Le Hibou

Le Hibou

Il gufo è un animale preistorico, che ci osserva dall’alto, come se cercasse di mantenere le distanze per poter valutare e comprendere al meglio la realtà in maniera distaccata.

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Lo scorso 29 Marzo è' uscito il nuovo ep dei Le Hibou dal titolo Mirrors: dopo anni passati a sperimentare soluzioni strumentali al limite dei confini armonici, la band si presenta ora con un prodotto più conciso e diretto. Il sound intenso e le composizioni ispirate danno al progetto un tono più maturo e internazionale.

Gli arrangiamenti frizzanti e la dichiarata intenzione di mantenere intatta l’ispirazione creativa rendono il progetto molto fluido e allo stesso tempo intimo e delicato. I contenuti e i testi sono molto autobiografici e rappresentano una riflessione profonda su alcuni temi come “la ricerca di sé stessi”, “la paura di affrontare i cambiamenti”, “il non sentirsi adeguati” e “il particolare rapporto con alcuni pensieri ed emozioni”. Da qui il titolo Mirrors, ossia “specchi che riflettono particolari sfaccettature della realtà in base alla loro inclinazione”.

È qui con noi Simone Napolitano, chitarrista della band.

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Benvenuto su Unfolding Roma, e grazie per averci concesso l’intervista! A marzo è uscito il vostro nuovo ep Mirrors, che segna un brusco cambio di direzione rispetto alla vostra produzione passata. Qual è stata l’emozione che avete provato nel realizzare questo nuovo album?

Grazie a voi! Veniamo da due anni di inattività; per noi, Mirrors è stato un ritornare in pista, con moltissime motivazioni. Il valore aggiunto di questo nuovo ep è stata la nostra voglia di metterci in discussione: da un contesto progressive, abbiamo cercato nuovi suoni frizzanti, moderni. È stata sicuramente una grande sfida, che ci ha regalato molte soddisfazioni.

Mirrors rappresenta una svolta per voi: un ritorno ad un sound più diretto, pulito e lineare, ma anche alla genuinità e alla spensieratezza dei vostri primi concerti. Da dove nasce questo bisogno di un ritorno alle origini?

Ti racconto la mia esperienza personale, che però testimonia quella del resto della band: mi sono avvicinato alla musica come fan dei Beatles, ma, a causa di una serie di motivi e di circostanze, ho finito per allontanarmi da questo genere, a cui sono molto legato. Spesso, sei costretto ad abbandonare ciò che ti piace, rimanendo intrappolato in una serie di cliché. Questo finisce per essere un limite, perché ti blocca a livello artistico. Questi due anni di inattività ci sono serviti per fermarci, riflettere, guardarci intorno e interrogarci su quale strada avremmo dovuto intraprendere.

Come definiresti la vostra musica? C’è un genere a cui vi ispirate maggiormente?

A dire il vero, non saprei… La nostra band cerca, nei suoi singoli, di lavorare sull’evoluzione del pezzo: si inizia in un modo, si finisce in un altro, magari totalmente differente. Con Mirrors, abbiamo voluto ritornare allo stile dei Beatles, sebbene la propensione originale del progressive rimane, anche se in maniera più psichedelica. Sicuramente, si tratta di un sound meno tecnico, magari, ma più emotivo, più istintivo. Ecco, forse potrei applicare la definizione di pop per descrivere la nostra musica, ma non quello commerciale, quanto quello più ricercato, progressivo, rock.

Voi siete una band che ama molto sperimentare. Lo si avverte subito ascoltando le canzoni di Mirrors: l’album contiene, infatti, quattro brani molto diversi tra loro. Partiamo con il primo, The House of Mirrors, in cui la distorsione della chitarra elettrica genera un sound allucinante, quasi psichedelico…

Questo singolo è stato quello che ha fatto da traino per l’intero ep. Siamo riusciti a ripercorrere una linearità non ripetitiva: se si ascolta con attenzione, si nota che in ogni strofa c’è un elemento sonoro in più rispetto a quella precedente, che aumenta o stravolge completamente il significato sonoro del pezzo. Per di più. The House of Mirrors è l’ultimo brano che abbiamo registrato in studio: è quello più rappresentativo della nostra idea attuale di musica, quello che traccia un po’ la via per i nostri lavori futuri.

Nel secondo brano, Everyday, il ritmo è molto più lento, e vi avvicinate al pop melodico. Come mai questa inversione di tendenza?

Questa canzone è dedicata a nostra figlia, mia e di Azzurra (la cantante, n.d.r); ci è venuta così, con ritmi lenti e dolci, e ci è piaciuta molto. Sicuramente, si può segnalare la presenza delle chitarre acustiche: probabilmente, è la prima volta che le inseriamo durante uno dei nostri singoli.

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Segue poi Wendy, sicuramente il brano più grunge e aggressivo dell’ep. Cosa ci puoi dire di questa canzone?

Wendy è nata nel periodo in cui stavamo aspettando nostra figlia, e traduce il fatto di essere un po’ costretti e legati dalla gravidanza: vorresti fare i live, suonare, ma sei costretto a rinunciare. In questo brano, abbiamo voluto inserire tonalità grunge e punk che ci sono piaciute, ma che non abbiamo mai avuto il coraggio di inserire nei nostri ep. Eppure, quando ci riscaldiamo in sala prove, proviamo proprio questo genere, un po’ per divertimento… Alla fine, ci siamo chiesti: perché no? ed abbiamo deciso di inserirlo in Mirrors.

