Solitudine, Rancore, Speranza, Sessualità E Politica In Il Ribelle Di Leonardo Rossi

Solitudine, Rancore, Speranza, Sessualità E Politica In Il Ribelle Di Leonardo Rossi

Profezie senza tempo tutte da interpretare al Teatro Trastevere

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“Lui è un ribelle. Un ragazzo che ha preferito scegliere una vita da mangiare sul confine del giorno e della notte. Una vita spesa sul limite dell’aurora o del tramonto”.

Cosa è la ribellione? Chi può essere definito un ribelle? Colui che si spinge oltre i limiti scritti e non della società; colui che frantuma i pensieri scavando nel proprio Io anche a costo di ferirsi; colui che si mette in gioco? Molti i dubbi che si nascondono dietro questa riflessione, molte le domande che vorremmo porre a Leonardo Rossi, giornalista, che si cimenta nella nuova veste di autore teatrale con un testo liberamente tratto dal “Trattato del Ribelle” di Ernest Jünger: “Il Ribelle”, regia e cura musicale di Gian Marco Montesano, con Umberto Marchesani e la partecipazione di Oscar Strizzi sarà in scena dal 2 al 5 novembre 2017 presso il Teatro Trastevere.

La Redazione di UnfoldingRoma Magazine ha avuto il piacere di intervistare Leonardo Rossi e scoprire i retroscena che hanno portato alla stesura di questo testo teatrale.

Da giornalista ad autore di testi teatrali: quali le difficoltà nell’approcciarsi ad un nuovo tipo di scrittura?

Passare da un registro all’altro non è stato difficile: in fondo, il giornalista è un narratore. Certamente esiste un mondo di sfumature, lessicali, sintattiche, e anche, perché no, commerciali che richiedono delle particolari attenzioni che vanno colte e coltivate; ma in fondo ogni giorno un giornalista è un po’ un attore e drammaturgo.

Le difficoltà sono intervenute nel momento in cui bisognava diventare altro da sé, provare a non cadere nella trappola di scaricare nel testo una personalità che potesse debordare e annichilire tutto il lavoro della scrittura.

Ecco, più che di difficoltà io parlerei di attenzioni: bisogna ricordarsi sempre che, quando si scrive un testo teatrale, come un testo giornalistico, bisogna evitare di far tracimare la propria personalità in modo fuorviante; ecco, mantenere sempre una propria consistenza, restando sempre un passo fuori dalla pagina.

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Da cosa nasce la scelta di scrivere un testo ispirato al “Trattato del Ribelle” di Ernst Jünger?

Perché oggi siamo tutti rivoluzionari senza sapere cosa sia la ribellione. La rivoluzione è una costante politica, educativa, sociale; la rivolta è una condizione dell’animo umano, che non potrà mai diventare uno stato spirituale per una nazione intera.

Non si può essere tutti dei rivoltosi, perché essere un uomo o una donna in rivolta vuol significa lanciarsi contro la Società che è forse la forma più perversa di Stato nello Stato che ci sia.

Jünger nel testo che ho preso in considerazione prende lentamente le distanze dal mondo e se ne torna nella foresta. Penso che, in un momento come questo, dove la velocità è uno strumento con cui si misura qualsiasi performance umana, e il valore delle cose è determinato non solo dal prezzo di produzione, ma dalla poca coscienza che si ha del lavoro necessario per produrlo, sia obbligatorio cautelarsi dall’onda anomala di un determinismo economico che ha tutti i tratti di un movimento spirituale.

Il rivoltoso vive una delle condizioni più complesse che io conosca, perché esiste e consiste nella società ma ne sta fuori; ama ma non idolatra; intuisce, comprende e, soprattutto, critica.

Il rivoltoso è la contraddizione più elegante che ci sia. Ama la vita e la detesta. Odia il mondo ma non può farne a meno.

Da Jünger ho preso l’eleganza del distacco, l’aristocratica necessità di prendere il mondo per com’è ricordandosi sempre che tra il desiderio e la realtà c’è il sudore della trincea.

Quali sono i turbamenti interiori del protagonista?

Invito tutti a venire a vedere lo spettacolo perché c’è una profonda dinamica durante tutto la performance, e non è solo una metafora. Il ribelle è il turbamento. Il suo costante essere in movimento, intellettuale, dialettico e fisico, è un invito alla danza. Chi non è mai turbato dalla vita difficilmente si può dire vivo. La regia di Gian Marco Montesano ha colto in pieno questo stato di cose, trasformando il palcoscenico in una proiezione lucida di un’anima in sofferenza.

