Guglielmo Poggi

Amo cominciare progetti di vario genere e prendermi anche dei momenti di riflessione per crescere

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Nonostante la giovane età, Guglielmo Poggi si sta facendo largo nel mondo del cinema e del teatro inanellando un film e uno spettacolo dietro l’altro. Infatti adesso è nelle sale il film di Massimiliano Bruno "Beata Ignoranza" in cui Poggi ha lavorato insieme a Gassman e Giallini. E non finisce qui perché l'attore è impegnato in giro per l’Italia con la pièce teatrale "Mar del Plata". Sono molti i lavori che Poggi ha fatto nel corso della sua carriera, partendo come doppiatore da bambino, ha alle spalle film come "Smetto quando voglio" e "L'estate addosso", poi un film da protagonista “Il nostro ultimo” che gli ha permesso di vincere il premio MIIF come migliore attore e anche una serie di spettacoli teatrali tipo "Una giornata particolare" di Ettore Scola con Giulio Scarpati e Valeria Solarino e "Romeo e Giulietta" diretto da Gigi Proietti. E tra tante arti non si fa mancare nulla aggiungendo alla recitazione anche l'amore per la musica, visto che suona in una band: gli Eretica. Di tutto questo e di tanto altro ne ha parlato proprio Guglielmo Poggi nel corso di un’intervista per Unfolding Roma.

Il 23 febbraio, è uscito nelle sale "Beata Ignoranza". Un film con Marco Giallini e Alessandro Gassman in cui lei recita. Di che cosa si tratta?

La trama è piuttosto lineare: sono due docenti di un liceo che insegnano materie diverse e che hanno anche delle grandi differenze nella vita. Uno è un vetusto insegnante che rifiuta la tecnologia e l’altro invece è un super ragazzino peter pan che usa le tecnologie e i social in qualsiasi momento della giornata. Per via di un rapporto difficile con una figlia cambieranno le loro abitudini entrando l’uno nel mondo dell’altro. Questa è la storia. All’interno di questa storia mi muovo dando il via alla vicenda caricando il video della loro rissa su Youtube: così un sacco di gente riesce a vedere questo filmato e grazie a me poi parte la storia. Non è la prima volta che succede perché spesso faccio l’avviatore delle storie, anche in “Smetto quando voglio” succedeva così in cui praticamente drogavo il mio professore e poi la vicenda cominciava da lì. Quindi è una cosa che mi fanno fare spesso nei film.

A proposito del ruolo di ‘iniziatore di vicende’, che spesso ha impersonato, oltre a "Beata Ignoranza", anche in "Smetto quando voglio" e "L’estate addosso". Visto che in un’altra intervista ha detto che le piace stare in mezzo alle vicende, le chiedo se questo fatto di dare il via alle cose fa parte di lei anche nella vita reale?

È proprio per il contrario, sicuramente sono uno che ama investire, nel senso che ama cominciare progetti di vario genere, anche cose che ho fatto di recente a livello sia musicale che registico. A me piace fare sempre qualcosa e iniziare. Per quanto riguarda l’iniziare le vicende e lo stare sempre in mezzo poi nella vita è diverso. Mi piace stare molto in mezzo, ma anche vivere i miei momenti personali e privati e prendermi le mie fasi anche di pensiero e di riflessione dove sbagliare e fare anche cose che non si temono per crescere ed essere concentrato quando invece devo fare cose per bene.

Che tipo di personaggio è Binetti (ruolo impersonato da Poggi nel film, ndr) in "Beata Ignoranza"?

È una categoria che esiste e secondo me è molto diffusa e preoccupante in un certo senso, perché sono ragazzi che vivono solo nella realtà virtuale. Binetti è uno che gioca in continuazione ai videogame di guerra, ma anche di altro genere, è appiccicato allo smartphone dalla mattina alla sera. È un nerd. Ed è interessante il ruolo che ha voluto scrivere Massimiliano (Bruno, il regista ndr) perché non è un nerd classico, ma uno che vive in un quartiere di Roma con la nonna ed è il terzo anno di fila che fa la maturità. Sta appiccicato ai videogiochi e allo smartphone ma non ha una vita sociale. È proprio il classico tipo che naviga dalla mattina alla sera, ha molti amici, ma sono virtuali ed è di una solitudine disperante, anche se non le vediamo, però sicuramente è un tipo di personaggio di quelli che sono veramente soli.

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"Beata Ignoranza" tratta argomenti come la tecnologia e i social, quindi a proposito di questi qual è il suo pensiero?

