Milena Vukotic

La mia vita è cambiata grazie a Fellini. Lo spettacolo 'Regina Madre' propone un dialogo umoristico e paradossale

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Al Teatro dell’Angelo dal 20 al 30 ottobre è in scena lo spettacolo “Regina Madre” con Antonello Avallone e Milena Vukotic. Proprio l’attrice ha rilasciato per noi un’intervista nel corso della quale ha presentato il suo personaggio all’interno dell’opera, parlando inoltre della propria carriera e di alcuni temi legati al mondo della recitazione.

Adesso è impegnata in teatro con lo spettacolo “Regina Madre”, in cui interpreta il personaggio di Regina. Come descriverebbe il suo ruolo?

Interpreto la parte di una madre vedova che si trova da sola. È un personaggio molto ambiguo che ha un incontro con il figlio che è altrettanto ambiguo. Bisogna vedere lo spettacolo per ritrovarcisi in qualche modo, perché il personaggio è molto intricato e direi che fino in fondo non si riesce a capire bene chi è. Ma è affascinante appunto per questo, perché apparentemente è un dialogo tra madre e figlio: lui è giornalista lei è una madre che a momenti è proprio bisognosa e molto felice del suo arrivo. Poi ci sono dei risvolti molto feroci, duri nei confronti della vita e tutto questo attraverso un dialogo piuttosto umoristico e paradossale.

Nel corso dello spettacolo si ride spesso, ma non è solo un’opera comica.

No, si ride amaro. Ci sono anche dei momenti comici, però è molto ironico. E ci sono anche dei momenti di leggerezza che vanno a proteggere una situazione molto drammatica dentro.

Secondo lei la madre di una volta “quella vecchio stampo” era come Regina? Mentre adesso i tempi sono cambiati?

Penso che sia sempre stato uguale, solamente che i modi cambiano, ma i sentimenti delle persone e le situazioni sono sempre le stesse: la paura della solitudine, il bisogno, sempre più, di essere rassicurati sulla certezza di essere amati, tutto questo poi alla fine si esprime in vari modi ma credo che sia sempre stato così, camuffato da varie situazioni in varie epoche. Personalmente sono persuasa dal fatto che sia sempre stato così, magari prima se ne parlava meno mentre adesso c’è stata la psicanalisi che ha voluto chiarire delle cose e portarle a galla, ma la madre è sempre la madre. E anche il figlio è sempre il figlio.

C’è qualcosa in cui lei si ritrova e qualcosa del suo carattere che è totalmente lontano dal personaggio di Regina?

Direi di no. Io recito con grandissimo piacere una parte anzi tante parti, perché questa madre è piena di sfaccettature. Non ha un colore unico e di conseguenza ho solo il piacere di poterlo fare e interpretare e poi tutte le sere di cercare anche di rinnovarlo: perché a differenza del cinema c’è la possibilità di cambiare tutte le sere delle sfumature di cui magari solo noi attori possiamo rendercene conto. Il pubblico certamente no, perché l’impostazione è quella.

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Antonello Avallone nel corso dell’intervista che ha rilasciato per noi ha parlato dell’importanza della coppia Vukotic-Avallone nel vostro spettacolo. È d’accordo sul fatto che la coppia funzioni?

Sì certo, perché c’è un’armonia totale altrimenti non sarebbe potuto venire fuori se non fossimo stati complici in questa messa in scena, ma in generale come colleghi. Perché si deve per forza avere un legame per trasmetterlo al pubblico e se non c’è, il pubblico lo sente. Insomma c’è un legame di affetto, di rispetto e di complicità. Poi è la prima volta che lavoro con Antonello e devo dire che è un compagno magnifico.

Ha lavorato con numerosi registi e in questo caso le faccio due nomi in particolare: Fellini e Buñuel. Cosa si sente di dire di entrambi?

Aver visto ‘La strada’ di Fellini, quando vivevo a Parigi ha cambiato la mia vita, perché dopo ho deciso che qualcosa doveva succedere di diverso e mi sono trasferita a Roma. E questo dice tutto. Praticamente ho cambiato tutto ed ero molto giovane. Fellini ha fatto sì che ci sia stato in me un cambiamento, una scoperta sia nel mondo dell’arte che della vita. Ciò come si fa a descriverlo? Questo è stato il mio avvento umano e artistico attraverso Fellini, arrivando qui (Roma, ndr). Vivevo a Parigi  e ho lavorato sempre fuori, perché ero in una compagnia di danza: dato che la mia prima professione è stata la danza, che ho portato avanti molto attivamente. Poi ho avuto la fortuna di essere scelta da Buñuel per fare una piccola parte nel suo film “Il fascino discreto della borghesia” e dopodiché ho fatto gli altri due film. Ho lavorato negli ultimi tre film di Buñuel e sono stata molto fortunata nell’aver avuto a che fare con queste persone che vanno oltre il reale.

