Gabriele Marconi

E mi resi conto della differenza tra l'imitatore e l'attore: nel primo caso, lo spettatore ride del personaggio che imito, ma si tiene lontano; nel secondo, lo spettatore si identifica nel personaggio che interpreto.

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In scena al Teatro L’Aura, dal 10 al 20 novembre, con la regia di Luca Pennacchioni, la commedia firmata da Roberta Skerl, I Refusi.

Errori di stampa, errata collocazione di una o più lettere, i refusi sono l’ossessione di Rodolfo Marra, un ex correttore di bozze, interpretato dall’attore e imitatore Gabriele Marconi.

Gabriele, il grande pubblico ti conosce soprattutto nei tuoi panni di imitatore. Quale percorso ti ha iniziato a questa professione?

La mia prima imitazione risale al 1975, quando avevo 13 anni, e, per il mio compleanno, mi regalarono un registratore. Da allora iniziai a registrare di tutto. Per esempio, c'era un programma televisivo dedicato a Totò e io registrai gli spezzoni dei suoi film e la poesia “A livella”, che imparai allora. Mi veniva di recitarla imitando la sua voce, nonostante la mia giovanissima età. Da quel momento, ci presi gusto e iniziai a imitare tutti quei personaggi che mi stavano simpatici. Poi, a 21 anni feci i primi concorsi e i primi spettacoli da professionista come imitatore, ma la mia vera passione erano le canzoni. In realtà, il mio sogno era di diventare un cantautore di successo e, forse, se non avessi raggiunto la notorietà nel 1990 come imitatore grazie alla trasmissione di RaiDue “Stasera mi butto”, mi sarei buttato anima e corpo nella musica.

L'imitazione pura rischia di diventare mero gioco fine a se stesso. Quanto è importante l'ironia e la satira nei tuoi personaggi caricaturali?

Non mi stimola fare imitazioni cantate (se non parodie) e nemmeno imitare i comici. Proprio perché non amo fare l'imitazione fine a se stessa. Mi stimola rendere comici i personaggi seri, i giornalisti, i politici, gli sportivi. Amo l'ironia, più ancora che la comicità, la trovo più intelligente. Mi piace far ridere, ma anche far riflettere. La satira è il passo successivo. Coi miei personaggi diventa inevitabile. Ma quando faccio satira politica, la mia è più satira che politica. Deve essere a 360 gradi, non al servizio di una parte politica.

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Ma non solo imitazioni, bensì prove attoriali. Com'è avvenuto il passaggio ai palcoscenici del teatro?

Nel '93, proprio al culmine del mio successo come imitatore (in quel periodo lavoravo al Bagaglino) sentivo che le imitazioni non appagavano il mio bisogno di sentirmi realizzato come artista e iniziai a frequentare un'accademia teatrale che per tre anni mi ha formato come attore anche drammatico, interpretando personaggi di grandi opere di Pirandello, Shakespeare, Checov e via dicendo. E mi resi conto della differenza tra l'imitatore e l'attore: nel primo caso, lo spettatore ride del personaggio che imito, ma si tiene lontano; nel secondo, lo spettatore si identifica nel personaggio che interpreto.

Quanto dell'attore Gabriele c'è nell'imitatore Gabriele, e viceversa?

L'attore Gabriele mi assomiglia di più rispetto all'imitatore Gabriele. Ma anche quando imito, ormai, non penso più solo a far bene la voce. Un esempio, è quando recito “A livella”, con la voce di Totò, ma non c'è solo quella: cerco di far rivivere tutta la scena anche a livello interiore.

Un ex correttore di bozze che mal sopporta le sviste e le grossolane imprecisioni a tal punto da perdere il senso della ragione. Qual è la tua personale opinione su un tipo e un carattere come quello di Rodolfo Marra, il protagonista de I Refusi?

Io sono vicino a Rodolfo Marra nel mettere in risalto le varie contraddizioni e incoerenze della vita e degli uomini. Sono molto pignolo, soprattutto nel lavoro, ma in particolar modo con me stesso. Mi salva la mia ironia che mi permette di scherzarci sopra, di mostrare il lato ridicolo di tutte le storture, le cose che non vanno. Rodolfo Marra, evidentemente, andando oltre il limite della ragione, non riesce ad accettare i refusi con lo stesso senso dell'umorismo.

Rodolfo combatte contro l'approssimazione e la mancanza d'ordine, tanto da generare una sofferenza esistenziale che lo porta alla ricerca della perfezione. Ma i refusi sono anche indice di particolarità e di distinzione. Perché questo accanimento?

L'accanimento, probabilmente, deriva anche dal suo lavoro di correttore di bozze, è una sorta di deformazione professionale. Per lui, le cose che corregge hanno senso solo se sono corrette. Altrimenti, sono delle incompiute.

Come si è sviluppato il rapporto tra il regista Luca Pennacchioni e i tuoi colleghi di scena Alessio Salvatori, Marco Landola e Alessia Paladino?

Io mi sono ritrovato nel gruppo scelto da Luca, non sapendo che fosse così bravo come regista. Ed è stato bravissimo a tenere sempre unito questi quattro attori senza che ci fosse mai uno screzio tra noi. In questo mi sento poco Rodolfo Marra, perché non ci ho trovato refusi.

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Da attore, quale momento recitativo di questa rappresentazione teatrale ti ha emozionato di più?

Il momento della commedia che mi colpisce di più personalmente è quando Marra convince Sandro Moretti a restare qualche minuto ancora a parlare con lui, mostrando tutta la sua solitudine di uomo, con tutto il suo bisogno di comunicare con qualcuno.

Il pubblico che verrà a vedere I Refusi, cosa porterà a casa in più grazie a questo spettacolo?

Lo spettatore alla fine fa sempre il confronto con la sua vita personale, si sente colpito perché sa che anche la sua vita è piena di refusi. Non a caso, per quanto la commedia viva di situazioni paradossali, più di uno spettatore ha commentato così la commedia: “È reale”.

Chiudiamo con una domanda di attualità. Considerazioni sulle elezioni statunitensi?

Non ho tifato per questa soluzione, m'inquieta un poco, ma è stata un'elezione democratica. Diciamo che gli Americani si sono “attaccati al Trump”. Speriamo che noi Europei, di conseguenza, non ci ritroveremo proprio ad “attaccarci al tram”!

Valentina Zucchelli

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