Ben Slavin

Ben Slavin

A volte i cantautori diventano molto “self indugent” e dimenticano che c’è gente molto più preparata di noi che suona praticamente gratis, per strada

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Unfolding Roma fa tappa a Napoli per incontrare Ben Slavin, cantautore americano con un amore immenso per il capoluogo campano. Da qualche mese è uscito Palepolis, suo disco d’esordio, prodotto dalla etichetta sociale Apogeo Records. Dieci brani che raccontano non solo la sua storia artistica ma anche e soprattutto il folklore, i pregi ed i difetti di questa città.

Ben, sei nato nel New Jersey e dopo la laurea in canto, conseguita presso l’Arizona State University, sei approdato a Milano. In Italia si cresce quasi con il mito dell’America, tu sei andato in controtendenza, cosa ti ha portato qui?

Ho frequentato a Firenze una scuola, tipo Erasmus, per studenti americani per imparare la lingua. Successivamente, ho deciso di trasferirmi a Milano per continuare gli studi dopo la laurea ed anche per iniziare a fare delle audizioni in Europa. Sono tornato negli Stati Uniti dopo quattro anni e mi sono reso conto che la vita da cantante lirico non faceva per me per cui ho iniziato ad occuparmi di marketing per una rete di teatri a New York. Però mi mancava molto l’Italia e così ho deciso di tornarci per frequentare un Master all’Università di Bologna in Fundraising e Responsabilità Sociale D’Impresa. Questo master mi ha dato la possibilità di fare uno stage al Teatro San Carlo di Napoli ed eccomi qui dopo quasi dieci anni.

Hai un passato come cantante lirico, precisamente come baritono. Lasciare il teatro per mettersi in gioco in prima persona come artista, voglia di nuove esperienze o altro?

Quando ero a Milano ho iniziato a cantare un po’ in vari concerti ed in piccoli teatri. Stava iniziando la mia carriera ma il mio cuore non era coinvolto. Sono sempre stato più un folk singer, anche come carattere e come messaggio sociale. Cosi, decisi di lasciare il mondo alla lirica e dedicarmi ad altro.

Hai al tuo attivo collaborazioni importanti come Odette Di Maio . Raccontaci come l’hai conosciuta e come è nata questa collaborazione.

Ho conosciuto Odette, durante la mia prima settimana a Milano, in un pub con un altro paio di amici americani. Ci siamo resi conto di avere gli stessi gusti musicali ed abbiamo iniziato a scrivere ed arrangiare canzoni insieme. Fino ad ora è stata una delle più grandi soddisfazioni musicali che abbia mai avuto. Purtroppo era un periodo in cui le case discografiche erano in crisi e non esistevano ancora né Youtube, né tantomeno Facebook e Myspace. Fare un duo folk-pop in inglese in Italia era una cosa quasi assurda così, dopo una breve tournee negli Stati Uniti, decidemmo che forse era meglio abbandonare il progetto. Comunque abbiamo suonato in tanti locali e partecipato a festival importanti come CBGB e Arezzo Wave. La critica con noi è stata molto positiva ma ahimè non era nostro destino suonare insieme.

Parliamo di Palepolis e partiamo proprio dal titolo. “Palepolis” vuol dire città vecchia, chiamata così perché nel frattempo sorgeva Neapolis, città nuova. La scelta di cantare Napoli chiamandola “Palepolis”, è una visione nostalgica o un tentativo di cantare la città partendo dalle sue radici che l'hanno resa quella che è adesso?

Ho chiamato l’album Palepolis come simbolo di un nuovo inizio, senza dimenticare la storia millenaria della città. Ormai questa città, a cui sono molto legato, è abbandonata a se stessa e non basterà una rivoluzione politica per cambiarla, occorrerebbe una rivoluzione culturale. E sono molto fiducioso che prima poi accadrà.

Nel brano Home si avverte quasi una vena malinconica: tornare a casa, dopo una vita di guerre e rancori, è quasi l’unico sollievo. Eppure, soprattutto per chi qui a Napoli è nato e vive, è la città stessa a rappresentare la “guerra", tra tutte le sue contraddizioni e le arretratezze politico-sociali. Pensi che i napoletani abbiano perso quella spensieratezza e quell' "arte di arrangiarsi" per i quali sono famosi in tutto il mondo?