Lei percepisce una differenza tra il cinema di qualche anno fa con quello attuale?

Certo che c’è, ma sono cambiati i tempi. Anche perché sono subentrati dei giovani e la storia è cambiata. Il mondo è cambiato. Le espressioni certamente assumono un’altra fisionomia, insomma quando si parla di arte e di artisti quelli sono comunque universali. Se uno è artista lo è attraverso i tempi.

Se dovesse scegliere tra cinema, teatro e televisione quale preferirebbe?

Dipende dal lavoro e dal regista. Però confesso che ho una grande predilezione per il cinema. Ho potuto fare anche del grande teatro con grandi registi, così se uno potesse sognare forse sceglierei il cinema. Sono cose però che rimangono nell’ambito del sogno.

Ha avuto modo di assistere alla proiezione di qualche film alla recente Festa del Cinema di Roma terminata questa domenica?

No sono stata presa dallo spettacolo, visto che non si capisce più niente quando si è divisi fra le prove e altre cose che ho dovuto fare. Non ho visto niente e ho sentito ben poco. Purtroppo no, ma adesso appena finisco, spero di rifarmi e di poter andare al cinema a vedere il più possibile.

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È conosciuta soprattutto per due personaggi, Pina nei film di Fantozzi e nonna Enrica in 'Un medico in famiglia': cosa ne pensa del fatto che spesso lo spettatore finisca con l’etichettare un attore?

Sono molto attaccata a Fantozzi, a Paolo Villaggio prima di tutto, poi a questa maschera che sicuramente rimane nel cinema italiano. Un cinema naturalmente grottesco, poiché sono dei cartoni animati, dei personaggi che corrispondono quasi al cinema di animazione. Sono molto attaccata, anche se mi può dispiacere che qualche volta, anzi spesso, vengo riconosciuta solo per quello. D’altra parte è anche bello essere così amati dalle persone perché mi conoscono solo attraverso quel personaggio. E anche per quanto riguarda il personaggio del Medico in famiglia è la stessa cosa, la televisione dà questa possibilità di entrare in tutte le case e allora gran parte delle persone mi conoscono solo perché non hanno voglia forse di andare fuori, nel senso di andare a teatro o vedere cosa c’è al di fuori della televisione. Però anche lì ci sarà una ragione per la quale lo stiamo facendo da vent’anni. Siamo un gruppo di attori tutti molto vicini l’uno all’altro e nel bene e nel male siamo riusciti veramente a creare una specie di famiglia. E questo è anche molto bello, per cui ci sono sempre i pro e i contro.

C’è un regista con il quale vorrebbe lavorare?

Sì ci sono tanti registi con i quali vorrei lavorare e con i quali ancora non ho avuto la possibilità. Poi il nostro lavoro è bello perché c’è qualcos’altro a cui poter attingere, certo mi piacerebbe lavorare con Gianni Amelio, Moretti o Sorrentino. Dico questi perché non ho lavorato con loro, ma ci sono tanti giovani con i quali ho lavorato facendo anche dei cortometraggi, che sono pieni di talento, per cui non bisogna assolutamente appoggiarsi solo su quello che è stato fatto nel passato. Bisogna andare verso tutto quello a cui ci prepara la vita, che è sempre una sorpresa e vale la pena di essere scoperta.

In una precedente intervista ha parlato del fatto che il cinema non le abbia mai dato la centralità che meritava.

Sì, sempre sempre no. Io comunque, ripeto, aspetto ancora e felicemente perché amo moltissimo proprio il fatto di poter andare sul palcoscenico e fare finta. Fare come se… giocare, come si dice in francese Jouer, in inglese si dice to play che vuol dire giocare ma anche recitare. Ecco è una grande fortuna che abbiamo. Io mi considero fortunata.

Si percepisce l'amore che ha dentro di sé per lo spettacolo in generale, visto anche il suo passato nella danza oltre al mondo della recitazione.

Sì e senza quello è difficile, perché la danza insegna una grande disciplina e con quella si può lavorare e bisogna farlo tanto. Il talento è importante, è essenziale, però bisogna lavorare e studiare molto e continuamente.

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Per chiudere qual è la caratteristica vincente dell’opera e cosa direbbe allo spettatore per invitarlo a vedere “Regina Madre”?

Un certo tipo di spettatore potrà forse solo divertirsi perché ci sono tante situazioni paradossali e un altro avrà molto da pensare e riflettere. Poi una cosa non impedisce l’altra dipende un po’ dalla sensibilità delle persone. Tante persone dopo dicono 'ma il personaggio assomiglia a mia madre o a mia suocera', visto che si identificano con questa madre molto particolare. E questo è reale ed è anche divertente perché appunto ci sono tanti spunti che danno una prova del fatto che tutto è possibile a questo mondo, soprattutto di poter ridere di certe situazioni e non solo piangere.

Grazie a Milena Vukotic per l'intervista e la disponibilità.

Sabrina Redi 

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