Manuele Morgese

Debutta questa sera alle 20.00 al Piccolo Eliseo “Cronache dalla Shoah. Filastrocche della nera luce”, tratto dall'omonimo libro di Giuseppe Manfridi - intervista di Alessia de Antoniis

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Debutta questa sera alle 20.00 al Piccolo Eliseo “Cronache dalla Shoah. Filastrocche della nera luce”, tratto dall'omonimo libro di Giuseppe Manfridi che esce oggi per La Mongolfiera Editrice.

Le Filastrocche della nera luce, cronache dalla Shoah, sono state concepite da Manfridi per essere rappresentate in teatro, e sono nate su sollecitazione di Manuele Morgese, fondatore e direttore di Teatro Zeta, unico edificio teatrale di prosa privato in Abruzzo. La regia dello spettacolo, che vedrà Manuele unico protagonista, monologante e polifonico, è di Livio Galassi. Scrive Giuseppe Manfridi in una delle sue filastrocche, “La Nota”: “Noi figli di Germania/ avremmo massacrato/gli ebrei di Lituania./ Noi. Ossia,/ tutti noi/ avremmo massacrato/ tutti loro./ Il che sta a significare: altri/ tutti,/ che non siamo noi ma sono quelli:/ gli altri/ tutti./ I tutti che uccidono/ contro i tutti che muoiono”.

Sono passati settant'anni dal secondo conflitto mondiale, dalla Shoah, e siamo ancora gli stessi di prima: antisemiti contro filosemiti, pro e contro il muro di Trump, con Orban e i suoi fili o contro di lui, con gli italiani di Salvini e del M5S o con gli immigrati lasciati a bordo delle navi in mezzo al Mediterraneo. Il muro di Berlino è crollato, ma al suo posto ne stanno sorgendo di ben più resistenti.

Suzana Glavaš nella sua introduzione al libro scrive: “Manfridi con le sue “filastrocche” sulla Shoah, da testimone non diretto, capta le emozioni più silenziose per raccontarle in un modo tutto suo e del tutto originale ai contemporanei e ai posteri. Sensibilizzato al dolore e all’ingiustizia, e con la missione di gridarli a voce aperta su un reale seppur finto palcoscenico, egli di una sofferta umanità ricorda le più smembrate integrità, facendosi di prima persona un tuffo nelle altrui ceneri”.

Non c'è una storia unica nelle filastrocche di Giuseppe Manfridi, non c'è un io narrante, ma tanti frammenti di un mondo che chiede solo di non essere dimenticato. “Chi ti guarda si specchia in te / e tu non sei tu ma lui, e lui è te / che in te si specchia / e vede te che in lui non vedi lui, ma vedi te / a prender congedo da te e da me”, scrive Manfridi in una filastrocca.

Questo rispecchiarsi l'uno nell'altro, dovrebbe, forse, aiutarci a ricordare che siamo tutti intimamente col-legati, al di là dello spazio e al di là del tempo. Forse non possiamo conoscere il nostro futuro, ma possiamo vedere in che direzioni vanno i nostri piedi mentre camminano sul sentiero del nostro presente. Forse anche questo significa non dimenticare.

Il progetto esiste grazie alla determinazione di Manuele Morgese, ed è con lui che ne abbiamo parlato

Perché ha commissionato questo testo a Giuseppe Manfridi?

Ho lavorato con Giuseppe in occasione del progetto Il caso Dorian Gray, un fortunatissimo copione che ha superato le seicentocinquanta repliche, dove io sono in scena da solo, interpretando tre personaggi. Erano poi anni che volevo lavorare sul tema della Shoah e chi poteva fare meglio di Manfridi, un testo, un copione, un canto polifonico a più voci, una serie di monologhi? Lui ha accettato con riserva e dopo alcune settimane di lavoro mi ha detto: “Manuele io non so se ci riesco, perché è stato già fatto e detto tutto sulla Shoah”. Poi, alla fine di agosto, mi chiama e mi dice: “ho scritto. Ho trovato la chiave, quella delle filastrocche della nera luce, cronache della Shoah, così si chiama il testo, che esce oggi per La Mongolfiera Editore. Un testo bellissimo, di cinquantasei filastrocche. Io ne recito e ne interpreto nove, accompagnato dalla musica di Fabrizio Bosso alla tromba e Julian Oliver Mazzariello al pianoforte. Non è un monologo, ma un vero e proprio spettacolo teatrale con scenografie, costumi, cambi di scena. L'impostazione è quella brechtiana: un teatro di narrazione che si sfila dai canoni epici per infilarsi nell'interpretazione vera e pura di chi è testimone di una tragedia immane come quella dell'Olocausto. Il 20 di gennaio sono stato ad Auschwitz, dove ho recitato in anteprima alcuni brani alla presenza di una delegazione della Pubblica Istruzione, di alcuni classi di studenti selezionati per questo viaggio della memoria e alla presenza di alcuni sopravvissuti, come le sorelle Bucci, che all'epoca erano due bambine di quattro e sei anni. L'emozione è stata fortissima e mi è rimasto addosso questo magone, questa “nera luce” che percorre la nostra storia e questo spettacolo di forte impatto diretto da Livio Galassi.

