracolo!

Interpreti l’Animus, personaggio ambiguo tra uomo e donna. E’ stato difficile calarsi in questo ruolo?

È tuttora difficile. Non è stato facile dargli spazio – innanzitutto per l’energia che ho riversato nel dirigere le ragazze e i loro personaggi. Quando a un tratto mi sono accorto che quello indietro ero io, ho dovuto recuperare: e allora è cominciata la lotta. L’Animus – la parte maschile annidata nella donna – è anche Anima, ossia la parte femminile dell’uomo. Un personaggio scomodo, che parla di verità scomode; due metà in conflitto tra loro, ma che convivono e soffrono dello stesso conflitto che l’umanità rispecchia. Ogni volta che lo interpreto mi sento come un campo di guerra: un arbitro in mezzo a due bestie ferite, pronte a prevaricare una sull’altra. Un’esperienza straniante.

Sotto il Rossetto è in concorso alla I^ edizione della rassegna Skenè al Femminile…

È proprio così. Quando ho proposto a Carlo Dilonardo il mio testo – il mio primo testo teatrale – non immaginavo davvero che sarebbe stato considerato. Si è sempre ipercritici nei confronti di se stessi e delle cose che si fanno. Trovare persone che ti restituiscono fiducia ed entusiasmo è rivoluzionante: ti dà la dimensione del tuo mondo, la possibilità di sdoganarlo dal guscio intimista in cui vive e lanciarlo nel più grande mare del pubblico, dell’esperienza condivisa. Lo dico seriamente: comunque vada la rassegna, per me e per il mio primogenito, “Sotto il Rossetto”, aver partecipato è già di per sé una vittoria.

Come dicevamo, altre sfaccettature dell’animo femminile, sono rappresentate in scena da cinque bravissime attrici: Alessandra, Giulia, Angela, Federica e Beatrice. Raccontateci il vostro ruolo.

Alessandra: Interpreto una professoressa, che abbiamo chiamato Annacarla Grimildi (nome spaventoso eh?). Incarna la donna edotta, che vive in funzione dei propri allievi e che ha dedicato l’intera vita a crescere i figli degli altri. Una donna che sotto il rossetto nasconde la paura di generare, di essere donna e madre: paura che di riflesso riversa sui suoi studenti (e sul pubblico), per averne il controllo.

Giulia: Interpreto una donna che è molte cose: è una madre, è una prostituta, è orfana di sua figlia. È un personaggio che non si esita a descrivere come “inetto”. Rappresenta il fallimento della donna, la vittima degli eventi: Sofia – questo è il nome che le ho dato – è l’incarnazione della sofferenza di coloro che non sono state capaci di prendersi la responsabilità della propria vita, e conseguentemente di quelle dei propri figli.

Angela: Interpreto Suzanne, una bellissima donna sulla quarantina. Intelligente, colta. Ha un marito affascinate e facoltoso, una casa invidiata dalle amiche. La sua vita sembra felice ma nella sua enorme villa si cela il dramma personale della solitudine. Una profonda, lunga solitudine. Vittima dei ripetuti tradimenti dell’unico uomo che abbia mai amato e per il quale si è annullata dimenticando se stessa. Il suo dolore è dignitoso e soffocato nell’ipocrisia, finché, con un atto rivoluzionario, Suzanne si riscopre.

Beatrice: Il mio personaggio l’ho chiamato “Giorgia”. È l’amica abbandonata, quella che forse siamo state tutte almeno una volta. Quando un affetto grande ci lega a un amico, una voce in noi grida spesso “per sempre!”. Ma quel “per sempre” spesso si scontra con bivi, incidenti, cambiamenti. Crescita. Non è sempre facile rapportarsi al cambiamento. Specialmente quando a soffrire per questo è il nostro bambino interiore.

Federica: Io sono “Agata” sul palco: una mamma tuttofare, madre dei suoi figli, di suo marito, della sua stessa madre. Tranne che madre di se stessa. Una donna estremamente reale, in ogni famiglia ce n’è almeno una.

Questa opera teatrale è una miscela di sofferenze ed ironie. Quali emozioni vi ha lasciato?

Alessandra: In ognuno di questi monologhi ciascuna di noi ha trovato una parte di sé, parti diverse di una stessa donna che abbiamo sperimentato in qualche modo nella nostra vita. Rappresentare la Prof Grimildi mi ha divertito molto: incutere terrore prendendo al contempo in giro questi sordidi ignorantelli degli alunni/spettatori è stato un piacere unico. Credo si chiami "sadismo"...

Giulia: Non è stato facile accettare la profonda ferita che Sofia si porta dentro. È molto facile giudicare la sua inettitudine, molto difficile accettare la sua storia. Interpretandola ho voluto in qualche modo darle una seconda possibilità, riscattarla e offrire al pubblico quella gioia che in qualche modo le appartiene ma che la vita gli ha privato. La sua storia mi ha arricchito l'anima.

Angela: Tante, troppe. Tutte. Emozioni che appartengono e accomunano: paura, terrore di fallire, di essere inadatta, orgoglio, tenerezza, sofferenza, dolore, tanto dolore, tanto amore, esagerato, malato, esasperato. Ripiegamento in se stessi. Il lavoro sul personaggio ha voluto che scoprissimo, ricercassimo, esplorassimo le emozioni dei nostri personaggi. Non è stato facile scendere nel buio di noi stesse. Riaprire quelle ferite.