Chiude l’EP Scars don’t scare, che racconta il fallimento di una storia e il dolore che suscita l’abbandono: più volte rimarcate l’incapacità di chi è stato lasciato di odiare l’amato, arrivando ad odiare se stesso. Come mai avete deciso di inserire proprio questo brano in chiusura?

Credo che sia il pezzo che più si avvicina ad un epilogo: abbiamo un cambio di atmosfera significativo. Tutto sommato, ha anche un bel ritmo: rappresenta il volto più progressive dell’ep, ma un progressive frizzante, che strizza l’occhio alla nostra vecchia produzione, aprendosi però al nuovo.

Quali sono i modelli artistici in campo musicale a cui vi ispirate?

Sono davvero tanti… In primis, almeno per me, i Beatles; abbiamo poi i Pink Floyd, i Led Zeppelin; insomma, quei gruppi old school che hanno fatto la storia della musica rock. Ci sono poi gruppi più moderni, che vengono da altre parti del mondo, come i Radiohead o i Tame Impala, band australiana che io consiglio moltissimo. Si tratta di gruppi dal sound vintage, reso però in chiave moderna. Eppure, per me i migliori rimangono i Beatles: quando sono in sala prove, ho l’immagine di John Lennon che mi appare come un guru, dicendomi: -Vai così, ragazzo!

Voi suonate insieme da più di sei anni, ormai. Ci racconti com’è nato il vostro sodalizio?

Ci conosciamo ormai da molti anni: abitavamo nello stesso palazzo. Io ho iniziato a suonare per passione, e Simone (il bassista, n.d.r.) mi ha sentito e da lì ci siamo conosciuti. Solo dopo è arrivata Azzurra: all’inizio non faceva parte della band, veniva solo a sentirci in sala prove. Poi, piano piano, abbiamo iniziato a coinvolgerla: prima aveva un ruolo marginale, accompagnandoci come pianista con la tastiera elettrica, poi è passata a fare la seconda voce. Questo finché l’altro cantante ha lasciato il gruppo, e lei è diventata la nostra cantante. Abbiamo cambiato alcuni bassisti ma il gruppo storico (io, Simone e Azzurra) è rimasto sempre unito.

Ci puoi spiegare l’origine del nome della vostra band, Le Hibou?

È tratto da una poesia di Baudelaire, contenuta ne I fiori del male. Parla del gufo: Baudelaire ce lo descrive in maniera incredibile, partendo dal suo carattere. Il gufo è un animale preistorico, che ci osserva dall’alto, come se cercasse di mantenere le distanze per poter valutare e comprendere al meglio la realtà in maniera distaccata.

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Settimana scorsa, in parlamento è passato il disegno di legge sulle Unioni Civili, che stabiliscono il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali (ad eccezione dell’adozione) e delle coppie etero conviventi. Qual è la tua opinione al riguardo?

Era ora! È una situazione che ci tocca da vicino, perché io e Azzurra non siamo sposati. Quello che mi colpisce maggiormente è il fatto che, ancora oggi, si cerchi di ostacolare le Unioni Civili senza riflettere sul fatto che non si tratta di un obbligo imposto a tutti, ma di una possibilità, di un’opportunità data a chi, per scelta propria, vuole vivere a fianco di chi ama senza necessariamente il sacramento del matrimonio. Si tratta di un diritto che anche queste coppie meritano di avere.

Cosa ne pensi del mancato riconoscimento del diritto di adozione alle coppie omosessuali? Credi che sia giusto, o che riveli quanto l’Italia sia ancora lontana dal resto dell’Europa per quanto riguarda la piena accettazione delle coppie omosessuali?

Anche qui, la questione mi tocca da vicino: ho un carissimo amico omosessuale che mi aveva chiesto di fargli da testimone, quando è andato a sposarsi in Francia. Credo che anche per l’adozione valga lo stesso discorso fatto in precedenza. Per di più, io sono laureato e lavoro come psicoterapeuta: nel corso della mia carriera ho incontrato molti casi di bambini con problemi causati dai genitori, indipendentemente dal loro sesso. Non conta il sesso d’appartenenza: ho visto padri creare problemi enormi, e padri dotati di sensibilità maggiore rispetto alle madri.

Chiudiamo l’intervista con un’ultima domanda: quali consigli daresti ai molti ragazzi appassionati di musica, che vorrebbero sfondare in questo ambiente?

L’unico consiglio che voglio dare loro, e che continuo a ripetere a me stesso, è quello di non pensare a sfondare, a raggiungere il successo, ma di pensare solo a divertirsi. Quando si arriva al top, non si va più in sala prove per il piacere di suonare, ma solo per lavorare, o per compiacere qualcun altro, sia esso il produttore, il manager, o il pubblico stesso, con le sue aspettative. Ormai, la gente ha bisogno di persone che si divertano. In fondo, i grandissimi della musica, quelli che hanno fatto la storia, sono quelli che sono stati in grado di infrangere gli schemi, continuando a divertirsi. In inglese, suonare si dice play, che significa anche giocare: quale metafora migliore per spiegare cosa sia la musica per me?

Dario Trione

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