Penso che, com’è detto nel film non è che tutte le invenzioni che vengono fatte vengono fatte per danneggiare. La tecnologia e i social in realtà sono utilissimi, posso sentire in continuazione il mio migliore amico che vive a New York, posso stare a contatto con persone interessanti scambiandomi file e articoli che magari io non conosco e in questo senso la socialità è utile. Poi c’è il risvolto contrario. Questa bordata di comunicazione impedisce ai rapporti umani di svilupparsi correttamente, perché è ovvio che il fatto che io non debba prendere un mezzo di trasporto per raggiungere una persona, o che possa in qualunque momento sapere e vedere dov’è elimina completamente la privacy. Ma dall’altra parte crea anche una sfera di segreti, di parallelo virtuale, che rovina secondo me un sacco di relazioni. Massimiliano (Bruno, ndr) in conferenza stampa diceva, e io credo di condividere, che per i divorzi WhatsApp, Facebook, Instagram sono diventati una mano santa. Basta niente e adesso è tutto tracciato e tracciabile, e ti stimola in continuazione al peggio e per questo bisogna fare educazione, soprattutto sui giovani che non ne fanno a meno. Io in primis non posso fare a meno dei social, sarei stupido a dire che preferivo quando c’erano i messaggi o gli squilli. Sono contento di avere WhatsApp, di avere Facebook e di avere Instagram, perché sono molto comodi anche per il mio lavoro. Ciò detto, bisogna educare fin dal liceo a capire che cosa sono queste tecnologie e come non fare dei danni. Perché una serie di microcriminalità che prima non esistevano e una serie di prepotenze e violenze d’ora in poi dovranno essere affrontate.

Come si è avvicinato al mondo della recitazione?

Ho iniziato in realtà con il doppiaggio, perché i miei genitori che sono anche loro nell’ambito non volevano che un ragazzino facesse alcun genere di attività artistica, perché erano più spaventati dal fatto che con i bambini è pericoloso lavorare perché molti rimangono anche traumatizzati da certi ritmi e certe realtà. E quindi ho cominciato con il doppiaggio. Ho doppiato tantissimo da ragazzino e poi a un certo punto, in via assolutamente casuale ho fatto il primo provino della mia vita a sedici anni, perché una mia compagna di classe che era la figlia di una casting mi disse ‘perché non vai a fare il provino per “Provaci ancora prof”’ e feci la prima serie. Da lì in poi è stato tutto un susseguirsi di cose che mi hanno portato a essere pronto un po’ a tutto. Non avevo molto chiaro cosa volessi fare all’inizio: se l’attore teatrale, se il musicista, se il cinema, se il doppiaggio e quindi ero abbastanza confuso. Poi quando ho avuto l’opportunità di studiare al Centro sperimentale, ho capito che la mia vita era il cinema e poi il teatro, e la musica come altra parte della mia vita. Anche se l’arte che ho scelto è quella dell’audiovisivo, in particolare il cinema.

Da quando ha iniziato, ha fatto tante cose tra tv, cinema e teatro: ha recitato in "Smetto quando voglio" con Edoardo Leo, adesso in "Beata Ignoranza" con Alessandro Gassman e Marco Giallini. A teatro ha lavorato con Giulio Scarpati e Valeria Solarino, ed è stato diretto da Gigi Proietti in "Romeo e Giulietta" e al cinema da registi come Gabriele Muccino in "L’estate addosso", poi Sidney Sibilia, Massimiliano Bruno e anche Alessandro D’Alatri. Tra tutti questi nomi c’è qualcuno che le ha insegnato o lasciato qualcosa che è stato utile per il suo lavoro?

Non la prenda come una cosa politicamente corretta, ma dico tutti. Posso dire cosa mi hanno lasciato. Per esempio Proietti mi ha insegnato che fino all’ultima risata, fino all’ultimo successo più grande non puoi essere contento, c’è sempre qualcosa in più da fare e questa è una lezione da grande maestro. Gabriele Muccino, Sidney (Sibilia, ndr), tutti i registi, lo stesso Massimiliano Bruno con cui ho avuto a che fare mi hanno insegnato che cos’è la regia nei rispettivi generi. Devo dire che in quello sono stato veramente fortunato perché ho lavorato con dei grandi registi, poiché Gabriele Muccino, Sidney Sibilia, Massimiliano Bruno e anche Ludovico Di Martino con cui ho fatto “Il nostro ultimo” da protagonista sono tutti secondo me, chi potenziale e chi l’ha già dimostrato, dei grandi registi, che sanno che cos’è la regia. E poi ci sono tutta quella serie di attori, come Stefano Fresi, Edoardo Leo, Valerio Aprea, Gassman, Giallini che sono degli attori talmente generosi, questo mi sento di dirlo, forse anche perché sono anche registi e fanno tutti qualcos’altro, che quando reciti con loro non lo fai mai solo tu. Stanno sempre recitando anche loro per te ed è bellissimo, perché ti aiutano e ti preservano e ti fanno crescere in maniera esponenziale. Basta uno sguardo, basta come ti danno una battuta e sei subito facilitato. Recitare con loro è veramente come andare al luna park e questo è un grande insegnamento, perché un sacco di attori nell’epoca passata, nell’epoca dei miei genitori evitavano anzi se potevano, lo punivano un ragazzo che aveva più successo di loro. E invece in certe scene ti rendi conto che attori del calibro di Gassman, di Edoardo Leo, di Stefano Fresi si mettono da parte per farti uscire e questa è una cosa di grandissima generosità secondo me.

