Giuseppe Manfridi - Zozòs

Ci racconta la genesi e la storia di questa sua commedia, tanto discussa quanto apprezzata dal pubblico, soprattutto all'estero.

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Arriva al Brancaccino dall'8 al 18 novembre, Zozòs, irriverente quanto esilarante commedia di Giuseppe Manfridi.Progetto fortemente voluto dal regista Claudio Boccaccini, insieme ad Eleonora Di Fortunato, vede in scena un cast affiatatissimo (e non potrebbe essere diversamente...), composto da Siddhartha Prestinari, Riccardo Bàrbera e Paolo Roca Rey.Una piacente signora, Bice, incontra in palestra un giovanotto, Tito, da cui vieneimprevedibilmente turbata. Una volta a casa, i due, trascinati da una libidine impetuosa, si trovano nell’impossibilità di disgiungersi l’uno dall’altra.Questo l'espediente per raccontare, in un frenetico susseguirsi di battute e doppi sensi, senza alcuna volgarità, ma grazie ad un sapiente uso della lingua italiana, un caleidoscopio di situazioni nelle quali chiunque può riconoscersi.“Padre! Padre! Questo è il mio titolo. Non il solo ma il maggiore. Un padre che non può e che non deve smorzare il proprio entusiasmo scoprendo che l’unico frutto delle sue polpe - ciò che è prosecuzione di sé nel mondo - si dimostra in grado di tenere alto un nome che è suo quanto mio!”

Queste parole, recitate da Tobia, uno dei protagonisti della commedia Zozòs, può, da sola, riassumere il senso di questa bellissima, esilarante ed attualissima commedia.Zozòs, pubblicata per la prima volta in una raccolta di teatro intitolata Teatro dell'eccesso, alla fine degli anni Ottanta, ha quasi trent'anni, ma, come accade per quei testi che meritano di passare alla storia, non li dimostra davvero.

Abbiamo chiesto allo stesso autore, Giuseppe Manfridi, di raccontarci la genesi e la storia di questa sua commedia, tanto discussa quanto apprezzata dal pubblico, soprattutto all'estero.

Come le è venuta l'idea di questa commedia?

Ero ragazzo quando sentii un racconto di cronaca di una situazione occorsa a due amanti, del tipo di quella che fa da base a Zozòs e io, che avevo in animo di avventurarmi nel mondo del teatro, anche se ancora non sapevo se come attore, regista, o autore, pensai che questa sarebbe stata una storia divertentissima da portare su un palcoscenico. Però, per diversi anni, rimase in sospeso, perché mi rendevo conto che doveva avere una sua chiave particolare, che non bastava buttare lì questa situazione spudorata e speculare sulla trovata di cronaca.

Molti anni dopo, quando già lavoravo per il teatro, pensai ad una soluzione con un intreccio esagerato, che partiva dal fatto di cronaca, ma nella quale la storia di Edipo si legava con quella dei miei personaggi. Un giorno il critico teatrale Franco Quadri lesse il mio lavoro, se ne innamorò e la propose al teatro dell'Elfo.Poi Zozòs arrivò a Londra, con la regia di Peter Hall; ricordo ancora Harold Pinter seduto davanti a me il giorno della prima, il favore della critica... momenti indimenticabili.Da allora Zozòs ha avuto vari sviluppi in Italia; con il mio amico regista Claudio Boccaccini, abbiamo vissuto quella più complice. Lui fece un allestimento negli anni Novanta al teatro dell'Orologio, con la gente in fila per entrare. Di quel cast resta solo Riccardo Bàrbera.Claudio ha riportato in scena Zozòs con un altro cast ed anche con una diversa regia.

Lei è intervenuto nel lavoro di regia?

No. Forse è la mia commedia più intatta. Tutti i miei testi, quando vanno o tornano in scena, passano attraverso una mia rimessa in discussione. In molti casi cerco di migliorare il testo, facendo attenzione, perché una battuta funziona inserita in quell'allestimento e quando la trasferisci in un allestimento diverso non funziona più.

Zozòs, di tutti i testi che ho scritto, è quello che più di tutti è rimasto invariato in qualsiasi allestimento, anche all'estero. E' divertente che Claudio stesso ricordasse il testo a memoria.Sarà anche per le esigenze della trama, che può funzionare solo così.Ricordo ancora quando lo scrissi, under 30.

L'impianto che emerge è quello della tragedia greca di Giocasta ed Edipo...