Il popolo ebraico si definisce il popolo eletto e, anche nei confronti della Shoah, gli ebrei hanno un atteggiamento particolare, perché lo vivono, come un dramma sicuramente di portata immensa, ma solo loro. Non sono però gli unici ad aver subito un genocidio. Solo per citarne alcuni: i genocidi dei curdi e degli armeni, gli aborigeni dell'Australia, le deportazioni dei negri nelle colonie americane, lo sterminio delle popolazioni del nord e del sud America. Non crede che ricordare solo questo Olocausto crei un muro contro muro tra opposti schieramenti, mentre, forse, servirebbe una giornata della memoria della barbarie dell'uomo contro l'uomo?

Il discorso spesso si fa univoco, passa l'immagine che questa tragedia sia stata solo contro gli ebrei. Quantitativamente potrebbe essere così, ma dalla stazione Tiburtina partivano treni carichi di rom, omosessuali o portatori di handicap. Forse noi italiani ne parliamo perché ci riguarda molto più da vicino piuttosto che lo sterminio del popolo curdo o le barbarie nella ex Jugoslavia. Non dobbiamo dimenticare che le leggi razziali furono promulgate nel nostro Paese. Le SS non furono solo tedesche. Siamo stati coinvolti anche noi. Concordo sul fatto che si debba fare un discorso universale: per questo lo spettacolo che ho voluto realizzare, e che produco come Teatro Zeta, parla del male e del bene, del pugno del male che spesso non è altro che il palmo del bene. È un po' come quando Hitler si faceva riprendere con le bambine, mano nella mano, questo male che si fonde nel bene. La razionalità dell'essere umano che non è altro che bestialità. È vero che bisognerebbe celebrare la follia degli essere umani, la loro bestialità, ma non penso che non vadano poi celebrate le memorie di alcune tragedie. Consideri che io le parlo da L'Aquila, dove quest'anno celebriamo i dieci anni dal terremoto. È una tragedia che, nel nostro piccolo, sentiamo nostra, nonostante sia una tragedia immensa. Per questo penso che contestualizzare storicamente aiuti a far arrivare un messaggio più forte. Il messaggio che cerchiamo di far durante questo spettacolo è che questa tragedia appartiene a tutti gli esseri umani, non solo agli ebrei: a tutti coloro che vengono ingiustamente giustiziati dal cinismo e dalla follia dell'essere umano.

In chiusura delle note di regia, Livio Galassi scrive: "un tentativo di coinvolgerci tutti in un ineludibile senso di colpa". Perché? Il senso di colpa è uno strumento per piegare le masse. Non sarebbe meglio sostituirlo con una sana assunzione di responsabilità, che ci porti ad un impegno attivo, fattivo e concreto, a non ripetere gli stessi errori e, magari, a far cessare i genocidi in atto? Ad un'ora di aereo da Roma noi abbiamo i campi di sterminio libici, la Auschwitz dei giorni nostri. Ricordare e basta, ci tiene legati al passato. Noi abbiamo il dovere di costruire il futuro.

