No Hay Problema

No Hay Problema

“Quando la musica suona, suona”: anche se non sei nelle condizioni ideali devi comportarti da musicista vero e andare avanti… poi sarà la gente a trasmetterti l'energia per continuare.

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È uscito il 21 aprile “Quando la Musica Suona”, il secondo album della band palermitana “No hay problema” composta da Irene Lentile (voce), Marco Faldetta (basso e contrabbasso) e Lucia Lauro (percussioni).

Il disco, che arriva a tre anni di distanza dal precedente, è caratterizzato da una grande varietà di forme musicali e di testi: dal jazz all’elettronica, dalla ballata alla ninna nanna. Nei testi si parla d'amore, di musica e di problematiche sociali, ma sempre in maniera ironica e scanzonata, ricorrendo ad arrangiamenti essenziali e a sonorità minimali.

Il nostro magazine ha il piacere di ospitare la percussionista Lucia Lauro.

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Cominciamo dall'inizio: come è nata la band? Quali sono stati i vostri esordi?

Siamo nati nel 2010 come band che faceva cover. Inizialmente i miei due compagni Irene e Marco facevano parte di una band molto più grossa, di sette elementi. Quando sono arrivata io già la band si era ridotta ed eravamo in quattro. Poi una sera il nostro pianista ci ha abbandonato poco prima di un concerto e noi abbiamo comunque deciso di andare a suonare. Da allora siamo rimasti sempre in trio. Non è stato facile, perché talvolta senza pianoforte manca un elemento armonico, ma noi l'abbiamo presa come una sfida che pensiamo di aver vinto.

Siete italiani ma avete un nome spagnolo. Come mai?

“No hay problemas” è il titolo di un pezzo strumentale jazz che noi suonavamo sempre come primo brano dei nostri concerti. Poi è una frase che ci rappresenta molto, perché siamo tutti e tre portati all'ironia e abbiamo il desiderio di prendere le vita con un po' di leggerezza. Ci differenziamo dallo standard dei musicisti che spesso sono un po' tetri. Una volta hanno chiesto ad un cantautore storico italiano, ora non ne ricordo il nome, perché scrivesse sempre canzoni tristi e lui ha risposto: “Perché quando mi voglio divertire esco”. Questa non è la nostra idea… Noi vogliamo divertirci anche quando scriviamo canzoni.

Nel 2010 vi siete presentati al pubblico come “cover band” e solo nel 2013 avete pubblicato il vostro primo album. Cosa è successo durante quei tre anni? Cosa vi ha spinto a voler comporre canzoni vostre?

Ad un certo punto ci è venuto il desiderio di fare un cambiamento profondo. Ci siamo detti che volevamo fare della musica la nostra professione, dato che il nostro trio funzionava e la gente cominciava a seguirci sempre più. Spesso durante le prove ci siamo trovati ad improvvisare della musica nostra e alcuni brani ci sono piaciuti, così abbiamo trovato l'ispirazione per fare il nostro primo disco che, essendo molto legato alla nostra storia di cover band, è molto eterogeneo. Noi abbiamo sempre cantato in quattro lingue, italiano, inglese, spagnolo e francese, e abbiamo mantenuto questa pluralità espressiva anche nell'album. La differenza tra i due album è che nel primo abbiamo lasciato separate le nostre differenti ispirazioni musicali, mentre nel secondo le abbiamo fuse insieme.

Il vostro secondo disco “Quando la Musica Suona” è auto-prodotto. Come mai questa scelta? Lo avete deciso a priori o ci sono stati problemi con le case discografiche?

Per quanto riguarda la produzione abbiamo deciso da subito di lavorare per conto nostro perché volevamo essere più liberi. Per quanto riguarda la distribuzione avevamo avviato dei discorsi con alcune etichette, con cui però non è stato possibile trovare un accordo dopo che l'album era già stato auto-prodotto, in particolare in un genere come il nostro che è un po' fuori dai canoni discografici del momento.

Il vostro genere musicale è un mix di influenze diverse: jazz, musica elettronica, canti tradizionali, ritmi cubani, ecc... Come riuscite a fondere tutte queste sonorità?

Noi tre siamo una fusione di diverse anime musicali: io nasco come percussionista di musica latino-americana, Marco viene dal Jazz e dal Funky e ha studiato prevalentemente in in Inghilterra e Irene, invece, è una cantante che fa musica da camera, quindi è legata alla chanson francese e ai cantautori italiani. In alcune canzoni di questo album abbiamo mescolato le nostre influenze. Ad esempio “Maledetta Autonomia” ha una parte più latina e una più ska. Quello che abbiamo cercato di fare in questo disco è stato mettere insieme diverse sonorità in uno stesso brano invece che differenziarle canzone per canzone. Noi sentiamo che questo finalmente è il nostro sound.

Il brano che dà il titolo all'album “Quando la Musica Suona” invita a vivere la musica con semplicità. Come mai avete scelto di dare questo messaggio? Pensate che i musicisti si prendano troppo sul serio?

Un po' sì. Questa canzone è nata in seguito ad un episodio particolare. Un giorno siamo andati a suonare per un festival palermitano ed è successo di tutto: non funzionava l'impianto elettrico, c'era un vento fortissimo, perciò a Irene volavano via i fogli dello spartito, abbiamo dovuto collegare il basso di Marco ad un amplificatore a batteria assolutamente provvisorio, che faceva un suono gracchiante. Però ci dispiaceva non suonare per niente e lasciare il pubblico a bocca asciutta, così abbiamo improvvisato qualcosa che è piaciuto tantissimo. Mentre tornavamo a casa mi risuonava in testa questa frase “quando la musica suona, suona”: anche se non sei nelle condizioni ideali devi comportarti da musicista vero e andare avanti… poi sarà la gente a trasmetterti l'energia per continuare.