E invece c’è qualcuno con cui non ha lavorato e con cui vorrebbe lavorare?

Ci diciamo sempre con Stefano Fresi che, nonostante l’amicizia che ci leghi, in realtà insieme non abbiamo mai lavorato. Abbiamo sempre lavorato negli stessi film ma non abbiamo mai fatto qualcosa insieme, ed è da tempo che ci pensiamo. Però in realtà se potessi rilavorerei con tutti, con Massimiliano Bruno ho fatto il primo film e l’ultimo e sono stato veramente entusiasta. Lavorerei di nuovo per esempio con Alessandro D’Alatri, regista di The Start Up, perché anche lui mi ha insegnato tantissime cose, lavorerei subito con Edoardo Leo e con Gassman e Giallini. Sono tutti straordinari e questo non lo dico, ripeto, per piacioneria ma perché sono veramente generosi, si cresce tanto, e quindi ne vale la pena. Un’altra cosa che devo assolutamente citare, perché si sta parlando solo della parte cinematografica, è anche il discorso teatrale: ho ricevuto degli insegnamenti da Valerio Solarino e Giulio Scarpati in “Una giornata particolare”. Ogni giorno Valeria e Giulio erano incredibili perché pure dopo mesi e mesi stavano a curare la singola pausa della singola battuta come se fosse la prima dello spettacolo a Roma. E poi anche da questa cosa con cui sono in tournée adesso “Mar del Plata”: il fatto di essere tutti ragazzi, fare una storia importante, rendersi conto che si fa parte di una squadra e che ci si sostiene l’un l’altro è un’altra cosa molto grossa e che mi sta insegnando tanto.

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Ad aprile uscirà “The Start Up”, film di Alessandro D’Alatri, che tratta di un’idea realizzata da un ragazzo riguardante un sito sul lavoro. Ecco a proposito del lavoro, delle difficoltà che i giovani di oggi hanno nel vivere la propria vita, lei ha detto che si sente di essere “severo”. Perché?