Questo brano parla di mio nonno che ha combattuto nella Seconda guerra mondiale nel sud Italia. I suoi genitori venivano da Casandrino (comune della provincia di Napoli ndr), e lui è cresciuto nella tipica famiglia italo-americana di quell’epoca. Ricordo che mi mostrava le foto della sua famiglia che è rimasta lì ed era completamente devastata dalla guerra e dalla povertà. Ecco, un figlio d’immigrati italiani, nato in America, che combatteva contro la sua gente. Dopo la guerra non riuscì più ad avere una vita “normale” anche se si è laureato e si è creato una famiglia. Questo brano parla di lui e della sua esperienza. Per quanto riguarda l’aspetto sociale della città, invece, trovo che ormai non c’e più nessun modo per la gente di “arrangiarsi”. Non girano più soldi e l’unica, che può permettersi una vita dignitosa, è la borghesia, che però se ne frega completamente del popolo ed anche della classe media. Ma questi sono problemi presenti ovunque, pure in America. Il divario fra ricchi e poveri nell’occidente è diventato insopportabile. A Napoli è solo più accentuato. Io credo che assieme ai disastri climatici che stiamo vivendo, la distribuzione della ricchezza è il tema più importante dei nostri tempi ma se ne discute pochissimo in Italia sebbene sia la radice di tutti i nostri problemi. Se riuscissimo a risolvere questo problema potremmo risolvere anche questioni come la scuola, la cultura, il sistema sanitario..tutto!

Tie and bound, canzone dal sound molto soft, è un'espressione inglese che vuol dire letteralmente legato mani e piedi. Cosa ti lega a Napoli? Sei tu ad aver scelto questa città o è Napoli ad aver scelto in un certo senso te?

Tie and Bound parla di un rapporto d’amore finito e re-iniziato. Come Ulisse che deve legarsi alla sua nave per resistere al richiamo della sirena Partenope. Ma è anche un simbolo del mio rapporto con Napoli. Come dicevo prima, sono molto legato a questa città ed ho un rapporto molto simile a quello che tanti napoletani hanno verso la propria città: amore e odio. Questo sentimento è un tema molto presente nell’album e lo ritroviamo anche nel primo brano Beauty and Filth: la voglia di andare via ma il non riuscirci per tanti motivi, primo fra tutti il legame molto forte che ho con Napoli e la sua storia.

Eruptions, Flood and Signora Concetta, forse il brano più rappresentativo della città partenopea, parli tra l’altro del rapporto con la Chiesa. Che rapporto hai con la Chiesa?

Non sono credente anche se non nego che possa esistere una forza maggiore di noi. Sono cresciuto in Chiesa con un papà di origine irlandese ed una mamma di origini irlandesi/italiane. Ho frequentato scuole cattoliche e andavo in Chiesa tutte le settimane, è stata un’esperienza piuttosto buona. Alcuni dei miei eroi sono preti, parlo di Daniel Berrigan e Don Andrea Gallo. Tuttavia ci sono degli aspetti della Chiesa che non riesco a mandare giù e ci sono dei buchi enormi nella teologia che sono fondamentali per i credenti e che non riesco a comprendere. Vediamo cosa riesce a fare Papa Francesco, in due anni ha iniziato a cambiare i fondamenti della Chiesa. Ha una mentalità molto più aperta della maggior parte dei politici italiani.

In un cd dedicato alla città di Napoli come si inserisce tra i brani For free, cover dell’americana Joni Mitchell? La scelta non penso sia stata casuale…

Questo brano mi veniva in mente quando incontravo tanti musicisti di strada che sono di una bravura strepitosa. A volte i cantautori diventano molto “self indugent” e dimenticano che c’è gente molto più preparata di noi che suona praticamente gratis, per strada, tutti i giorni, senza aspettare interviste, buone recensioni ed un pubblico numeroso. Questo brano è per loro.

