Gigi Cifarelli

Gigi Cifarelli

Da bimbo, a detta di mia madre, cantavo sempre e comunque ma soprattutto dove c’era chi facesse musica, anche solo con un giradischi (non si usa più vero?), c’ero anch’io e diventava difficile portarmi via.

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Oggi Unfolding Roma incontra Gigi Cifarelli, chitarrista Jazz tra i più importanti nel panorama della musica internazionale. Nato a Pavia sessantuno anni fa, Gigi Cifarelli è conosciuto al grande pubblico per le collaborazioni con Renato Zero, Tullio de Piscopo ma soprattutto Mina e Massimiliano Pani. Eletto per diversi anni di seguito miglior chitarrista jazz e fusion dalle riviste specializzate, ha partecipato a moltissimi festival Jazz in Francia suscitando stima e ammirazione di tanti artisti internazionali. La sua tecnica, ma soprattutto la sua capacità di fondere le atmosfere jazz con la tradizione musicale italiana, uniti ad una simpatia e verve innata, fanno si che il noto chitarrista jazz dia il meglio di sé sul palco e nel rapporto diretto con il suo pubblico durante in concerti.

Ma andiamo a conoscere più da vicino questo grande artista.Innanzitutto ti ringraziamo per l’occasione che dai al nostro pubblico di conoscerti, come prima cosa vorrei chiederti dove nasce la passione per la musica e soprattutto la musica Jazz.

Grazie a Voi per l’interessamento e la stima. La passione per la Musica non nasce per te semmai sei tu che nasci con la passione per lei e credo quindi di non poter ricordare nulla se non che da bimbo, a detta di mia madre, cantavo sempre e comunque ma soprattutto dove c’era chi facesse musica, anche solo con un giradischi (non si usa più vero?), c’ero anch’io e diventava difficile portarmi via. Raccontava che ero capace di passare ore e ore sotto le finestre di un vicino abbiente che ascoltava musica praticamente tutto il suo tempo libero.

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Perché hai scelto proprio la chitarra come strumento?

La chitarra mi attraeva più di qualsiasi altro strumento forse perché da bambino amavo cantare e la chitarra mi piaceva come supporto alla mia voce e a differenza del piano per esempio, che rappresentava e rappresenta uno strumento più intellettuale, non richiedeva la stessa disciplina per imparare e, fatto non trascurabile, anzi, fondamentale, è che vengo da una famiglia proletaria e avere una chitarra era molto più semplice che avere un piano. Non cito altri strumenti perché già allora quel che mi affascinava era l’aspetto legato agli accordi nella musica, quindi gli unici strumenti in grado di farli erano questi due.

Quali sono i chitarristi che ti hanno maggiormente ispirato?

Sicuramente il primo ad affascinarmi, ammaliarmi e farmi passare del tempo sulla chitarra per imitarlo, è stato Jimi Hendrix, che ancor adesso mi tocca fortemente per il suo genio creativo e la sua immensa musicalità pur in ambito estremamente pop e armonicamente elementare.
Poi quando ho iniziato ad amare il modo più colto ed evoluto di suonare la chitarra, senza dubbio il mio idolo è diventato Wes Montgomery. Molti accostano il mio modo di suonare a George Benson, che adoro e col quale ho avuto anche diverse frequentazioni e non è casuale, perché George stesso è il figlio più legittimo, mi sembra evidente, di Wes.

Hai avuto delle ottime occasioni in Francia, come valuti la tua esperienza?

Dipende cosa si intende per occasioni perché l’occasione è ciò che aspetti per arrivare dove ambisci. Io non ho mai amato lo star system e nemmeno lo show business e questo mi ha fatto spesso allontanare da certe dinamiche e da certi contesti. Diciamo che in Francia ho avuto un lungo periodo in cui ho suonato nei contesti più disparati insieme a grandissimi musicisti, ma è avvenuto anche in Italia o in Germania o in altri posti. Ricordo sempre con gioia le collaborazioni con i “grandi” e per fortuna ho suonato con molti di loro, soprattutto vado orgoglioso del fatto che quando è successo, è successo perché sono stato desiderato e mai perché sono stato collocato politicamente o per scopi d’immagine e quindi di commercialità a fianco di qualcuno.
Da Brian Auger a Sam Rivers, Mark Murphy, Billy Hart, Bob Berg, Jimmy Owens, Charles Tollliver, Tony Scott, Walter Bishop, Carl Anderson, Delmar Brown, Kenwood Dennard, Ursula Dudjack, Cameron Brown etc etc e per parlare di chitarristi ho suonato in vari festival affiancato a grandi come Pat Metheney, Mike Stern, John Scofield, Bireli Lagrene, Larry Carlton, Robben Ford, Al Di Meola, Pat Martino, Larry Coryell, Tommy Emmanuel e molti altri.
Insomma qualche esperienza l’ho fatta e come potrei valutarla se non benissimo?

Hai avuto molte collaborazioni con musicisti, quale è stato l’artista con cui ti sei trovato meglio?