Io sono severo perché in realtà non sono così convinto che non sia facile. Sono convinto che siamo cambiati noi. Mio padre è uno che viene da un paese dove per i primi anni della sua vita non c’era l’acqua calda in casa. C’erano problemi di ogni genere e mio padre ha avuto quel tipo d’infanzia. Io ho avuto l’infanzia in un mondo democratico, dove comunque il pane a casa non è mai mancato, in cui tutti si possono permettere un i-phone e si possono permettere di fare i loro investimenti, ma il problema è che non c’è nessun progetto nel futuro. Cioè per la nostra generazione il futuro è un’incognita, per cui qualunque investimento potenziale è nel vuoto, potrebbe andare bene o male. Siamo, non credo di doverlo dire io perché penso che sia sotto gli occhi di tutti, un paese che ha grossissime difficoltà ad affrontare il discorso del lavoro. Perché siamo un paese europeo ma non siamo abbastanza pronti a cambiare verso una direzione di progresso. E purtroppo lo dico, perché come categoria di attori non siamo rappresentati, visto che non abbiamo un sindacato forte a livello di diritti, e siamo sotto altre categorie. E mi rendo conto che per persone che non hanno la fortuna di farlo, e ce lo diciamo sempre nella compagnia dove sono ora che poi il lavoro vero è quello da muratore che è sicuramente un’altra cosa. È diverso dal nostro, dove comunque noi godiamo nello stare in scena, ne siamo felici ed è un privilegio; però c’è da dire che a oggi per molti dei miei compagni del Centro sperimentale e per molte persone che conosco è un’incognita che porta poi anche a rinunciare a dei sogni in cui è giusto che credano, perché sono bravi. E questo vuol dire non tutelare. Per esempio, non sono un grandissimo esterofilo, però so di paesi europei in cui un attore è riconosciuto come tale perché ha fatto le scuole di formazione importanti che non sono poche, ma una decina. E un altro problema del nostro paese è che di scuole di recitazione ce ne sono non so quante, sono più delle scuole dell’obbligo, allora non riesco a capire come si possa fare un confronto con paesi dove un attore riconosciuto ha il sussidio se non lavora. Non ricordo dove, ma sono certo che ci sono dei paesi in cui un attore disoccupato nel momento in cui deve studiare per una produzione teatrale che farà gli viene riconosciuto un sussidio minimo di un tot al mese per sopravvivere, per informarsi su quello che succede e per prepararsi in maniera abbastanza seria da poter poi affrontare il prodotto che deve fare. Io parlo del mio lavoro, non di quello in generale, perché la ritengo una cosa fuori dalla mia portata occuparmi dei lavori altrui ed è assurdo vedere dei giovani anche bravi che si affacciano a questa professione e: o hanno la fortuna che gli s’imbrocchino quei due - tre film di seguito come può essere successo a me; o sennò cadi in una depressione da cui nessuno ti aiuta. Anche perché il nostro panorama artistico è molto vario, vai dal teatro fatto per bene alla televisione brutta, a dei film che non capisci tanto che dimensione possono avere, al mercato indipendente. Io ho fatto il primo film da protagonista e per ora anche l’unico che è indipendente e che ho co-prodotto andando gratis portando le persone a me care a recitare gratis e poi questo film, che è bellissimo, non ha distribuzione, perché i giovani non sono tutelati in questo. E quindi o si accetta che è un investimento a perdere, quindi potrebbe andarti bene o male, poi qualcuno ce la fa o sennò effettivamente bisogna cambiare e andarsene da un’altra parte perché qui per i giovani è un problema lavorare nel mondo dello spettacolo. Per non parlare poi di altri mondi che conosco come quello della musica, che è diventato difficilissimo e dove non ci sono strutture che ti aiutano. Ce ne sono, ma è molto complicato, perché se non t’inventi da solo a volte soffri. Soffri il fatto che i grandi mandano avanti quelli che gli interessano. E non sono né complottista né uno che si lamenta del paese dove si trova, perché a me sta andando bene e ne sono grato, però per il mondo dello spettacolo servirebbero delle strutture più serie, più competenti e che possano aiutare nell’inserimento del mondo del lavoro attori che hanno studiato e non quelli presi dalla strada che ormai sono una moda che uccide chi investe da anni. Tipo me, che dopo cinque anni di formazione sono due anni che lavoro solo ed esclusivamente con questo, non faccio altri lavori e penso che voglio per tutta la vita guadagnare e mettere su magari una famiglia e una casa con il mio lavoro e non con un altro. La cosa più interessante in tutto ciò è che a fronte dell’assenza di strutture, riconoscendo che manca qualcosa, poi invece vedo un sacco di persone che conosco e che reagiscono a questo. E che quindi per dirne una si creano realtà giovanili e penso, sinceramente, che il motivo per il quale si sia abbassato il livello di tutto è perché le persone non parlano più fra di loro. Lo vedo nella mia categoria: si tende a nascondere se c’è un provino o le idee difendendole come se avendola avuta per primo allora non dovrei rivelarla a nessuno. Questo è un problema: perché il grande cinema si è fatto con i grandi registi, con i grandi attori, artisti e sceneggiatori dell’epoca, che si parlavano tra di loro e a fronte di mancanze strutturali e di difficoltà si riunivano e creavano delle cose belle e interessanti per il loro tempo. Adesso questa botta d’individualismo e di democrazia da web un po’ facile fa essere tutto molto più complicato e quindi si finisce poi con il lamentarsi delle istituzioni al posto di fare qualcosa. E a questo sono abbastanza contrario, perché pur vedendo tutte le difficoltà che ci sono credo che sia ancora di più una spinta ad arrotolarsi le maniche per mettersi a fare qualcosa con tutto te stesso e con altre persone.

Se dovesse dare un consiglio a chi vorrebbe fare il suo lavoro cosa direbbe?

È proprio un lavoro, sebbene la maggior parte dei registi italiani, quindi non quelli di qualità a mio avviso, ma anche alcuni di qualità che lo fanno benissimo, spesso tenda a preferire chi non lo fa come lavoro, perché effettivamente ha dei colori giusti per quello che è e deve interpretare. Ma ciò crea un gap tra chi studia questo lavoro, chi lo fa e ci si dedica e chi invece un po’ casualmente è preso lì. Io sono andato a studiare in due accademie diverse, una per il teatro e una per il cinema, e se non avessi capito come funziona la macchina da presa perché da quando sono passato a fare anche la regia capisco molto meglio che cosa fa un attore, mi è molto più chiaro. Se non avessi studiato, se non avessi capito, guardato mille spettacoli, mille film, mille concerti a oggi sono certo che sarei un attore ancora peggiore di quello che sono (ride, ndr), cioè mi ha aiutato un sacco vedere gli altri. I miei colleghi che non vanno a vedere nessuno non li capisco. Io vado a teatro e al cinema perché devo studiare e devo rubare. Quindi tutti quelli che vogliono cominciare a fare questo lavoro devono guardare, studiare, andare a scoprire chi sono quelli importanti della nostra storia. Guardare gli attori, magari anche meno appariscenti che hanno fatto cose meno importanti e rendersi conto invece di quanto siano stati preziosi per la nostra storia, e soprattutto non guardare solo gli americani. Perché, oltretutto se li devono vedere, lo devono fare in lingua originale, ma comunque in ogni caso non sono solo loro ad aver fatto grandi cose. Noi abbiamo una quantità di film che non vengono visti che sono dei capolavori assoluti ed è importante che si vedano, perché un giovane attore non può non sapere che cosa abbiano fatto con questa lingua e con questi spettacolari, incredibili e geniali espedienti che ci offre il nostro paese. Bisogna vederli, studiarli, sapere, informarsi andare a vedere e scoprire il più possibile, altrimenti non si parla di niente quando si recita, si dirige, si suona o si esprime qualcosa su ciò che si è visto o sennò è vuoto. È mera emotività e personalmente di vedere gente che piange bene sono anche stanco, ormai lo sanno fare tutti. Il livello si è alzato, sarebbe opportuno che qualcuno cominciasse a raccontare delle storie interessanti e non a caso quando lo fanno l’Italia viene premiata in tutto il mondo.