Il cd è in lingua inglese, come mai la scelta di non omaggiare Napoli con una canzone in italiano?

Mi sentirei in imbarazzo. Anche se sono qui da quindici anni non mi sentirei in grado. Forse nel prossimo disco farò scrivere il testo da qualcuno e ci scriverò la musica sopra. Una delle critiche del disco è la mancanza di un’influenza “mediterranea” e di negare la tradizione musicale napoletana. Ma non è che la nego, soltanto non è mia. Il disco racconta Napoli da un punto di vista americano con i suoni ed il linguaggio musicale che fanno parte della mia cultura. C’è gente molto più brava di me che scrive in italiano.

“Napul è mille culur” cantava Pino Daniele. Un colore molto particolare è quello rappresentato dai neomelodici. Che opinione hai al riguardo?

Quando sono arrivato a Napoli passavo le ore a guardare reti locali. La musica neomelodica è un mondo ed una cultura talmente distante dalla mia che non riuscivo a non rimanerne quasi affascinato. E’ un mini-universo che succede solo in Campania. Alla fine chi sono io per dettare alla gente quale genere di musica deve sentire o come deve emozionarsi? Se questa musica fa commuovere qualcuno, è un bene. Trovo più onesta la musica neomelodica che non ha particolari pretese, piuttosto che il mondo “indie” che canta in una lingua che non è la sua e che copia i suoni e un linguaggio musicale che non gli appartiene.

Ci sono artisti italiani che hanno influenzato seppur in parte, il tuo modo di vivere la musica?

Ammetto che non ascolto moltissimo la musica italiana ma ci sono tanti artisti che mi piacciono. Ora sto ascoltando i nuovi album di Umberto Maria Giardini e Cristina Donà e li trovo deliziosi! La scena napoletana offre buona musica con The Gentlemen’s Agreement, i Fitness Forever e come cantautori Gerardo Attanasio e Andrea De Rosa (che ha prodotto “Palepolis”). Poi ci sono i cantautori storici come De Gregori e De Andrè che mi piacciono molto. Battiato e Tenco sono i miei preferiti.

In cosa differenzia il panorama musicale italiano da quello americano? Ritieni che le case discografiche estere investano di più sui giovani rispetto a quelle italiane?

No. Le case discografiche sono morte e ancora non lo sanno. Anche in America stanno provando a tenersi a galla con “American Idol”, “The Voice”, “America’s Got Talent” e talent vari ma non riescono a dettare tendenze come facevano una volta. Prendono questi poveri ragazzi sfruttati dai talent (che vengono pagati una miseria) e vengono utilizzati fino a quando non rendono più. Prodotti usa e getta. Oggi si riesce ad essere presente sul mercato se si è bravi musicalmente e se si riesce a fare del buon marketing attraverso il marketing on-line e i social. E’ tutto più democratico. Negli Stati Uniti c’è una scena musicale fiorente, nascono tantissimi piccole realtà e tanti musicisti che, forse non diventeranno ricchi e famosi, ma almeno possono guadagnare uno stipendio dignitoso. La scena italiana la conosco poco ma credo stia perdendo la sua identità. Ci sono tanti gruppi che imitano gruppi stranieri nella speranza di potersi affacciarsi al mercato estero. Purtroppo le possibilità di farcela sono molto ma molto basse, infatti oltre i Lacuna Coil non conosco altri gruppi o cantanti in Italia che siano noti anche all’estero. Così facendo, fanno morire la tradizione musicale italiana: invece di trovare una nuova strada ne seguono una che non gli appartiene. Ci sono tanti musicisti in gamba in Italia e sarebbe un peccato perderli.

So che non è semplice per un artista scegliere tra le proprie creazioni ma te lo chiedo ugualmente: c’è un brano del tuo cd a cui sei maggiormente legato?

Mmm….forse As we grow older. Sono poco romantico e questo è il brano più vicino ad una canzone d’amore che abbia mai scritto. Mi piace la sua semplicità sia nel testo sia nella musica. E’ una canzoncina che racconta un periodo molto felice nella mia vita.

Sara Grillo 

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