Calcio E Olocausto: Arpad Weisz In Mostra A Bologna

Calcio E Olocausto: Arpad Weisz In Mostra A Bologna

La vita e la carriera dell'allenatore ungherese morto ad Auschwitz nel 1944 al Museo Ebraico della città felsinea

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Semplice, circoscritta, ma densa di significato, come sarebbe piaciuta al diretto interessato. La mostra “Arpad Weisz, dal successo alla tragedia” ripercorre le tappe della carriera, ma soprattutto della vita, di Arpad Weisz, allenatore ebreo ungherese, maestro del football degli anni Trenta che si era saputo imporre in Italia ma non solo. La sua semplicità mischiata a una dose di candida ingenuità, non lo hanno risparmiato dagli orrori dei campi di concentramento nazisti, nei quali, nel 1944, trovò la morte insieme alla moglie e ai due figli, Roberto e Clara. La storia di Weisz è una narrazione in cui il calcio fa solo da sfondo; troppo spesso derubricato come una cosa di nicchia e ghettizzato da chi non lo segue, è invece fonte di grande sapere sulla cultura, il costume e la società del Novecento, nonché, come in questo caso, dei drammi che ha portato con sé attraverso i decenni.

Campione d’Italia con l’Inter nella stagione 1929-30, la prima in cui si gioca la Serie A a girone unico come la conosciamo oggi, Weisz ha segnato una parabola rivoluzionaria per il calcio: è stato il primo allenatore a partecipare agli allenamenti come se fosse un giocatore, ha spinto in avanti l’idea di gioco cercandone la perfezione e la più grandiosa armonia; ha vinto in nerazzurro, dove scoprì anche un certo Giuseppe Meazza, ragazzo gracilino che sarebbe divenuto uno dei primi quattro o cinque giocatori italiani di tutti i tempi, poi si è dato alla provincia: il Bari, il Novara, ed ecco il Bologna. Alla città felsinea Weisz lega non solo l’esperienza calcistica, ma anche i luoghi, i dintorni e le sfumature. La casa di via Valeriani, lo stadio del Littoriale inaugurato nel 1926 (l’attuale Dall’Ara), i portici, e la scuola Bombicci dove il figlio Renato frequentava le lezioni, resteranno per la famiglia Weisz punti di riferimento dell’intera carriera. Con i rossoblu vince due titoli, nel 1936 e nel 1937, anno in cui conquista anche il torneo dell’esposizione universale di Parigi, dove il Bologna demolisce i maestri inglesi battendo il Chelsea per 4-1.

Poi il buio: le leggi razziali e l’obbligo di lasciare l’Italia per volere del regime, strappano alla famiglia Weisz Bologna e i bolognesi. Inizia un peregrinare per l’Europa tale da significare una fuga da un nemico più grande che con le sue nubi sta oscurando i cieli del continente, più che un semplice percorso di carriera. Va a Parigi, poi in Olanda, ad allenare il Dordrecht, una squadra che né prima né dopo aveva mai raggiunto e raggiungerà le vette toccate con Weisz. Nei Paesi Bassi, crede di essere al sicuro e invece non sa che si è appena andato a mettere in trappola. L’occupazione nazista del paese, senza alcuna barriera con gli stati confinanti e nemmeno qualche montagna a farne da scudo, è ottenuta in modo irrisorio e spietato. Il due agosto del 1942 il destino bussa alla porta: viene prelevato, come accadde a migliaia e migliaia di ebrei dell’epoca, dalla sua abitazione e condotto prima a Westerbork (lo stesso campo di transito di Anna Frank) e poi ad Auschwitz, separato dalla moglie e dai figli. La mostra, al Museo Ebraico di Bologna in via Valdonica, è un dettagliato percorso di fotografie, documenti (come le lettere che Weisz inviava agli amici da Parigi, o la corrispondenza del figlio Renzo con un amico di scuola) e cimeli, come le due maglie del Bologna esposte e risalenti al periodo di Weisz. Fanno da corollario le storie di Monzeglio, Pagotto e Schiavio, giocatori alle dipendenze dell’allenatore che contribuì a rendere grande anche la loro figura. Il recupero della memoria di Weisz e della sua storia lo si deve all’ex direttore del “Guerin Sportivo”, Matteo Marani, che si è messo sulla tracce del figlio cercando proprio alla Bombicci il registro di classe dell’epoca: ha racchiuso il suo lavoro in un bellissimo libro dal titolo “Dallo scudetto ad Auschwitz”. La mostra, inaugurata il 21 gennaio, sarà permanente sino al 18 marzo, dalle 10 alle 18, tranne il venerdì, che seguirà l’orario 10-16. L’ingresso è gratuito.

Stefano Ravaglia 

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