Ha recitato da protagonista nel film indipendente “Il nostro ultimo” di Ludovico Di Martino. Ed è la storia di un viaggio di espiazione e di formazione, quindi una metafora che potrebbe indicare la ricerca di qualcosa. Le è mai capitato di fare questo tipo di percorso e come descriverebbe il viaggio raccontato nel film che inoltre non è stato distribuito nel modo adeguato?

Personalmente no. Non ho fatto un viaggio di espiazione, anche perché non credo in quel senso di aver mai avuto nulla da espiare. Posso invece dire che cos’è stato quel viaggio con tutti i mezzi precari. Era un film auto prodotto con gli sforzi di Ludovico Di Martino, Gabriele Luppi, Santucci, ma comunque una piccola produzione e credo che sia abbastanza evidente che noi abbiamo fatto veramente il viaggio. Siamo andati a fare questo film alla disperata andando in giro per luoghi meravigliosi dell’Italia, così come veniva, e devo dire che mi sono reso conto dell’importanza del viaggio in senso esplorativo: arrivare in un posto e cercarne le meraviglie per poi inquadrarle è un’esperienza che consiglierei a chiunque. Perché ti mette in una condizione di attenzione nei confronti del resto che noi non abbiamo più. Sono due anni che faccio tournée in giro per l’Italia e mi rendo conto, ora per esempio sono a Ravenna, che l’Italia è un posto talmente pieno di meraviglia ovunque, che per noi che ce l’abbiamo questa meraviglia e che siamo nati qui non ce ne rendiamo tanto conto. E quel film mi ha insegnato esattamente questo per ciò che riguarda l’esperienza del viaggio: avere un’attenzione incredibile per ciò che c’è attorno a te, perché ti può in continuazione stimolare a fare qualcosa di grande. Per ciò che riguarda proprio il film, trovo assurdo che non sia distribuito, aldilà del fatto che sia un bel film, ma è esattamente quello che dovrebbe essere il cinema oggi. Come diceva Martin Scorsese nella lettera alla figlia qualche tempo fa: che ora fare un film a livello tecnico è una stupidaggine, perché ci sono delle macchine da presa che girano in digitale che sono assolutamente alla portata di tutti, il problema sono le cose da dire. Questo film ha tante cose da dire, ne dice tante, parla del rapporto con il genitore, di quello con la morte di un genitore ma in generale, parla di quanto i rapporti personali persino tra fratelli siano diventati complicati. Di quanto siamo sconosciuti nelle case, visto che ormai siamo individualisti in maniera schifosa, però non lo dico perchè sono severo con la mia generazione, ma perché spesso effettivamente noi preferiamo vivere anche in conglomerati tipo la famiglia e preferiamo il nostro privato alla collettività. E quindi è ovvio che un film che parla di due fratelli che sono sempre stati distanti e che perdono la madre e vanno a fare un viaggio perché era il suo ultimo desiderio della madre ma per tutto il tempo il problema che hanno è di avvicinarsi quando poi si dimostra che alla fine vicini non lo saranno mai, secondo me è un film che racconta qualcosa di molto chiaro. È un peccato che per la mancanza di un nome grosso, comunque c’è Giobbe Covatta ma da solo non poteva reggere la distribuzione, e per mancanza di un investimento serio da parte di una società di produzione di qualunque genere non ci sia stata una distribuzione adeguata. Perché film di questo genere fanno bene alle persone, al paese e posso testimoniarlo. Sono andato a New York a presentarlo alla New York University e un sacco di gente è uscita dicendomi ‘in Italia avrà avuto un grande successo’ e io ho dovuto dire che in Italia non era nemmeno stato distribuito. E questo la dice lunga sul fatto che la nostra lungimiranza poi è dimostrazione del perché certi paesi dal punto di vista cinematografico sono avanti, e invece noi siamo indietro, e nel panorama internazionale usciamo una volta ogni cinque - sei anni.

Adesso, lasciando da parte il cinema, è in tournèe a teatro con "Mar del Plata": una storia scritta da Claudio Fava e che racconta le vicende di una squadra di Rugby nel periodo della dittatura di Videla. Un fatto che poco si conosce e che riguarda un tema importante, oltre ad essere stato scritto da Fava che allo stesso tempo ha alle spalle un altro tipo di episodi importanti per il nostro paese, visto che è figlio di Giuseppe Fava ucciso dalla mafia.