“Il Punteruolo Rosso” è una canzone di denuncia dove il “punteruolo” incarna metaforicamente tutti i mali della società. Cos'è per voi il punteruolo?

Il punteruolo è la Mafia. La nostra generazione è figlia dell'epoca delle stragi, quindi ha vissuto il problema in prima persona. Invece i ragazzi di oggi non sentono più la necessità di un impegno civico contro una Mafia che è molto più silenziosa, ma è come un “punteruolo rosso” per l'appunto, un virus che mangia dall'interno, perché è presente anche nella politica e nell'economia e per questo è ancora più pericolosa. Quindi a modo nostro, con un po' di ironia, volevamo raccontare come noi vediamo i fatti che accadono nella nostra città, che sono per noi abbastanza chiari e che continuano a distruggere la società dall'interno.

“Maledetta Autonomia” invece esplora la condizione di chi ritrova la serenità dopo la fine di un amore. È davvero ancora difficile pensare che si possa stare bene anche da soli? La condizione di single è vista come qualcosa di negativo anche nel 2016?

Sì, è difficile pensare che una donna possa star bene da sola anche nel 2016. Poi viviamo in un'epoca social, in cui si pensa che il dolore debba necessariamente essere manifestato platealmente. In qualunque contesto, non solo quello intimo, tutto ciò che non viene condiviso è come se non esistesse. È un brano autobiografico che ho scritto in un momento in cui mi era finita una storia importante, mi dispiaceva un po', ma stavo bene e nessuno lo capiva, né mia madre, né i miei amici... Anzi mi è stato addirittura detto che se non soffrivo tanto era perché probabilmente la mia storia non era finita veramente. Alla fine ci ho scritto una canzone perché trovavo la situazione molto divertente...

La canzone “Chiara” parla dell'amicizia tra donne. Cos'è che più caratterizza questo tipo di rapporto? In cosa è diversa dall'amicizia tra uomini o tra un uomo e una donna?

Credo che la cosa più forte dall'amicizia tra donne sia la capacità di sentirsi, di cogliersi oltre le parole. Anche qui ti racconto un aneddoto divertente. Io e Marco, il bassista, siamo molto amici, quasi fratelli. Quando stavo passando un periodo piuttosto difficile Marco un giorno mi ha detto: “Lu, perché quando stai male parli con Irene e non con me?” Non me lo chiedeva come una rivendicazione, ma per semplice curiosità. Io gli ho risposto che, se avessi parlato a lui dei miei problemi, lui avrebbe saputo rispondermi solo: “Dai andiamo a prenderci una birra”; invece se lo dicevo a Irene, lei mi rispondeva: “Sì, mi sono accorta che sei giù, cosa è successo?”. Un uomo intellettualmente può anche andare oltre il “prendiamoci una birra”, ma emotivamente non ce la fa. È questa la principale differenza: tra uomini o tra un uomo e una donna è tutto molto più asciutto, più sbrigativo. Le donne invece, quando sono tra loro, hanno più bisogno di parlare, di sviscerare l'argomento e di trovare quello sguardo di comprensione anche senza le parole.

“Piccolo Trolley” invece è la leggenda tragicomica di una valigia che, rimasta incustodita, viene fatta saltare in aria dagli artificieri. Come mai abbiamo così paura? Ci è davvero sfuggito il controllo?

Sì, abbiamo troppa paura! Io vivo in una città in cui l'emergenza sbarchi è all'ordine del giorno e posso dire con certezza che stiamo veramente perdendo il controllo. “Piccolo Trolley” è una metafora per raccontare come la paura di chi è diverso da noi, dagli immigrati agli omosessuali, ci spinge spesso a compiere dei gesti assurdi e completamente disumanizzati. Per registrare “Piccolo Trolley” avevamo bisogno di un coro di voci bianche, quindi abbiamo coinvolto un gruppo di bambini a cui abbiamo parlato del testo della canzone: loro sono rimasti pietrificati dal fatto che nessuno avesse pensato di aprire il trolley invece di farlo saltare in aria.

Porterete questo disco in tour? Sono previsti dei live?

Sì, stiamo già lavorando per organizzare un tour in tutta Italia. Cominceremo quest'estate, penso dalla Calabria, e poi risaliremo anche al Centro e al Nord. Crediamo molto in questo album, quindi vogliamo portarlo in giro tanto.

Che consiglio daresti ai giovani che si avvicinano ad una carriera musicale?

Innanzitutto io penso che non esista un'età giusta per cominciare a fare musica, quindi anche se una persona non più giovanissima sente di volersi avvicinare alla musica deve farlo. E poi un consiglio che darei sicuramente è quello di non scrivere e suonare un certo tipo di musica solo perché è quella che discograficamente vende. La bellezza e la soddisfazione di suonare quello che ti piace e di vedere la gente che reagisce alla musica che scrivi perché è sentita e c'è dentro qualcosa di tuo è molto superiore alla possibilità di avere qualche mese di popolarità. La sensazione che si prova è impagabile ed è una cosa che io consiglio sempre.


Adriana Fenzi

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