Gabriele Scarfone

La vita è diversa. Le persone hanno una cultura completamente diversa. Sono molto più “workaholic”, quindi dipendenti cronici dal lavoro e dal perseguimento del successo e della ricchezza.

stampa articolo Scarica pdf

Intervista a cura di Dimitri Ruggeri  - (www.dimitriruggeri.com  - www.picasso01.wordpress.com)

Come tanti giovani hai deciso di trasferirti all'estero, negli Stati Uniti per la precisione. Sta diventando una moda o una vera necessità? Pensi che la crisi (nel mondo) e il nepotismo (in Italia) siano una scusa rispetto invece alla mancanza di idee?

La moda è quella di trasferirsi a Londra, non negli Stati Uniti.Non credo personalmente che in Italia, fra i giovani, ci sia mancanza d’idee; tutto l’opposto in realtà. Il nepotismo italiano a mio parere frena le idee e la volontà dei giovani, disarmandoli completamente. A quel punto, per portare avanti una tua idea e vederla realizzata, sei costretto ad uscire dall’Italia ed andare altrove. Talvolta, più che una moda, usando le tue parole diventa una necessità. Specialmente nel cinema. L’altro giorno ne parlavo con il mio co-scrittore Americano. Usando una metafora di discutibile ilarità, l’Italia mi sembra certe volte una grande tavolata imbandita di cibo buonissimo con migliaia di persone, alcune sedute e molte in piedi intorno alla tavola. Quelli seduti, sono gli unici che mangiano e si sono presi quelle sedie 20,30 anni fa e non hanno la benché minima intenzione di alzarsi per lasciare il posto a chi sta in piedi, perché vogliono continuare a mangiare e non vogliono perdere la loro sedia. Di conseguenza, chi sta in piedi è costretto ad aspettare, morire di fame o cambiare tavola.

Come nasce questa tua passione per il mondo cinematografico? Qual è stata la tua formazione professionale e artistica?

II Film sono sempre stati la mia passione. Sono cresciuto tra Fellini, Leone, Scorsese, i fratelli Coen e Tarantino. Fin da piccolo ero interessato a quello che accadeva dietro lo schermo: dal concepimento dell’idea, alla stesura della sceneggiatura, alla pre-pro-post produzione.

Ho avuto la fortuna di avere, tra i miei migliori amici, Riccardo Rabacchi, giovane regista brillante, con cui ho collaborato per due cortometraggi, Il Palloncino e Non Dimenticar le mie Parole, come co-scrittore e co-produttore. Da lui ho imparato ad avere un vero e proprio culto per il film e, ovviamente, passare del tempo con persone creative aiuta drasticamente la tua stessa creatività.

La passione dei film la combinavo con la passione per la scrittura. Avevo un blog,1984, presso una rivista online chiamata “Il Futurista”. Nel 2012, quando avevo 23 anni, dopo aver trascorso 6 mesi a New York, scrissi un libro, un romanzo: L’Inganno di Babilonia.

Dopo essermi laureato in Economia a Roma, decisi a compiere il passo decisivo e trasferirmi a Los Angeles per studiare film alla UCLA. Feci vari stage in case di produzione e continuai a scrivere e collaborare per cortometraggi, pubblicità, etc. fino a quando non scrissi la mia prima sceneggiatura per film insieme al mio socio e co-scrittore Spencer Mandel, che è stata presa per rappresentazione, un paio di mesi fa, da una nota agenzia di Los Angeles chiamata Original Artists.

Si può conciliare l'aspetto creativo con quello del business? Qual è il filo comune? Ti definisci più un copywriter o uno sceneggiatore?

Decisamente sceneggiatore e assolutamente si, puoi conciliare arte e business ed è esattamente quello che accade a Los Angeles. Alla UCLA, mi hanno insegnato che la cosa più importante in questa citta è uscire ed andare per bar, perché è li che si concludono gli affari.

Insieme con il mio co-scrittore, concepiamo idee, scriviamo soggetti, pilot per TV Show, sceneggiature e nello stesso tempo curiamo e ampliamo il nostro network, allargando le nostre conoscenze, collaborazioni e agendo un po’ da sales men di noi stessi. Quando poi il tuo agente ti fissa un appuntamento ad uno dei major Studios di Hollywood, la è esclusivamente business e devi approcciare l’incontro come se fossi Bud Fox del film Wall Street.