Quali siano tecnicamente le sofferenze potrei anche elencarglielo ma diventerebbero solo parte di una lista della spesa, dove chi legge può spuntare quelle che gli sono più o meno affini, e di lì decidere se venire o no a seconda della quantità di analogie. Senza contare che si rischia di cadere in un sorta di anamnesi da studio psicanalitico. E come lettore di Deleuze non posso proprio accettarlo.

Nell’odierna società chi è il Ribelle secondo lei, colui il quale vuole fortemente affermare il proprio diritto alla libertà o semplicemente colui che ama andare controcorrente per mettersi in mostra?

Oggi sembra quasi che il sole stia tramontando. E sa cosa succede quando siamo al vespro? Tutte le pietre, anche le più misere, proiettano ombre gigantesche per via dell’inclinazione della luce. Ecco, oggi siamo in quel preciso momento storico dove sono tutti dei Robespierre senza la benché minima idea di cosa sia la Storia.

Oggi chi è il ribelle? Lo è chi lavora. Oggi il ribelle è chi studia. Chi legge. Chi si afferma come entità costitutiva di una riflessione autonoma e, soprattutto, determinata. Contro la follia del pensiero debole il Ribelle è chi abbraccia, senza paura, la coscienza che qualcosa c’è e non può non esserci. Il Ribelle, portato all’estremo, può avere anche il coraggio di dire che esiste il Bene e il Male.

Sull’esibizionismo ribellistico dico che tutti quanti vogliono finire in televisione, lo dico per esperienza, ma pochi hanno qualcosa da dire. Una volta che si finisce sotto il faro dell’opinione pubblica bisogna avere la sostanza da mettere in mostra. Non è sufficiente una divisa per fare un soldato. Ci siamo alzati in tanti, molti hanno ululato pochi hanno ragionato.

Paradossalmente, e qui entro nel personale, credo che il ribelle contemporaneo sia chi preferisca e ami il silenzio. In un mondo in cui tutti urlano, essere silenti e saper colpire con la precisione di un cecchino, senza mitragliare parole prive di consistenza, è la virtù che mi sembra di poter consigliare.

Nella sua vita le è mai capitato di sentirsi un ribelle?

Non sono io che devo definirmi così, ma gli altri; è la loro immagine oggettiva che mi deve restituire l’onere e l’onore di essere chiamato così. È un po’ come un lavoro del quale io non vedrò mai il risultato, ma che spero porti qualcosa, almeno qualche domanda.

Nel testo è forte il legame con la musica, quasi fosse un mezzo per liberare il vero io; quanto forte è il potere delle note? Quale potrebbe essere la colonna sonora della sua vita?

La musica è tutto. Del resto anche il silenzio è musica. Ma chi ha mai veramente sentito il silenzio. Nessuno. Siamo circondati da suoni o da rumori. Sta a noi trovare il modo di tradurre il tumulto che sta intorno a noi in una sinfonia delicata. La musica occidentale aiuta in questo per via della modulazione. Io non riesco a vivere senza suono. Proprio mentre rispondo a queste domande ascolto della musica. Tutto è musica e la musica è un programma di vita, con i suoi “dolcissimo” o “infuocato”.

Certo, musica è impegno. Quando vedo che spesso si fugge verso musiche che hanno come unità di misura il battito ripetuto non posso non allontanarmi preferendo la polifonia.

E come colonna sonora della mia vita io non potrei non essere accompagnato tutto il giorno da J.S. Bach, Ben Webster, Gustav Mahler, Cole Porter, Vincent D’Indy, Oscar Peterson, Richard Wagner, Frank Sinatra, Charles Trenet, Anton Bruckner, Jean Gabin, Girolamo Frescobaldi e Nat King Cole e potrei andare avanti per molto tempo ancora.

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Pensa che si cimenterà ancora nella scrittura di testi teatrali?

L’ho già fatto. Sono pronti un testo su Kavafis, il poeta omosessuale alessandrino: un testo elegante, notturno. Inoltre, con la Compagnia del Florian Metateatro, che vorrei ringraziare per la pazienza e la fiducia, stiamo già lavorando su uno spettacolo per bambini, e sto finendo di scrivere un testo sull’Italia e le colonie africane. E per la prossima stagione, quasi certamente, andrà in scena un testo scritto e dedicato alla fondatrice e direttrice del teatro Florian, Giulia Basel, “Une sourire”. Una pièce sulla delicata pericolosità dei ricordi in una Parigi di fine Ottocento.

Ilenia Maria Melis

Il Ribelle

di Leonardo Rossi

Liberamente tratto da “Trattato del Ribelle”, Ernest Jünger

2-5 NOVEMBRE 2017

Teatro Trastevere

via Jacopa de'Settesoli 3 - 00153 Roma

www.teatrotrastevere.it

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