La “Rebirth” Della White Noise Gallery

La “Rebirth” Della White Noise Gallery

Primo atto di un nuovo percorso della galleria romana che inaugura con le opere forti e comunicative dei due artisti sardi i “Santissimi”

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Le aspettative di ricevere un grande pubblico di certo non sono state deluse considerato che per l’inaugurazione alla White Noise Gallery di “Rebirth” dei due artisti sardi i Santissimi, sin dall'apertura c’è stato un viavai di gente che, in alcuni momenti, la struttura ha avuto difficoltà a contenere.

Il motivo di tanta affluenza è stato determinato sia dalla curiosità di ammirare delle opere sicuramente non convenzionali ma anche dalla garanzia offerta dai curatori della mostra Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti che, già nel vecchio spazio del quartiere San Lorenzo, hanno sempre assicurato una accurata qualità per tutte le loro proposte.

Come affermato dallo stesso Carlo Maria aprire il nuovo spazio in via della Seggiola, nel cuore di uno dei quadrilateri dell’arte contemporanea a Roma, proprio con una mostra come “Rebirth” è stato molto importante. Infatti, “Rinascita” calza a pennello con il nuovo corso della Galleria White Noise che, oltre a modificare la sede, modifica anche l’essenza e il modo di fare mostra volendo essere uno spazio più sperimentale, di matrice fondamentalmente installativa.

Una mostra ambiziosa fatta di opere che lasciano il segno per la loro forza e comunicatività come dimostrano le due teste umane sorrette soltanto dalle corrispettive braccia aggrappate a un trespolo, in posizione da volatile. Uno dei modi di come i Santissimi, alias Sara Renzetti e Antonello Serra, usano il corpo come strumento di comprensione dello spazio e del tempo, indagandolo nel ciclo nascita-morte. Ecco che allora, il corpo diventa una sorta di guscio che racchiude storie e memorie, individuali e collettive, la superfice narrativa di un discorso sulle condizioni sociali, politiche e culturali del soggetto contemporaneo in crisi, condannato a dimenarsi fra isolamento e allucinazione, desiderio e frustrazione.

Alla White Noise Gallery lo spettatore è chiamato ad esplorare tre spazi in cui per dimensione e spettacolarità la scultura “Mom” prende il sopravvento. Una gigantesca cellula madre, legata in una corda che pende dal soffitto, che non è necessariamente umana ma nemmeno disumana con una forma che torna all’origine portando la carne a diventare pura materia da plasmare, embrione indefinito che evoca inquietudini ancestrali.

Al piano inferiore fossili anatomici che mostrano all’interno corpi che i Santissimi rendono indeboliti e crudelmente imperfetti, portatori sani di deformazioni emotive e fisiche. Corpi dagli occhi chiusi ed il volto impassibile. Corpi disturbanti ma immersi in una calma irreale perché hanno imparato l’angoscia esistenziale e riconosciuto l’incompletezza come condizione inevitabile dell’esistenza. La tecnica dei due artisti nella modellazione del silicone è frutto di un’incredibile abilità come dimostrato anche dalle creazione di mosche che risultano più vere di quelle reali.

Dal tenore dell’inaugurazione, si può dire che i curatori della galleria hanno già raggiunto il loro intento, ovvero quello di mettere a disposizione del pubblico uno spazio non solo commerciale ma anche amichevole dove si respira cultura.

                                                                                         Rosario Schibeci 

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