Francesco Colombo

Non c’è cosa più normale del male. Il problema è che la gente crede che è il male è una cosa lontana, che riguarda altri.

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Centro Spettacoli Teatrali presenta dal 18 al 23 ottobre al Sala Uno Teatro Il Cielo è Cosa Nostra Scritto e diretto da Francesco Colombo. Con Luisa Borini, Jessica Granato, Riccardo Marotta, Pietro Pace e Daniele Paoloni

Osso, Mastrosso e Carcagnosso sono tre cavalieri spagnoli. Nel XIV secolo fondano rispettivamente la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta. Qualche anno dopo muoiono, quasi contemporaneamente. Ma anche dopo la morte, continuano a tirare molti dei fili che muovono le azioni dei vivi.

In una scena sommersa da buste da lettere, i tre grotteschi cavalieri trascorrono il tempo eterno dell’aldilà ad esaudire le varie richieste che arrivano per iscritto, provenienti dal mondo di sotto e da quello di sopra. Ma all’improvviso giunge una lettera diversa dalle altre: un bambino chiede loro di sventare un imminente attacco terroristico. E, con un toccante candore, domanda loro di agire per realizzare la pace nel mondo. Chi avrà mai osato organizzare una strage senza consultarli?

Sarà l’inizio di una guerra surreale, in Cielo e in Terra, condotta senza esclusione di colpi.

Francesco, quale spunto lo ha portato a ideare e scrivere un tale spettacolo teatrale?

Due dolcissime attrici calabresi mi avevano contattato per scrivere un corto teatrale per un festival. Erano i giorni immediatamente successivi all’attentato dell'Isis a Parigi: mi sembrava un tema da affrontare, allo stesso tempo pericoloso e attuale(due aggettivi fondamentali per il teatro). Al primo incontro le attrici mi dicono: abbiamo pensato anche noi all’Isis, ma sarebbe bello contrapporre l’Isis alle mafie nostrane.

Il merito dell’idea va dato a Alessandra De Rosario e Jessica Granato

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Dal punto di vista della regia, quali sono stati i suoi principali accorgimenti?

La regia? Nella compagnia “The Ghepards” sono tutti registi, le idee sono messe sul tavolo e discusse senza preclusioni. 

Per quanto riguarda l’elaborazione del testo gli accorgimenti sono stati ardui: più indagavo sulle mafie più mi accorgevo di non sapere niente. Ci vogliono tre vite per indagare veramente sulle mafie, ma una certezza l’ho consolidata: che sia mafia italiana, cinese o di presunta matrice religiosa come l’Isis, è veramente un mare di merda.

Lei afferma di essere stato molto esigente con gli attori perché ha chiesto loro la libertà. Può spiegare questa sua dichiarazione?

Credo fortemente che l’attore sia un artista, o meglio, lo dovrebbe essere. Mi sembra invece che oggigiorno gli attori spesso si accontentino di essere esecutori, più o meno bravi. E  basta col dire che l’attore deve essere un artigiano! Sono tutte cazzate! Ho fatto l’idraulico per quattro anni e credetemi: non ha nulla a che vedere con l’arte. 

Gli uomini, come  gli attori, si riempiono la bocca con la parola “libertà” eppure ne hanno paura. La fuggono. Tutti gli attori della compagnia hanno una solo regola: creare in totale libertà. Quando mi dicono:” Ho pensato a questo..” o “Posso fare quest’altro?” ormai lo sanno che m’incazzo! Perché la mia risposta è sempre:”Fai quello che vuoi”.  Amo cosi tanto questi attori da fidarmi ciecamente di loro.

Perché ha deciso di partire da quello che la leggenda stessa mafiosa riconosce come i propri padri fondatori per raccontare una storia del male, non solo in terra ma anche in Cielo? Le mafie incarnano il male assoluto, sciolto dalle consistenza terrena e astratto?


Le mie origini sono brianzole, e quando ho indagato sull’origine della mafia scopro che ….Cosaaaa?  i padri fondatori sono spagnoli? è da anni che ci puntano il dito con lo stereotipo: mafia, pizza, spaghetti e mandolino. No. No, bellini. La mafia non è cosa nostra!  Il mondo non sarà migliore se saprà che i Padri delle Mafie sono spagnoli, ma almeno quando all’estero mi ripeteranno il ritornello la frase: “italiano, Mafia spaghetti e Pizza”  saprò rispondergli : “ Ok, per gli spaghetti va bene, ma la pizza è turca e la mafia spagnola” A parte gli scherzi, è una domanda a cui non so rispondere:  il male, quello assoluto, si annida  in tutti gli uomini.

Nel linguaggio picaresco della letteratura spagnola del XVI e XVII secolo, come Gratteri e Nicosi ricordano in “Dire e non dire”, Osso, Mastrosso e Carcagnosso erano dei poveracci rinsecchiti, come suggeriscono i patronimici stessi. Forse che i potenti siano solo travestiti da tali?

Durante la sua latitanza, Provenzano mandava pizzini con cui ordinava omicidi e semi di pomodoro per il suo orticello. In abiti da contadino teneva lo Stato sotto scacco. Ma altrove, uomini in giacca e cravatta, servitori dello Stato, erano collusi con la mafia. Il finale dello spettacolo è una rappresentazione di questa devianza del potere.

Non è l’abito che fa il monaco, il male si traveste come vuole.

Ha percepito il rischio che ponendo queste principale figure malvagie ci potrebbe essere da parte del pubblico un distacco emotivo, un poco coinvolgimento nelle vicende e una sorta di facile volontà di giudizio?

Certamente! Il distacco emotivo lo crea la drammatizzazione degli eventi, della storia. Parlare in modo serio della mafia non m’interessa e m’annoierebbe. Giocare in maniera seria sul tema la trovo l’unica possibilità per sensibilizzare le persone. Perché qui si parla di mafia, è vero, ma si ride anche!

La sua sfida è stata di raccontare il male nella sua normalità. Questi cavalieri ricordano quasi gli dei olimpici, pieni di vizi così umani da risultare a tratti comici.

Non c’è cosa più normale del male. Il problema è che la gente crede che è il male è una cosa lontana, che riguarda altri. Diceva Falcone: “Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia”.

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Si può ancora parlare di mafia senza cadere in banalità?

Si può parlare di quello che ci sarà e cadere in banalità, certo parlando di mafia il rischio è più alto.

Quanto ritiene importante per la nostra società che si affronti il tema delle cosche mafiose in Italia anche a teatro?

Ogni mezzo è importante. Per come la vedo io, il teatro permette una distanza emotiva minore rispetto ad altri mezzi di comunicazione, persino quando la rappresentazione passa, come in questo caso, attraverso un dispositivo che vira sulla commedia.

In conclusione la ringraziamo per la sua disponibilità e le chiediamo quali sono i suoi progetti futuri.

Il mio prossimo lavoro sarà “un viaggio”, non nel senso di uno spettacolo che parlerà di un viaggio ma che viaggerò e sarà uno spettacolo.

Valentina Zucchelli

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