A Los Angeles questa tendenza è già abbastanza forte. Per darti un esempio: D’Annunzio era il poeta guerriero, oggi a Hollywood per lavorare e sopravvivere devi essere lo scrittore/business man.

Riesci a darci qualche chicca su come scrivere una sceneggiatura di successo come quella per il video  promozionale commissionatoti dalla Ferrari nel 2013?

Scrivere sceneggiature per pubblicità è totalmente diverso che scrivere sceneggiature per film. Per la prima, l’approccio è prettamente visuale. Per il video che ho realizzato per Ferrari Los Angeles, era più una concettualizzazione e sequenza di immagini al fine di dare una storia ed un tema al rally che Ferrari Los Angeles ha organizzato lo scorso Settembre 2014. Per il film, ho notato che la grande differenza fra sceneggiature americane e sceneggiature italiane riguarda la qualità e l’efficienza dei dialoghi. Mi sembra che gli italiani siano bravissimi nella fotografia, talvolta nella regia, nella recitazione, ma pecchino molto nella scrittura e per scrittura intendo la storia stessa, i dialoghi, e lo sviluppo dei personaggi.

Per scrivere una buona sceneggiatura, oltre ad essere nevrotico, ansioso e oscillare tra momenti di estrema felicità e momenti di oscura depressione, devi avere una grande creatività nel creare i personaggi e un grande senso dei dialoghi. Scorsese dice che la cosa più importante in un film sono i personaggi e sono loro che poi fanno la storia. Con personaggi intriganti e dialoghi vincenti, la sceneggiatura ha sicuramente una marcia in più. Nelle azioni, scrivere meno e mostrare di più, ricordarsi che è una sceneggiatura e non un romanzo, quindi nessuno è interessato a leggere la descrizione dei sentimenti profondi del personaggio.

Ricapitolando, concentrarsi principalmente su personaggi e dialoghi. Questo almeno è il mio approccio.

Il cinema italiano, dopo aver fatto scuola al mondo con il neorealismo, è dagli anni settanta passato in secondo piano. Cosa pensi a riguardo?

Cinecittà era l’unica che potesse competere con Hollywood. Da Fellini, a Leone, a Visconti, a De Sica, Corbucci, Bertolucci, Rossellini ecc. Tutti nomi che hanno influenzato Hollywood e il cinema occidentale.

Oggi, il cinema in Italia non è trattato come un’industria, cosa che invece è in America. Non si investe su giovani talenti, non esiste la figura forte del “Produttore”, non si investe sullo sviluppo ne sulle sceneggiature. E’ tutto incentrato sulla televisione in Italia, che ironicamente a mio avviso è abbastanza scadente.

Dagli anni settanta a Hollywood nasceva questa corrente cinematografica chiamata New Hollywood, composta da Martin Scorsese, Steven Spielberg, George Lucas e Francis Ford Coppola. Credo che uno dei tanti motivi per cui il cinema italiano sia andato in secondo piano è perché non è avvenuto quel ricambio generazionale che avrebbe dovuto consentire un’evoluzione del neorealismo italiano, portandolo ad anni diversi quali gli anni ’80,’90 e 2000. In America questa cosa è avvenuta.

Scorsese, Tarantino e molti altri registi e filmmakers americani hanno preso ispirazione dai classici italiani e li hanno trasportati nella nuova era. In Italia, evidentemente perché, come dicevo prima, il cinema non è un’industria, non si è investito su questo ricambio e gli unici soldi con l’andare del tempo venivano utilizzati per produrre la classica commedia all’italiana che ad oggi mi pare l’unico genere che siamo in grado di realizzare, insieme a documentari sulla vecchiaia quali La Grande Bellezza.

Su quest’ultimo titolo ovviamente scherzo. E’ un film che ho visto 3 volte e che mi è piaciuto molto, specialmente per la regia, la fotografia e Toni Servillo. Speravo solo raccontasse qualcosa di più vero e non si concentrasse prettamente sull’anzianità mondana di Roma. Credo che, viste le qualità e il talento di Paolo Sorrentino che considero il più forte in Italia al momento, potrebbe avere un enorme successo per lui raccontare una storia di giovani, per giovani, che non sia una commedia e nemmeno un pianto greco.