Aldilà di Fava che ha un suo percorso personale legato al fatto di essere figlio di Giuseppe Fava, che era anche drammaturgo sebbene se si conosce meno come tale, e per ciò che riguarda i soprusi e in generale la mafia e in generale le associazioni che fanno del male, Mar del plata ha un unicum nello scenario italiano, il fatto che si parli di un altro paese in questo caso l’Argentina di un’altra epoca negli anni di Jorge Rafael Videla e dell’occupazione dell’esercito, ma facendolo in maniera assolutamente contemporanea. E non intendo a livello di costumi o di ambientazione, ma parlo del fatto che quando si vede l’opera si respira in continuazione, anche grazie a Fava che fa dei riferimenti alla sua cultura siciliana, l’aria di una cosa che deve far riflettere ovvero che ora non si combatterebbe più per un’idea di questo tipo. Parla di ragazzi che vogliono giocare a rugby e che in maniera assolutamente gratuita vengono sterminati. Quello che è interessante è che questi ragazzi fanno qualcosa di apparentemente e assolutamente pacifico e cioè con un minuto di silenzio che poi diventano dieci ricordare una persona che è stata uccisa, questo crea un gap perché come viene detto nello spettacolo ‘avete vent’anni e non sanno quello che pensate’. Nel contemporaneo manca questo senso di paura nei confronti di quello che pensa un 20enne. Un 20enne di oggi non credo che si metterebbe mai al servizio dell’amico, del compagno di squadra per difendere un’ideale, ma la dico anche più grossa non so se adesso esisterebbero i partigiani, perché c’è un individualismo talmente forte e radicato culturalmente che non sono sicuro del fatto che oggi si difenderebbe la libertà a costo della vita. E quindi è ovvio che uno spettacolo di questo genere parli della nostra contemporaneità e suggerisca questa cosa ai nostri contemporanei. E sono contento di vedere dei teatri sempre pieni con dei ragazzi che vengono a ringraziare perché effettivamente vuol dire che il lavoro è stato compiuto e bene. Anche perché si fa grande fatica a fare questo testo sia per quello che significa ma anche a livello fisico: ci spacchiamo veramente, e perché siamo rugbisti e perché investiamo tanta roba di nostro. E vedere che questo venga riconosciuto anche se non hai il solito cast stellare fa piacere.

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Che tipo di emozione si vive nel raccontare questa vicenda che è lontana dall’Italia e che non viene spesso ricordata?

È quasi meglio che non sia una storia italiana, perché se lo fosse stato immediatamente ci sarebbe stato il discorso del ‘ricordiamo i nostri partigiani e quanto sono stati utili’. Invece qua non c’è un discorso diretto che ci riguarda. Tra i paesi dell’America del Sud l’Argentina è quello che ci è più vicino, sappiamo delle contaminazioni italiane in Argentina, va detto che la cosa più forte che sento andando in scena tutto le sere: è che queste persone non si diano pace del fatto che si possa morire a vent’anni per un ideale. Che poi tra l’altro, e questo è sottile, tutte le sere quando vado in scena mi rendo conto che a farmi più male non è il discorso che muore un amico, una cosa che oggettivamente ti colpi colpisce come un camion, perché è ovvio che la morte di un amico ti uccida, ma il fatto che non c’è presa di posizione. Quando parlo di ideale, non parlo di un ideale politico per cui muoiono, non parlo di una difesa estenuante di un concetto o di una presa di posizione importante, ma solo e semplicemente del difendere la libertà di giocare al proprio sport e di poter ricordare un amico che non fa più parte della squadra senza additare nessuno. Senza dire ‘tu sei colpevole, regime schifoso’, no. Difendendo solo il diritto a ricordare un amico. E quando ti rendi conto che le persone possono morire, possono perdere la propria libertà per questo e se pensi che in tutto il mondo, e giuro lo so per certo, in questo preciso istante in un sacco di paesi questa libertà non è permessa, ti rendi conto del fatto che uno spettacolo del genere colpisce le persone, perché è una doccia fredda. E il fatto che non sia ambientato in Italia e che sia una storia lontana ti fa ancora più male, perché tu puoi enfatizzare senza essere coinvolto e perché si parla di un paese lontano e senti che stai mancando in qualcosa, non ti stai informando abbastanza, non stai dando il giusto valore alla democrazia e alla libertà. E in questo senso un ragazzo che viene a vedere lo spettacolo si sente di avere un grande privilegio, quello di appartenere a un mondo libero e democratico dove può vivere liberamente e dove può avere nei confronti del dolore un normale iter: cioè può soffrire se muore un suo amico.

In una precedente intervista ha detto che il palco più emozionante è quello dei concerti, visto che, oltre a recitare, canta e suona in una band: gli Eretica.

