Claudia Zàppia

Ci troviamo nella società dell’indifferenza, del terrore dell’altro, della perdita totale di quelli che una volta erano i valori basilari della nostra società.

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Partiamo da una domanda molto semplice, chi è Claudia Zàppia? Raccontaci un po’ di te e della tua vita.

Sono siciliana, nata a Messina. La mia passione per il teatro è nata da subito a scuola, così, banalmente, tra laboratori e banchi. In questo senso sono stata abbastanza fortunata, a 14 avevo già deciso il mio destino. Da allora è nato un legame che, anche a volte contro me stessa, non sono riuscita ad abbandonare. Dopo aver vinto due premi a livello regionale in concorsi di teatro classico per ragazzi ho deciso di trasformare quella che sembrava una passione in un mestiere. A 19 anni mi sono trasferita a Roma, iscritta all’Università La Sapienza e mi sono laureata in Storia del Teatro. Nel frattempo ho lavorato con registi operanti in città, ho avuto la possibilità di partecipare al Festival del Cinema di Roma ed. 2009 come tutor della sezione “Alice nella città”, ho fatto persino la capo maschera in un teatro molto importante della capitale. C’è chi si vergogna a dire certe cose, io dico che invece quegli anni mi hanno regalato la scoperta del mondo del vero Teatro. In Sapienza sono stata Rappresentante degli Studenti in Commissione di cura e tutela dell’allora neo nato progetto Theatron – Teatro Antico alla Sapienza, ma la vera svolta è stata rappresentata dall’incontro con l’Istituto Nazionale del Dramma Antico e con l’Accademia ADDA, dove mi sono diplomata allieva attrice e ho lavorato al Ciclo di Rappresentazioni classiche, realizzando quello che per me era il sogno più grande al momento. 

Il 25 gennaio a Roma è andato in scena lo spettacolo teatrale “Canto della rosa bianca”, studenti contro Hitler, in cui hai recitato. Come è nato questo progetto?

“Canto della Rosa Bianca” è stata una scommessa. Io e i miei colleghi abbiamo deciso di investire le nostre energie in qualcosa di comune, qualcosa che potesse metterci alla prova come professionisti. Volevamo dare valore a quell’intesa che si viene a formare quando frequenti un’Accademia che ti unisce attraverso il sudore della stanchezza e che poi il più delle volte si perde, quando si prova ad affrontare soli un mondo così difficile come quello teatrale del momento. Nel particolare, questo progetto è stato frutto di un lavoro affrontato al nostro primo anno con Maurizio Donadoni, uno dei nostri maestri. La raccolta di documenti che ha dato vita a questo testo già allora ci aveva colpito, da neo allievi. Dopo tre anni di studio e due di diploma abbiamo preso coraggio e deciso di realizzare un sogno. La domanda era: perché buttare quanto di più buono avevamo realizzato in quegli anni? Il lavoro di Maurizio è stata la risposta, cosa poteva unirci meglio di un testo che racconta la volontà di un gruppo di ragazzi che un giorno si sveglia e dice: facciamo qualcosa?

Puoi dirci qualcosa sulla trama? A che segmento di pubblico intendete arrivare?

Si parte dalla nascita di Hitler per arrivare alla sua ascesa a Fuher del terzo Reich e man mano si scorre approdando agli effetti che un regime totalitario come il nazismo ha prodotto sulla popolazione, e la risposta/sfida che un gruppo di giovani ragazzi tedeschi dà a tutta una Germania piegata alla volontà del terrore. Lo spettacolo è adatto a ogni tipo di pubblico, l’hanno visto persino studenti della quinta elementare. Ovvio che, trattandosi di uno spettacolo di teatro civile, potrebbe essere particolarmente fruibile al pubblico degli adolescenti delle scuole superiori: un terreno non propriamente semplice da affrontare, considerando il vuoto in cui vive un ragazzo di oggi. Ma ripeto è veramente adatto a tutte le età. Non si finisce mai di imparare, capire come il male si insidia e quanto fa ancor più male il nascondersi e l’annientarsi allo sterile modus vivendi dei giorni che passano.
Il messaggio che avete voluto trasmettere con questo spettacolo?

Esattamente ciò che ho scritto su. Da dove nasce il male? Cosa accade se nessuno parla e piega la propria volontà a quella altrui? Non so se effettivamente si possa dare una risposta seria e concreta ma so che di interrogativi ne poniamo tanti, quindi si tratta in realtà proprio di questo: più che un messaggio noi vorremmo smuovere le coscienze. Ci troviamo nella società dell’indifferenza, del terrore dell’altro, della perdita totale di quelli che una volta erano i valori basilari della nostra società. Dov’è adesso tutto questo? In fondo Hans, Sophie, Scholl e i loro compagni non hanno fatto altro che dire no, senza armi, senza minacce, solo con qualche volantino, e sono stati decapitati come il peggiore delinquente. Un po’ come adesso…tanta libertà, ben nascosta da Smartphone e tecnologia, ma che poi sfocia nella crudeltà più assoluta con chi manifesta il proprio personale pensiero, magari contrario a una sfilza di pensieri omogenei. Abbiamo capito realmente cosa vuol dire libertà?