Attualmente lavorando stabilmente a Los Angeles. Com'è la vita? Avverti anche tu  la compulsiva saudade italiana?

La vita è diversa. Le persone hanno una cultura completamente diversa. Sono molto più “workaholic”, quindi dipendenti cronici dal lavoro e dal perseguimento del successo e della ricchezza, il che non mi dispiace, sinceramente. Si lavora maggiormente e, specialmente nel campo cinematografico, ci sono miliardi di possibilità in più rispetto che in Italia, per non parlare del know-how su come scrivere e produrre un film, che è diverso e più efficiente da quello che almeno ho visto in Italia. La nostalgia tuttavia c’è ed è sempre una canaglia. L’Italia, per quanto possa essere un paese assurdo e certe volte senza senso, è un luogo a dir poco meraviglioso. E’ un gourmet di paese e molte volte ne sento la mancanza, soprattutto di Roma, città dove sono nato e cresciuto.

Come terapia, uso la cucina. Mi piace cucinare e l’ho preso come hobby per sopravvivere al brutale capitalismo americano. Il cibo ovviamente in America non è minimamente paragonabile a quello Italiano ed anche la qualità di vita, non economica, in Italia credo sia migliore. Purtroppo, come dicevo all’inizio, dobbiamo aspettare che certi “Grandi Vecchi” con le loro “Grandi Pance” si alzino dalla loro sedia ed inizino a far mangiare i giovani, quelli bravi non solo i sangue blu, perché di giovani bravi in Italia ce ne sono tantissimi, ma purtroppo il telegiornale non ne parla mai.

Altrimenti questo paese non avrà futuro

Sei anche autore di un romanzo dal titolo "L’Inganno di Babilonia".Per pubblicarlo hai avuto difficoltà? Ti sei rivolto a una casa editrice a pagamento? Hai avuto riscontri di critica e di pubblico?

E’ un romanzo che scrissi quando avevo 23 anni. E’ il risultato fiction, molto fiction, di esperienze passate. E’ un romanzo giovanile e magari immaturo, ma è stato il mio prima approccio alla scrittura. ll libro parla di come Satana sia diventato Satana, e quindi cosa successe dentro l’anima di quell’essere per far si che diventasse la figura mitologica più temuta al mondo. Ricevetti una proposta da Gruppo Albatros ma la rifiutai perché ero in partenza per Los Angeles. Lo pubblicai online su Kindle. Riscontri specifici non saprei, agli amici di mia madre è piaciuto però!

I tuoi scritti li pensi già "sceneggiati" o "romanzati"?

Dipende. Generalmente penso prima ai personaggi e cerco di svilupparli bene. Poi loro mi aiutano a creare la storia e a definirne i limiti ed i contorni.

Quali sono  state le letture che hanno segnato la tua formazione? Cosa pensi della poesia e quali sono i tuoi poeti preferiti?

George Orwell è uno dei miei scrittori preferiti, insieme a Charles Bukowski, Ernest Hemingway, Thomas Pynchon e gli italiani Gabriele D’Annunzio e Pier Paolo Pasolini. Se avessi nominato D’Annunzio come uno dei miei scrittori e poeti preferiti al liceo, mi avrebbero bocciato o etichettato come ignorante. Questo è molto triste.

Poeti, e scrittori, preferiti sicuramente D’Annunzio e Pasolini, così diversi ma allo stesso tempo così vicini all’uomo e alla società. Almeno, qualcuno dirà che ho rispettato la par condicio.

Dove ti possiamo seguire? I tuoi prossimi progetti.

Insieme a Spencer il mio co-scrittore, abbiamo appena ultimato la stesura di un soggetto per la nostra prossima sceneggiatura e abbiamo scritto un Pilot per una serie televisiva. Vedremo quel che succederà. Abbiamo ancora una sceneggiatura da vendere.

Tra l’America e l’Italia, collaboro con la casa di Produzione “Film in Tuscany”, scrivendo per loro soggetti e sceneggiature da proporre al mercato europeo ed asiatico, che prendono luogo in parte in Italia, con l’ambiziosa speranza di far tornare produttore e capitali ad investire nel bel paese.

Dimitri Ruggeri

(Utilizzo concesso in Creative Commons 4.0)

© Riproduzione riservata