Peppino Mazzotta

Vita da Attore

1496
0
stampa articolo Galleria multimediale Scarica pdf

Cosa ricordi della tua prima esperienza di fronte ad una telecamera?

Assolutamente nulla! Solo che il film era “Prima che canti il gallo” di Mario Foglietti.

Come mai uno studente di architettura si butta "anima e core" nell'esperienza teatrale?

Mi iscrissi per caso ad una scuola di teatro a Palmi. Un’accademia all’epoca molto quotata e frequentata da giovani provenienti da tutta Italia, con pochi calabresi. Palmi era vicina a Reggio Calabria e pensai di poter affiancare allo studio dell’architettura anche quello del teatro. E’ finita che ho abbandonato i miei studi universitari e ho continuato quelli teatrali.

Negli anni '90 che difficoltà poteva incontrare un ragazzo per intraprendere la carriera di attore?

Chi, come me, aveva 20 anni all’inizio degli anni ‘90, e aveva voglia di impegnarsi e faticare non incontrava particolari difficoltà. C’erano tante compagnie stabili, pubbliche e private sia nel settore della tradizione che in quello della ricerca. Lo stato finanziava le imprese giovanili e sosteneva, oltre che gli stabili pubblici e privati, anche i cosiddetti stabili di innovazione. Insomma c’erano tante occasioni di lavoro e anche diversificate tra loro. In quegli anni c’era una legge speciale che al FUS affiancava un finanziamento per cinque compagnie giovani, della durata di due anni. Così facemmo nascere ROSSOTIZIANO ed eravamo poco più che ventenni. Dopo i due anni di finanziamento speciale, ROSSOTIZIANO si guadagnò l’accesso ordinario ai fondi del ministero e venne equiparata a tutte le altre compagnie teatrali “anziane” che operavano sul territorio nazionale. Abbiamo lavorato per 10 anni come compagna stabile. Sono stati dieci anni di intensa attività e grandi gratificazioni. Oggi una cosa del genere per i ventenni è impensabile. Le compagnie chiudono. I teatri chiudono. I finanziamenti si riducono drasticamente e, per quelli che rimangono, l’attività amministrativa è così congestionata che non riesce a garantire erogazioni puntuali accumulando ritardi che in molti casi superano i due/tre anni. No, i giovani artisti oggi hanno decisamente ereditato una condizione sfavorevole e impervia. Sono figli di un tempo malato, il tempo del “con la cultura non si mangia”. Frase che appartiene a un territorio dialettico che denuncia la totale mancanza di considerazione del concetto di lavoro intellettuale, di arte, di cultura. Bisogna che i giovani acquisiscano e difendano l’idea che la cultura (e quindi anche il teatro) è un valore, non un prodotto. E in quanto tale per difenderla o attaccarla non si possono usare le argomentazioni che si usano per le attività commerciali secondo il codice profitto/perdita.

Squadra antimafia, distretto di polizia, commissario Montalbano, e parti in R.I.S, crimini 2, il capitano...Nella televisione è stato più volte interprete in ruoli di serie poliziesche... un semplice caso?

Credo di sì. Ma la statistica aiuta a comprendere meglio. La televisione italiana produce quasi esclusivamente polizieschi o mafiamovie.

Cosa c'è di diverso tra un attore di teatro e un attore televisivo?

Nel cinema ci si può concentrare liberamente sul dentro perché la cinepresa è capace di cogliere il più piccolo movimento interiore, ogni minuscolo smottamento emozionale e ingrandirli a dismisura. In teatro l’interiorità deve essere estroversa, catapultata fuori e veicolata, necessariamente, attraverso una serie di convenzioni consolidate da una pratica millenaria. Ma il protocollo creativo dell’attore non cambia. Il lavoro di studio e ricerca su un personaggio è lo stesso, qualunque sia il mezzo di riferimento. Un attore non è chiamato a fare scelte drastiche a favore del cinema, del teatro o della televisione. Un attore fa il suo lavoro sia che lo guardi un pubblico in uno spettacolo dal vivo, sia che lo spii una cinepresa o una telecamera. L’importante è essere consapevoli che ogni mezzo procura stimoli precisi e ha bisogno di essere stimolato altrettanto precisamente e in maniera specifica affinché il risultato sia efficace.

Qual è la parte più difficile che hai interpretato?

Senza dubbio Tartufo nel “TARTUFO” di Molière, diretto da Toni Servillo per il teatro di Roma. Un’esperienza importantissima e formativa. Ho interpretavo il ruolo di Tartufo a soli 27 anni e sono, a tutt’oggi, l’attore più giovane che abbia mai interpretato quel ruolo in contesti istituzionali. E’ stata un’esperienza forte che mi ha fatto crescere e ha creato un profondo legame con Servillo.

Probabilmente non ero pronto e non avevo la forza, l’esperienza, il carattere per affrontare una responsabilità di quel genere. Troppo giovane come essere umano. Allora ho dovuto recuperare questo gap in un tempo innaturale, per poter essere all’altezza del confronto con uno dei giganti della drammaturgia di tutti i tempi. Questo mi ha chiesto Tartufo: di crescere in fretta come individuo prima che come attore.

Tartufo è un personaggio rischiosissimo e pericoloso; Grassi lo definiva “ininterpretabile”. Tartufo è una sorta di buco nero, un’antenna che assorbe e catalizza tutte le negatività della compagnia, dei personaggi e del pubblico. Quando smetti senti un peso, avverti che ti sei caricato come una pila di energie scure, incamerate durante la recita senza avere la possibilità di espellerle. Jouvet, in un suo testo analitico, ammette che l’unico consiglio che si può dare a un regista che mette in scena Tartufo e a tutti quelli che lavorano intorno all’allestimento, è di lasciare in pace l’attore che lo interpreta.

Quando sei con la tua famiglia, cosa ti piace fare?

Stare con la mia famiglia. Lo “stare” diventa prezioso quando vedi i tuoi cari per pochi giorni all’anno.

Per essere un buon attore è più importante la fantasia, la sensibilità o la follia?

Dipende dagli attori. Conta molto la natura intima della persona. C’è chi attiva la sua creatività attraverso la fantasia. Chi attraverso la follia. Altri diventano folli perché troppo creativi. Altri ancora perché vittime del loro immaginario. C’è chi cura la sua follia attraverso la fantasia. E chi cura la sterilità del suo immaginario attraverso la follia. Un attore comunque deve avere la capacità di elaborare un parallelo organico tra le sue esperienze reali e la fantasia. Deve avere una predisposizione ad assorbire ogni percezione in maniera mirata, incamerandola in un personale bagaglio di “potenziali nuclei creativi”, che vengono catalogati e conservati fino al momento in cui non saranno utili per la creazione di un qualche personaggio. Deve avere anche la fantasia e la sensibilità sufficienti per costruirsi un’esperienza organica anche quando non fa parte di quel bagaglio. Un attore usa le sue esperienze emotive e fisiche come una sorta di campionario da commesso viaggiatore.


Qual è la gioia più grande che hai avuto nella tua carriera?

Sono fortunato. Ce ne sono così tante che non saprei sceglierne una.

Cosa i lettori non sanno di Peppino Mazzotta?

Tante cose. Ed è bene che continuino a non saperle.


Grazie mille sei stato gentilissimo! Buon lavoro!

Laura Castriota Scanderbeg 

© Riproduzione riservata

Multimedia