C’è un discorso importante da fare a riguardo della musica. Rispetto a quelle altre arti, parlo da musicista, non da persona che ascolta ma che la fa, la musica è veramente un salto nel buio. Intendo dire che Sali, fai il tuo pezzo, ma sei tu lì sopra. Ed è un po’ un’emozione simile a quella dell’attore teatrale, però ha poi l’impianto registico. Il musicista veramente ha un rapporto diretto con chi lo ascolta. Guarda negli occhi chi lo ascolta e in quel momento gli arriva esattamente quello che lo spettatore ascoltando sente e vede. Questa cosa che può sembrare banale è un’esperienza completamente senza filtro, che un musicista fa mettendosi veramente in diretto contatto con chi lo ascolta ed io attualmente ogni volta che mi metto sul palcoscenico musicale e faccio un concerto guardo negli occhi chi sta lì davanti sento veramente un rapporto diretto, cosa che con il teatro non c’è. Nel teatro a meno che non si faccia un testo molto particolare, rimane il concetto di quarta parete, rimane il fatto che ti stai occupando del personaggio con cui stai parlando ed è difficile avere un contatto con il pubblico. È come se fosse un’operazione a triangolo cioè io parlo con te e arriva a un terzo. Nella musica questo non c’è, è diretta a chi ti sta guardando, questo almeno per la mia esperienza. E quindi quando mi metto con Francesco Berretti che è il chitarrista del gruppo e facciamo la nostra esibizione, che tra l’altro a livello tecnico è abbastanza difficile perché cambiamo strumenti (io passo dalla chitarra alla fisarmonica) e ne usiamo anche di digitali che possono sbagliare, allora prendo un rischio ma lo faccio perché per quei tre minuti non si può fallire in nessun modo, cioè deve andare. Non è come a teatro che si può trovare una soluzione, o si sbaglia o si fa giusto. E per me questo è veramente molto emozionante, perché quando salgo là sopra so che ogni volta è come buttare una monetina: o va bene o va male. Per me questa rimane una cosa che mi colpisce e mi emoziona molto. E la musica resta per me il rifugio forse più importante che ho.

Tra tutte le arti, la musica è quindi quella preferita?

Io direi che tra tutti i lavori che faccio, attore cinematografico, teatrale, doppiatore, regista cinematografico per quel poco che sto facendo la musica rimane l’aspetto più ‘hobby’ che ho: da che sono ragazzino suonavo nel gruppetto al liceo a ora che faccio concerti in luoghi importanti, penso al fatto che sono arrivato in finale al Marmo Music Match con un sacco di gente veramente forte che fa concerti da anni a livelli alti. Mi sento di poter dire che non è un progetto fine a se stesso. Fare l’attore per me a oggi è anche a volte, e lo sentirà dire da un sacco di professionisti, andare in scena e fare la replica senza per forza essere emozionato e molto preso, perché magari alla sessantesima replica l’emozione non ce l’hai più e te la devi creare da solo. E quindi il tuo lavoro è dare allo spettatore che ha preso la macchina, è uscito da casa e ha pagato il biglietto dopo aver lavorato tutto il giorno, sempre e con umiltà il massimo e te lo devi ricreare. E quello è proprio lavoro, quando salgo su un palco per suonare ogni volta mi sento come un ragazzino che dà il primo bacio, quella è una sensazione che ho tutti i giorni, per cui poi non rinuncio alla musica nonostante sia il contesto più difficile in cui abbia mai lavorato, senza ombra di dubbio.

Che genere fate?

Alternative Rock, perché non è rock classico visto che c’è una commistione di un sacco di generi, anche musica tradizionale e sonorità elettroniche. C’è tanta roba, quindi un rock secondo me alternativo.

Mettendo da parte il suo lavoro, visto che è di Roma cosa ne pensa della situazione attuale della città?

Credo che a Roma ci sia un vuoto preoccupante, non l’avevo mai visto così come in questo momento. Ho grosse difficoltà a capire che cosa stia succedendo in questa città, non mi piace la Giunta, non mi piace come viene governata Roma. Posso però scagliare una lancia in favore di chi la sta amministrando, perché per esempio sulla questione del Valle ho saputo da Alessandro Gassman che questa Giunta pare la prima ad essersi mossa effettivamente e sarebbe entrata in un vero dialogo con chi vuole rendere di nuovo il Valle un teatro pubblico e permettere alla gente di andare a vedere gli spettacoli lì. Credo che sia una città ridicola da un punto di vista dell’impatto che ha nei confronti di chi viene da fuori, perché manca completamente di strutture ed è retrograda in questo senso. Noi potremmo essere potenzialmente la capitale in cui vengono tutti i giovani delle altre città importanti e non si capisce perché debbano andare tutti a Berlino o Parigi e non si capisce cosa manchi a Roma in termini di bellezze, di formazione e di cultura. Potremmo essere veramente una grande città europea e attirare un sacco d’interessi dall’estero e non lo facciamo perché siamo schiavi di palazzinari e associazioni. Anche sulla questione del teatro dell’Orologio vorrei capire esattamente perché interrompere qualcosa che va avanti da anni per una cosa giusta e legittima come il fatto che manchi un’uscita di sicurezza, ma interrompere una stagione a metà anno rendendo difficile la vita di ragazzi della mia età che hanno investito in uno spettacolo e ora non sanno più dove farlo. Vorrei capire perché d’improvviso si tende a questa botta di sicurezza e del rispetto delle norme, quando a Roma possiamo testimoniarlo noi che ci viviamo non c’è niente che funzioni, niente di legale da nessuna parte e si vanno combattere soltanto i fenomeni migliori, tipo la cultura in un palazzo peraltro che è stato pensato e costruito da un certo Borromini e che quindi è un po’ difficile andare a toccare e a sistemare. Credo che da questo punto di vista siamo veramente indietro e che quando ci sarà qualcuno di veramente coraggioso che non sia governato dall’alto credo che quel giorno potremo diventare veramente una città competitiva prendendo delle scelte secondo me molto semplici, tipo far funzionare i mezzi di trasporto per tutta la notte come avviene a New York e da poco anche a Londra e permettere a una ragazza di poter camminare tranquillamente per strada. Ricominciando a investire su quello che abbiamo di più forte a Roma che è la cultura.