Il regista ha i suoi punti di vista. Il senso di colpa appartiene ad un universo irrazionale, molto più vicino all'arte. Sarebbe sicuramente meglio se ci fosse un'assunzione di responsabilità al posto del senso di colpa, che comporta una presa di posizione che hanno fatto pochi uomini o donne nella storia, magari pagando con la vita, ma non tutti siamo eroi. Però il senso di colpa è una cosa più profonda, ti colpisce l'anima. Per questo Livio Galassi, da regista, e io lo condivido, dice speriamo che almeno il senso di colpa colpisca chi, come i negazionisti, sostengono che l'Olocausto non sia mai esistito. Io sono stato ad Aushwitz ed ho respirato un infinitesimo di quello che è accaduto lì ed è impressionante. Gli studenti dovrebbero andare lì e toccare con mano che esiste il male, ora come allora. Purtroppo c'è un'ignoranza molto diffusa. Lo dico da operatore culturale, da artigiano del teatro, c'è così tanta ignoranza anche nelle scuole ed è una grande lacuna da colmare.

Non la vede come una volontà politica? Pol Pot docet...

Forse sì. Io non sono un politico. Sono impegnato nel sociale, in un territorio difficile come questo aquilano, dove molti signori hanno raccolto i soldi arrivati all'inizio e poi se ne sono andati. Io invece sono rimasto su questo territorio a rischio di calo demografico, con una città che aveva ottantamila abitanti con più di ventimila studenti e che si è ridotta a meno della metà. In questo momento il mio impegno sposa queste tematiche e le sposa da un punto di vista artistico più che politico.

A modo suo anche L'Aquila può definirsi una città che ha subito deportazioni, quando i superstiti del terremoto sono stati forzatamente trasferiti in altre zone o ricollocati successivamente in città fantasma, a volte senza neanche tenere uniti i nuclei familiari?

La definirei una deportazione morbida, ma così è stata. Sicuramente non sono stati deportati in un lager, ma un M.A.P. (moduli abitativi provvisiori - nda) è un luogo dove sicuramente una persona non ritrova la propria identità. Pochi si accorgono di quello che veramente è accaduto e sta accadendo in questo pezzo d'Italia. Quello che hanno dato lo stanno progressivamente togliendo. Tutto va nel dimenticatoio. Quando ad aprile ci saranno i dieci anni del terremoto, ci sarà una passerella di personalità politiche e dopo pochi giorni sparirà di nuovo tutto: è uno show al quale in Italia siamo stati abituati. Tornando alle cronache dalla Shoah, come testimoniano i grandi genocidi della storia, sono cose che si ripetono. Sta nella coscienza di ciascuno far rivivere con amore la memoria, per non dimenticare, e, soprattutto, nell'educazione civica del singolo, cercare di ricostruire questa società che sta andando in pezzi.

Il 27 gennaio, al teatro degli Arcimboldi di Milano, Liliana Segre ha detto: "Penso che nel giro di pochi anni, quando sarà morto l'ultimo di noi, la storia della Shoah diventerà prima solo un capitolo in un libro di storia, poi una riga e poi non ci sarà più nemmeno quella". È una cosa di cui parla anche Giuseppe Manfridi nella prefazione del suo libro: “Ricordare non potrà infine divenire un ricordare la Shoah così come si ricordano le guerre puniche?”. Alla fine sarà solo un fatto storico e perderemo il ricordo delle tragedie umane?

Purtroppo è così. Io ho avuto un incontro a L'Aquila con degli studenti, in occasione di una lettura del testo, e la prima domanda che ti fanno è: ma è vero tutto quello che dice? Restano increduli. Una ragazza del liceo ha chiesto ad una delle sorelle Bucci, sopravvissuta al lager di Aushwitz: ma è tutto vero quello che ha raccontato? E lei non è impazzita? No, non sono impazzita: sono qua e, proprio perché è tutto vero, non sono impazzita. Il privilegio degli artisti credo sia di perpetrare e ricordare la memoria storica e non lasciarla morire. I film e gli spettacoli teatrali possono ricordare. Benvenga che attraverso l'arte si possa capire e comprendere quello che è accaduto davvero. Nel mio piccolo, ho la consapevolezza della mia missione e ho la necessità di raccontare e di rivivere questa immane tragedia a nome di tante persone che hanno sofferto. Soprattutto i bambini. Quello che ho sentito sui bambini di Aushwitz è orribile. Nella tasca ho un sassolino che ho raccolto lì, tra i binari di Birkenau, e credo che lo porterò sempre con me. Questa sera sarà con me in scena.

Alessia de Antoniis








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