Vorrei Che Morissi D'arte

Vorrei Che Morissi D'arte

Il disco di Mico Argirò recensito da Unfolding Roma

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Mico Argirò arriva direttamente dalle calde e aspre zone cilentane e porta con sé una musica dai toni di canzone popolare unita a un sound più moderno e personale, cercato e ricercato nel suo percorso di crescita artistica. Mico non lavora solo in studio per comporre la sua musica d’autore, ma esce dalle stanze chiuse per affrontare teatri, piazze e luoghi di cultura che lo accolgono per i suoi momenti di musica dal vivo. Nel 2016 atterra dopo un viaggio colmo di esperienze che lo hanno visto coinvolto come compositore per rievocazioni storiche e spettacoli teatrali e registra un album dal titolo “Vorrei che morissi d’arte”. Titolo forse a metà tra una maledizione a denti stretti e un augurio di buon auspicio. Il singolo prescelto per aprire le danze e anticipare l’intero disco è “Il Polacco”, figura quasi mitica con attitudini del Sud ma fisionomia dell’Est del Nord, in una miscela geografica tale da confondere le acque ma amalgamare stili musicale diversi, conditi da una sperimentazione di voci e suoni. Parafrasando il brano stesso, una canzone che non potrai (non) ascoltare, perlomeno per la curiosità di riuscire a individuare i suoni dei differenti strumenti musicali adoperati, dagli ottoni esteuropei allo stacco latin, dalla chitarra elettrica al cajon.

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Influssi differenti e lontani ma ben amalgamati grazie alla passione e allo studio; come è lo stesso autore a dichiarare, “in Vorrei che morissi d’arte è presente l’influenza della canzone d'autore italiana (De André, De Gregori, Capossela) senza disdegnare aperture verso altri autori quali Sting, Goran Bregović, i Beatles, i Pink Floyd o, ancora, Yann Tiersen fino al reggae e alla musica concreta di Cage”.

Il disco si apre con il brano che battezza l’album, canzone dai ritmi allegri e andanti nonostante un testo apparentemente malaugurante inneggia a un risveglio poetico e culturale delle menti e dei cuori. Ne “Il Figlio di Nessuno” ritorna come protagonista una figura anonima e vagabonda simile al polacco del brano d’esordio. La strada e i suoi rumori sono d’altronde presenti non solo come soggetto dei testi ma costituiscono il sottofondo sonore alle storie che Mico ci racconta, donando un’aurea di greve realtà a canzoni dal tono limpido. Ad esempio, “Saltare”, brano dagli accenti romantici, inizia con la registrazione di un tipico annuncio dell’arrivo di un treno regionale in una stazione.

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Il testo di “Money” sussurra in modo enigmatico che qualcuno “costa troppo per quel che vale”, mentre la musica inizialmente evoca suoni africani per poi trasformarsi in altro. Cade forse troppo nella melensa malinconia “Chissà se tornerai?”, mentre “Lo Scacchista” mette in guardia da una vita troppo dedita alla fredda razionalità, come è forse lo stessa componente calda dell’intero disco a voler suggerire.

Valentina Zucchelli

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