Porto nel cuore sempre il periodo in cui ho suonato con Brian Auger perché mi sembrava di essere con un fratello, avevamo stesso entusiasmo, stessa voglia di suonare di non smettere mai di farlo, non ci stancavamo mai di viaggiare e di stare in situazioni in cui gli altri si stancavano e crollavano mentre noi ci rigeneravamo. Io ero giovanissimo e oggi ancora queste cose le vivo allo stesso modo e quando poco tempo fa ho rivisto Brian che ha i suoi anni, è ancora la stessa cosa per Lui.Mi sono trovato benissimo con molti altri, ma Brian è quello col quale ripartirei anche adesso, per dovunque e comunque.

Hai un aneddoto da raccontarci a riguardo?

Beh in una Vita di strada palco e musica ne avrei migliaia, ci vorrebbe un libro per raccontarle

È veramente così difficile fare gli artisti di professione in Italia? Cosa dovrebbe cambiare per promuovere arte e cultura in modo adeguato?

Lo è moltissimo perché negli ultimi 20-25 anni il livello culturale si è abbassato moltissimo e quindi anche il livello degli artisti che vengono proposti mediaticamente. Non conta più ciò che vale una persona ma ciò che riesce a far credere di valere, non conta più fare le cose ad altissimo livello ma fare marketing ad altissimo livello. Siamo circondati da cialtroni che hanno potere economico e si comprano trasmissioni, giornalisti e location importanti dove far apparire il loro prodotto. Ma la cosa più assurda non sono loro, ma chi non ha orecchie e sensibilità culturale per capire che ciò che stanno ascoltando è di pessima qualità, quindi se suoni o scrivi o dipingi da grande artista a che serve? A nulla, perché ciò che conta e’ essere vendibile Il Dio danaro e l’apparenza trionfano su tutto.

Cosa ne pensi dei talent show?

Penso malissimo. Ma non voglio scendere nei particolari perché dovrei fare dei nomi e andrei incontro a cose spiacevoli e mi rifaccio al discorso di prima. Come fai a dire a qualcuno determinate cose dei suoi “beniamini”? Ti prenderà per folle e soprattutto penserà che sei un presuntuoso e per di più invidioso. Ma sai cos’è la cosa che più spesso ti senti dire? Secondo te quello è un mediocre? chissà come mai però ha venduto milioni di cd e sia considerato fra i migliori nel suo campo e io cosa posso rispondere? Se non: ma tu hai la capacità, la cultura e lo spessore per dire se questo è o non è un grande? Questa è l’ennesima dimostrazione che la gente non se ne accorge, ma pensa con la testa di chi gli impone le cose. Basta vedere come funziona anche il commercio dei cellulari, se hai un marchio sei un gallo, se ne hai uno più intelligente ugualmente funzionale ma che costa un decimo allora sei un poveretto. Quindi se suoni, canti, scrivi o dipingi come un grande artista sei un poveretto, se vai a un Talent diventi un “gallo”.

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La musica non ha confini, l’Europa si, cosa ne pensi del Brexit e secondo te cosa può dare la comunità europea alla musica e alla cultura in genere?

Poco e niente, dove ci sono soldi c’è gente che si da dà fare e tantissimo, se c’è arte e cultura ma poco danaro, ci sono grandi pacche sulle spalle e frasi tipo: ma uno come te, perché non scrive qualche cavolata e fa soldi e va in TV? 
Oppure: ma tu hai suonato coi più grandi, ma perché non hai continuato a farlo? Ti vedevamo sempre in tv e guadagnavi soldi a palate. Con tutto il rispetto per i posti dove suoni ma mi sembra che uno come te in certi pub o club sia sprecato, vabbè ma se vuoi suonare davvero e cose di spessore dove vai ?

So che ami molto il ciclismo, cosa accomuna lo sport e la musica?

Dipende, se parliamo di Musica fatta davvero, con grande onestà verso sé stessi e verso l’arte, di certo le cose si accomunano per la passione e quindi per il desiderio continuo di migliorarsi, nella piena coscienza che una vita non basterà nemmeno per iniziare ad essere minimamente soddisfatti di sé e della propria crescita e che per quanto si sia “grandi” nei confronti dell’arte in senso assoluto si sia sempre delle formiche al cospetto dell’universo. Quindi accomuna l’impegno profondo, la forza di non mollare mai, il rispetto dell’altro perché sai che fatica e ama come te. Purtroppo la cosa che non accomuna per niente è che lo sport ti dà sempre l’opportunità di mostrare il tuo spessore grazie ai risultati che non sono opinabili e soggettivi, ma oggettivi. Uno come Mc Enroe poteva permettersi di sputare al giudice di linea e di insultare il giudice-arbitro. Lo potevano multare o squalificare, ma tutti sapevano che lui era il top. Nell’arte, in generale, il sistema può far diventare un semi-Dio un qualunque mediocre e farlo celebrare ed arricchire e può non far nemmeno mettere il naso fuori a un grande artista perché non c’è la capacità della massa di dar valore alle cose, perché non ci viene insegnato e come diceva un vecchio concetto Marxista: se vuoi avere potere sulle masse tienile nell’ignoranza.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Spero di far un nuovo CD abbastanza presto e di continuare a vivere serenamente facendo ciò che amo senza padroni e senza condizionamenti come faccio da quasi sempre, senza dovermi mai assoggettare alle dinamiche dello show businness

Ringraziamo Gigi Cifarelli per l’intervista che ci ha concesso e lo salutiamo augurandogli nuovi successi in campo nazionale ed internazionale.

Alessio Capponi

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