Beatrice: Il senso di appartenenza di Giorgia è un sentimento che mi tocca molto da vicino: lei elabora un'amicizia finita come se fosse un grande vuoto dentro, psicologicamente si tratta di un lutto, lo stesso vuoto che proviamo quando perdiamo una persona cara o per un amore finito. Scavare in questi sentimenti, andare ad acchiappare (letteralmente) quel dolore è qualcosa che aiuta a metabolizzare anche una ripresa personale, una consapevolezza di sé, un'indipendenza. Molto spesso le donne, purtroppo, cadono nella dipendenza da qualcuno e il logorìo che ne deriva è un dramma indescrivibile.

Federica: C’è qualcosa di Agata in me, senza dubbio. Ma guardando anche gli altri personaggi sono arrivata a dirmi la stessa cosa: c’è qualcosa di ognuna di queste “essenze” femminili in me. Averlo scoperto mi ha fatto riflettere. Si dice che si recita per evadere da se stessi, vivere altre vite, altre esistenze. In questo spettacolo, mi sembra invece di star recitando per tornare dentro me stessa.

Da sempre è la donna ad essere protagonista, suo malgrado, di soprusi di ogni genere per essere poi definita paradossalmente il “sesso forte”. Cosa ne pensate?

Alessandra: Sì. E no. La donna è vittima, ma può al contempo trasformarsi in carnefice a contatto con la società patriarcale: una società che spinge al conflitto piuttosto che all'armonia. Il bello di questo spettacolo è stato proprio il poter esplorare tutti questi aspetti, superando gli stereotipi, e poterli far vivere, metterli in scena. Dar loro un volto, una voce.

Giulia: Penso che la donna sia il sesso forte per il solo coraggio che ha di affrontare i soprusi e cercare in qualche modo il suo riscatto, la sua felicità, la sua libertà. Siamo oggetto di grandi difficoltà e sacrifici ma essere consapevoli della nostra grande forza femminile è la nostra vittoria come genere umano.

Angela: I soprusi non sono finiti. I femminicidi aumentano e le violenze e gli abusi sono il mostro dietro l’angolo. “Sesso forte”, sì, per necessità. La donna è il sesso che necessita di più forza, di più tenacia e determinazione per tenere a bada le proprie fragilità, la propria frammentarietà, i mille ruoli che la società le impone contemporaneamente: donna, madre, moglie, amante, amica, professionista. È solo la forza ciò di cui necessita per tenere tutto insieme senza fallire. Questa è la sola definizione che posso dare a “Sesso forte”.

Beatrice: La forza delle donne, soprattutto in questo momento storico in cui di certezze ce ne sono poche, anche sotto il profilo affettivo, è il coraggio di ricominciare da zero. Non credo sia da tutti. Non è per denigrare l'uomo ma, la donna ha questo qualcosa in più, ha una maggiore capacità di adattarsi alle situazioni, qualunque esse siano.

Federica: Vorrei poter pensare che non è per le violenze che subiamo che siamo il “sesso forte”. Siamo forti perché abbiamo, spesso, il coraggio di essere noi stesse. Siamo forti perché siamo nate per essere portatrici sane della nostra responsabilità: di generare, di nutrire, di supportare (e sì, anche sopportare).

 

Con Sotto il Rossetto, c’è un messaggio che volete lanciare al pubblico femminile e non solo?

Alessandra: Certamente sì. È un privilegio poter dare un messaggio tramite questi archetipi, la possibilità di restituire ad alcune donne il proprio volto, al contempo dando la possibilità di viverne altri che non hanno avuto la forza o il coraggio di far emergere. Poter redimere le parti di sé che soffrono, integrandole con tutte le infinite altre facce che convivono nel nostro intimo. Volti femminili, che però si trovano anche annidati nell'animo maschile, proprio come quella parte dell'uomo che vive anche in tutte noi donne. Occorre cercare l’integrazione armonica con tutti gli aspetti del Sé. Non siamo mai una cosa sola: come i diamanti, abbiamo molteplici facce, molteplici possibilità. È questo che ci fa brillare.

Giulia: Diverse donne, diverse vite, diverse storie ma tutte fanno parte di uno stesso volto umano perché la donna conserva in sé tante sfaccettature, tante sofferenze. Questo è il messaggio generale dello spettacolo. Personalmente vorrei far capire al pubblico femminile che accettare nel profondo le nostre debolezze rivela il nostro grande coraggio e la profondità della nostra anima. E far capire al pubblico maschile il profondo rispetto che meritiamo.

Angela: Vivere il dolore fino in fondo, non per sprofondare ma per Reagire. Scoprire che oltre quel dolore, oltre la difficoltà di essere donna, c’è l’orgoglio e la gioia di scoprire di essere così meravigliosamente tutto, estremamente tutto, nella forza generativa, nelle emozioni, negli errori. Vivere a pieno il nostro tempo e ciò che siamo orgogliose di essere: Donne.

Beatrice: Sì: qualunque sia la situazione che si sta vivendo, avere il coraggio di ripartire da se stessi.

Federica: Vorrei che le persone, gli uomini e le donne, capissero che il conflitto interiore non è altro che la dimostrazione della nostra profonda ricchezza. Abbiamo tutto dentro di noi, è chiaro che alcune parti talvolta collidano: possiamo vederlo come un problema, oppure come una possibile fonte di saggezza. È ciò che decidiamo di fare di noi stessi che fa la differenza.

Sara Grillo 

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