Sì, ma io non sono partito da quello. Sono arrivato a quello. Qui torno alla prima domanda: io l'idea l'avevo, ma l'idea è niente: scrivere di due che rimangono bloccati durante un rapporto sessuale è uno spunto. Infatti, è curioso che mai sia stato usato prima, pur essendo cose che avvengono. Però sentivo che non avevo gli strumenti per trasformarlo in un testo teatrale mio. Ho trascorso anni in cui ho approfondito la frequentazione con le trame, che sono gli strumenti di lavoro di un narratore, di un drammaturgo.Le trame non le inventa il drammaturgo. Tutti gli autori usano trame che già esistono. Tutti. Shakespeare stesso prendeva a calco dalle novelle italiane. Le trame sono quelle. Anche la trama più originale, del thriller più originale, dietro ha uno scheletro che è molto affine alla struttura di un altro testo.Le grandi tragedie greche ci hanno fornito un primo kit di trame primigenie. In questo caso il divertente era piegare una tragedia come Edipo, in una maschera da commedia. Anche se poi il finale diventa volutamente e parodisticamente nero. Il testo presenta molti giochi di parole, maggiormente evidenti se si conosce il mito greco. Il bello di questa trama, però, è che funziona ugualmente anche se non si colgono i doppi sensi. Comunque sì, l'impianto è quello del mito di Edipo.

Il mito fa da paravento ad una critica della società borghese? Pensavo, ad esempio, al punto in cui Tobia, il padre, dice al figlio: “Sudicione! Bella figura che ci hai fatto e che, di conseguenza, hai fatto fare a tuo padre. Ma cosa deve pensare la gente?”

Il gap che c'è tra il microprofilo dell'atteggiamento borghese e lo sforamento improvviso nell'enfasi tragica è una delle tecniche che ho usato per suscitare ilarità. E' proprio un alternarsi di stili. Il primo atto risente della commedia borghese, soprattutto nei toni, nel secondo ci sono dei passaggi pirandelliani, poi il terzo atto è quello più improntato sulla tragedia greca. Ma questo è voluto.Ho messo a disposizione di questa commedia molti linguaggi teatrali, dalla chiacchierata un po' understatement cechoviana, come all'inizio del secondo atto, dove si fanno il caffè: qui è evidente il richiamo parodistico ai climi cechoviani, ovviamente parafrasati. Poi Moliere... Nella mia testa, me lo ricordo bene: mentre scrivevo, passava tutta questa tastiera. Mi veniva in mente la parodia di Paolo Poli quando faceva Santa Rita da Cascia, e l'ho utilizzata nel personaggio di Bice, quando si perde in esclamazioni mistiche.

Fa parte di Zozòs il fatto che il linguaggio cambi continuamente. Non è necessario che lo spettatore riconosca i riferimenti letterari o teatrali: si deve semplicemente divertire, ove lo spettacolo lo consente, nel passaggio da un linguaggio ad un altro.Il perbenismo è evidente, perché i personaggi della tragedia, in realtà, sono delle sovraesposizioni di personaggi comuni. Cocteau diceva che il teatro è una regina che piange. Tutti guardano la regina, è al centro della scena. Però piange, come tutti. C'è una sovraesposizione, per cui chi sta al centro della scena viene visto dagli altri, ammirato e seguito, pur esprimendo qualcosa che riguarda chiunque.Nonostante questi personaggi arrivino, nel corso della storia, a scoprire delle cose invereconde, la preoccupazione principale riguarda le lenzuola pulite, la brutta figura, l'omofobia del padre che molto probabilmente si dichiarerebbe non omofobo, ma davanti al rischio che il figlio sia omosessuale ha i suoi tracolli, le sue angosce. Sono quei luoghi comuni in cui le persone rivendicano la propria morale socialmente corretta, mentre in realtà restano legati al perbenismo borghese.

La critica, soprattutto straniera, ha osannato questo testo, il pubblico gli ha decretato successo, allora perché è stato complesso riportarlo in scena?

Ricordo che, quando facemmo un allestimento a Reggio Emilia, ci furono addirittura interpellanze comunali. Poi alla fine lo spettacolo va e la gente si diverte. Devo dire che mi diverte giocare con questo scandalo incongruente, perché è una commedia in cui nulla si vede.C'è solo una parolaccia voluta, “zella”, detta proprio perché possa essere rimarcata con la battuta “ecco il linguaggio delle Marcelline!”. In realtà il testo ha un linguaggio corretto, dove Tito, il ragazzo, continua a dare del lei alla signora, alla Oscar Wild.

Una volta il Times scrisse “quello che accade sotto quel paracadute non ce lo potremo mai dimenticare”, in realtà non si vede nulla, ma io trovo divertenti tutti questi equivoci.

Ciò che salta all'occhio dello spettatore è il mito di Edipo. In realtà, quella di Manfridi, è una pungente critica alla morale perbenista borghese. Attualissima anche a distanza di trent'anni. Sicuramente Edipo fa più comodo: come mito è lontano nel tempo, come figura psicoanalitica riguarda sicuramente altri e mai noi. La paura di essere omofobi, l'incapacità di accettare un figlio come altro da noi e non come non come propaggine di noi stessi, l'essere attaccati alla forma a discapito della sostanza, preoccupati di ingombranti fantasmi chiamati “la gente”, “gli altri”, “tutti”, sono situazioni che preferiamo non guardare. Almeno in noi.

Alessia de Antoniis

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