Parlando del fatto che non ha tatuaggi in un'altra occasione ha detto che non le piacciono le cose che durano a lungo. In che senso?

Non c’è nella mia cultura, credo che sia tutto relativo al tempo che si vive. Credo che anche il piacere sia momentaneo, che solo alcune cose particolarmente fortunate continuino per un tempo: tipo la passione per ciò che si fa, la passione per una donna con cui fare un progetto lungo, ma credo che siano degli unicum, e anche per quello sono meravigliosi, perché il resto invece è assolutamente momentaneo. Credo che il tatuaggio a oggi e parlo in generale di tutte le mode che ti cambiano il corpo siano un filino abusate. Credo che adesso gli strani siamo noi che non ce l’abbiamo, e di questo ne sono felice, perché vuol dire che viviamo in un mondo più aperto e grazie a Dio una persona si può tatuare la pelle come vuole e rendere il suo corpo una meravigliosa mappa se vuole, senza essere giudicato male. Poi dall’altra parte se non si ha una particolare propensione e un particolare motivo non capisco perché fare una cosa che poi ti dovrai portare avanti per sempre, ci pensa già l’esperienza a quello, anzi il problema semmai è il fatto di non avere più memoria dell’esperienza, ma non credo che sia un segno sulla tua pelle a ricordartelo. Credo che debba essere il cervello, il cuore, tutti gli organi che lavorano all’esperienza vera a doverti ricordare cosa hai fatto e cosa no.

Adesso sta entrando anche nel mondo della regia con un cortometraggio. Per finire quali sono i prossimi progetti?

Ci sto entrando molto in punta di piedi nel senso che per quanto abbia fatto parecchi cortometraggi e progetti da regista, io credo che ognuno dovrebbe fare il lavoro che sa fare e quindi ci sto provando auto-investendoci, ma sto provando senza autodefinirmi un regista. Vedo un sacco di gente che invece fa una robetta e dice sono un regista, sono un attore o uno scrittore. Per me ti puoi definire uno che lavora in un settore quando ci lavori veramente, non quando investi due soldi per fare il tuo spettacolo e la tua regia. Quindi non so come andrà, sicuramente con l’ultimo cortometraggio “Un po’ prima di sparire” ho avuto delle belle soddisfazioni in Italia e all’estero, perché ho parlato di anoressia in modo molto leggero e con il corto che sto ultimando siamo in fase di montaggio e post produzione, che è “Siamo la fine del mondo”. È il primo corto grosso che faccio nel senso con una produzione vera, sto investendo personalmente dei soldi importanti e anche a livello tecnico è molto difficile, visto che abbiamo girato sulla neve. E questo corto che parla di qualcosa che insomma ci riguarda tutti, cioè della comunicazione e dei danni che può fare, spero che sia uno spiraglio importante per il mio futuro. Nel senso che mi ci gioco tutto e l’ho anche detto alla mia troupe il primo giorno ‘questa per me è la prova del nove’ capisco se questo lavoro fa per me o meno e lo capisco investendoci dei miei soldi e quindi il primo marzo lo manderemo a Cannes. E poi cercheremo di fare tutti i festival principali se non dovesse andare bene a Cannes. Poi c’è l’uscita del film di D’Alatri ad aprile, inoltre c’è una cosa che consiglio di venire a vedere perché sono dei corti teatrali sempre di Massimiliano Bruno dove io parteciperò con mia madre che è un’attrice e ha scritto un testo per me e lei. E quindi faremo una cosa di una madre e un figlio a marzo. E poi c’è il progetto musicale con gli Eretica la finale ad aprile e poi successivamente faremo uscire un singolo tra aprile e maggio. Quindi chi vuole mi aggiunge su Facebook, sono su Instagram e mi si trova un po’ ovunque e per chi è interessato posso sempre dare le informazioni su quello che faccio su tutti i fronti.

Grazie a Guglielmo Poggi per l’intervista

Foto di copertina: crediti di Enrica Brescia 

Sabrina Redi

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