Giancarlo Nicoletti

Festa della repubblica al Parioli Theatre Club. Intervista a Giancarlo Nicoletti, autore e regista della pièce. Di Alessia de Antoniis

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Festa della repubblica al Parioli Theatre Club. Intervista a Giancarlo Nicoletti, autore e regista della pièce. Di Alessia de Antoniis

Festa della Repubblica, uno dei lavori rivelazione delle ultime stagioni, si trasforma, in spettacolo immersivo e interattivo per un’unica data, il 29 novembre, al Parioli Theatre Club, con personaggi più o meno raccomandabili, per una notte di teatro che mira a coinvolgere lo spettatore dal foyer al palco, fino alla platea.

In scena, insieme a Giancarlo Nicoletti, Valentina Perrella. Olivia Cordsen Alessandro Giova, Cristina Todaro Pierpaolo Saraceno , Luca Di Capua , Alberto Guarrasi , Giuditta Vasile, Diego Rifici e Cinzia Storari.

Giancarlo, Festa della Repubblica è stato definito in tanti modi: sperimentazione, dramma, teatro di ricerca, trash d'autore, indagine sociologica e colta allo stesso tempo, denuncia ma non teatro civile. Tu come lo vedi?

Questo è uno dei miei primi testi ed è uno dei tre che compongono la Trilogia del Contemporaneo. E' un grande divertissement teatrale, un vero e proprio cortocircuito teatrale. Un tentativo di svecchiare un po' alcune dinamiche teatrali classiche. Fare satira e denuncia intelligente su alcune manie italiane. L'ho scritto quattro anni fa ma è ancora attuale.Non è sicuramente un teatro di denuncia. Tutto il teatro in realtà denuncia, perché cerca di innescare una riflessione su temi che sono comuni e che riguardano tutti quanti. Può essere definito un testo di teatro politico. Però senza prendersi troppo sul serio, perché in Italia sembra che la politica non sia veramente una cosa seria.

Lo hai scritto quattro anni fa, quindi in pieno governo Renzi. Poi siamo passati al Salvimaio. Alcuni hanno parlato di un Salvusconi. In ogni caso resta una pièce attuale?

Sì, resta attuale perché parla di tematiche perenni del modus operandi italiano basato sul dividere, delle manie del nostro popolo, di questa ossessione per il successo, di questa necessità di esserci a tutti i costi, di essere qualcuno, qualcosa, agli occhi sia di se stesso che degli altri. Quindi, per ora, non è invecchiato male...

In che senso è un testo di teatro sperimentale?

Sperimenta sulla commistione degli stili. Mi piaceva l'idea di poter navigare tra mondi e stili teatrali diversi, in maniera libera, sfacciata. In Italia c'è sempre questa dicotomia tra teatro colto e teatro di intrattenimento. Non mi piace disprezzare nessuno dei due, però è una dicotomia troppo marcata. Mi chiedo sempre se ci sia una via di mezzo, magari nel fare spettacoli intelligenti che però risultino anche godibili e che possano parlare a tutti. Questo è uno spettacolo che ha tanti livelli. Ha un livello accessibile a tutti, che chiamerei livello uno, ma che si presta a letture diverse a seconda del tipo di pubblico, della sensibilità e del target dello spettatore: tra le pieghe del testo si possono trovare messaggi diversi. È questo il tipo di teatro che mi diverte, un teatro per livelli, dove ci siano tante chiavi di lettura. In questo senso, guardo un molto all'esperienza drammaturgica del teatro inglese. Loro lavorano sempre per tutti e non è vero che si debba parlare solo ad un certo pubblico, ad una determinata categoria di fruitori. È importante essere il più trasversali possibile. Ecco perché la sperimentazione sta nella commistione tra i generi e nella libertà di prendersi determinate libertà.

Quindi il tuo trash d'autore non ha nulla a che vedere con quel teatro volgare che oggi, erroneamente, molti credono sia l'unico modo per far ridere?

Assolutamente no. Questo non è uno spettacolo volgare, ma uno spettacolo che gioca molto, diverte tanto, ma non è volgare. Poi dipende molto dal personale concetto di volgarità. È uno spettacolo estremamente comico ma si ride sul concetto, non sulla situazione.

Nell'era della spending review, come mai hai optato per un cast così numeroso?

Sono undici, perché undici sono i tipi. C'era anche qui una voglia di rompere gli schemi. È un po' alla Tarantino. Ci sono dei tipi dell'Italia di oggi, ma anche dell'Italia di ieri, che incontrerai sempre: il giornalista colluso coi poteri forti, il complottista, la ragazza che sogna di entrare nel mondo dello spettacolo, l'aspirante cantante, il serial killer, ma sono tipizzati in maniera divertita, divertendosi anche su questi tipi ricorrenti, eterni, perenni, che stanno all'interno del nostro Paese. Una satira a volte cattiva. Uno spettacolo spesso impietoso che, alla fine, ti lascia con l'amaro in bocca.

Non è, in fondo, un modo per far ridere le persone?

Credo di sì. È un riso nel quale si riflette il nostro imbarazzo di essere anche così. Forse per questo ci si rispecchia nei tipi. Pensi che si prli di qualcun altro, mentre stai ridendo di te più di quanto tu stesso possa immaginare.

Festa della Repubblica è, insieme a salvobuonfine e Kensington Gardens, parte della Trilogia del Contemporaneo. C'è un filo conduttore che le lega?

Raccontare le contraddizioni della contemporaneità, le aporie del moderno, la solitudine e la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo. Questo è il filo conduttore della Trilogia del Contemporaneo. Sono tre testi molto diversi tra loro. Sia come gusto che come tematiche, e anche come concetto di spettacolo. Soprattutto, sono testi nati con la volontà di non dare le risposte, ma di creare domande, sempre all'interno dell'idea che sia una drammaturgia trasversale e costruita per livelli.

Alessia de Antoniis

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