Cosa si prova a stare sul palcoscenico?

Io posso dire solo questo. Mi sento a casa, libera di essere me stessa, tutta la cattiveria e la pesantezza della vita scompare e io mi sento protetta. E’ una grazia avere energia da poter donare a chi ho davanti.

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Quali sono i motivi che hanno spinto il teatro a diventare una forma elitaria di intrattenimento preferito solo da un piccolo target di persone?

Sono molti. Sicuramente la società si è evoluta e ormai il grande pubblico è abituato a mezzi di comunicazione che apparentemente sente più vicini. Le persone non si rendono conto di quanto di quanto sia più vicino il mezzo teatrale. Ma è colpa anche del nostro mondo. Conosco colleghi più che rispettabili, maestri più che importanti sconosciuti ai più, è come se quasi il teatro stesso si sia voluto nascondere. Noi artisti abbiamo dimenticato la vera funzione primaria del teatro che non riguarda le apparenze, la partecipazione a spettacoli più o meno importanti, la fama…ma il contatto reale e vero con il pubblico. La funzione qual è? Il mistero che si crea quando sul palco un attore crea un flusso di energia che arriva diretto allo spettatore, che a sua volta lo rimanda all’attore in forma rinnovata. I greci pagavano le giornate perse di lavoro a chi li andava a vedere! Ora siamo testimoni di miliardi di spettacoli, attori o presunti tali (vai a capire chi è veramente professionista in Italia) che elemosinano pubblico per guadagnarci qualcosa da poter vantare con chi è più o meno invidioso. Troppa confusione, troppa povertà.

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Cosa bisognerebbe fare per avvicinare il teatro ai giovani e per far venire i giovani a teatro?

Secondo me bisognerebbe pensare a cosa hanno bisogno. Cosa vorrebbero vedere, mettersi nei loro panni. Portare un giovane d’oggi a vedere Shakespeare o Moliere non ha senso. Per lo più se vengono fatti con allestimenti desueti e linguaggi lontani. Questi autori hanno fatto il teatro perché hanno osato ai tempi, perché hanno sfondato i muri. Che cosa regalo di nuovo a un ragazzo se ogni anno gli propino Romeo e Giulietta? Parlo proprio perché in teatro non ci ho lavorato solo come attrice e ne ho viste di tutti i colori. Spesso e volentieri diciamo che i ragazzi non sono interessati, che bisogna quasi obbligarli a venire a teatro, ma sbagliamo noi per un solo motivo: non li ascoltiamo. Abbiamo avuto ragazzi che ci hanno ringraziato per avergli portato il nostro spettacolo, perché li abbiamo resi protagonisti, perché il linguaggio è quello simile a loro, perché li fa sentire parte attiva e non obbligati dal saltare la mattinata scolastica che poi usano come gita. Bisogna stare attenti: Adolf Hitler è diventato il Fuhrer prima di tutto perché nessuno ha ascoltato le sue reali aspirazioni.
La differenza più grande fra il cinema e il teatro?

Al cinema è tutta finzione ben architettata e costruita, a teatro mi sono distorta una caviglia durante uno spettacolo e quello che ha visto le gente era un dolore vivo e reale davanti ai loro occhi. 
Ti piacerebbe un giorno recitare in un film?

Non lo so, ci penso sempre. Soprattutto per finalità economiche poiché il teatro non paga ultimamente ahimè. Il fatto è che credo mi annoierei, ho avuto delle piccole esperienze e quello che non mi piace è appunto l’adrenalina che non ho nel fare una scena che se non va bene può essere rifatta. Quell’adrenalina di avere una e solo una possibilità. Impagabile.

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Qual è stata l’esperienza più significativa nella tua carriera?

Ne ho avute molte, di tutti i colori, penso più che altro che ogni esperienza è stata un tassello per arrivare fino ad essere la persona che sono oggi.

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Se potessi dare un consiglio a un giovane che vuole intraprendere la carriera di attore teatrale, cosa gli diresti?

Direi quello che mi scrisse Rossella Falk su un foglio di carta quando timidamente le chiesi di scrivere qualcosa a me che volevo iniziare questa carriera: “Bisogna avere dei buoni Maestri, capire da soli se si ha talento altrimenti si può profilare una vita difficile, di rimpianti. Ma non mollare e…STUDIA!”


Dove si vede Claudia Zappia fra 10 anni? Progetti per il futuro?

Non ne ho idea, non amo molto fantasticare ma so che ho un desiderio: tra 10 o 20 anni voglio essere Medea al teatro greco di Siracusa. Questo è un buon motivo per continuare a sognare un teatro migliore.

Foto Copertina © Marco Familiari


VALERIO DE BENEDETTI



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