MASSIMO VOLUME - IL NUOTATORE - Recensione

MASSIMO VOLUME - IL NUOTATORE - Recensione

NUDO E CRUDO ATTINGENDO DA STORIE DEL PASSATO. IL NUOVO LAVORO DEI MASSIMO VOLUME.

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UnfoldingRoma ha il piacere di dare uno sguardo più approfondito al nuovo lavoro dei Massimo Volume, Il nuotatore. Nove tracce che segnano il ritorno della band bolognese a sei anni dall’ultimo album. Uscito in vinile e cd, suonato solo con basso, batteria e chitarra, niente elettronica, niente tastiere o sintetizzatori. Pieno di storie, prese dal passato, un passato molto lontano, ma che sembra sempre tornare d’attualità. La copertina è una spiaggia affollata di gente, dove, però, sembra che ognuno pensi a sé, piena solitudine nella confusione. Come del resto sono le nostre metro, i nostri treni o i nostri centri commerciali.  Alla fine potrebbe sembrare un lavoro malinconico, e, forse, un po' lo è davvero, dove tristezza e realtà si miscelano a una musica di contorno che avvolge le storie sembrando un tutt’uno.  Andiamo a raccontare le nostre impressioni.


Una voce a Orlando apre l’album, sin da questo primo pezzo si capiscono i suoni che caratterizzeranno tutto il lavoro dei Massimo Volume, niente elettronica e sintetizzatori, niente tastiere ma solo chitarre, basso e batteria più voce ovviamente. La storia in primo piano con la musica che non solo accompagna, ma avvolge il racconto. Parla di un eroe, uno che non è nato per farlo e che suo malgrado sceglie di esserlo per portare a compimento il proprio lavoro di poliziotto. E chiede scusa al proprio amore, all’affetto più caro che non potrà più rivedere.

La ditta d’acqua minerale è la seconda traccia de Il nuotatore, una triste storia, comune, però, a molte persone specialmente negli anni ‘80-’90: il gioco delle carte che ti porta via tutto, addirittura la propria fonte di vita, quella che tramite il lavoro ti permette di vivere la tua vita. Il protagonista ha perso la ditta di acqua minerale a carte, per poi tornarci a lavorare come contabile. Una doppia umiliazione, a casa e nei confronti dei conoscenti che non potranno mai capire. L’unica certezza è la famiglia, seppur impoverita che resta unita, forse l’unica carta fortunata in un mazzo maledetto. Storia raccontata in un turbinio di chitarre e che ancora una volta abbraccia la storia calzandola a pennello.

In Amica Prudenza esce fuori la paura del tentare, del rischiare, di provare una svolta. Al contrario del brano precedente, dove si sarebbe osato addirittura più di quello che davvero c’è, stavolta si celebra la prudenza, la paura del fallimento che poi potrebbe essere fallimento stesso. Naufragare senza perdersi nel mare, annegare anche senza navigare è la sintesi del brano che non lascia speranza a una vita che potrebbe essere migliore solo tentando quel poco di più. Musicalmente essenziale, ma in maniera più presente dei brani precedenti.

Il nuotatore è il pezzo che dà il nome all’album, la canzone che raccoglie tutte le altre, che dà un senso praticamente a tutto. Ispirata al romanzo “Il nuotatore” di John Cheever, che consiglio vivamente di leggere, i Massimo Volume riescono a sintetizzare la storia in 3 minuti e 38, cosa non facile perché il romanzo è datato 1964, è complicato ed introspettivo. Nel voler tentare una missione per togliere la noia del giorno dopo una festa in piscina, il personaggio vuole tornare a casa passando da una piscina all’altra fino a quella di casa sua, visto che i vicini come cantano “li conosco uno a uno e li considero buoni amici” e nessuno di loro gli negherà una vasca di passaggio e un drink come accompagnamento. Ma di piscina in piscina la nuotata diventa storia e nella storia il tempo passa di corsa, velocemente, si invecchia, non ci si ricorda quasi più nulla se non il senso della missione, ci si imbatte con ex amici che negano a volte anche il fatto che ci si conosca, un inferno per il nuotatore. Così come cambia di colpo l’estate in autunno, con le foglie a terra, la gente cambia e cambia il suo atteggiamento, ma finalmente si arriva a casa, si porta a termine la missione ma quello che si ha davanti è tragico, porte sfondate e casa abbandonata. Quello che è successo lui non lo saprà mai o non lo vorrà ricordare. Ma come dice il testo, si può alzare il vento e si può scoprire che la verità è più crudele di quello che si temeva. Un pezzo profondo, complicato, ma raccontato in maniera giusta, nudo e crudo. Essenziale anche musicalmente, così come, del resto, in tutto l’album.

La quinta traccia è Nostra Signora del caso, ancora una storia presa da scritture autorevoli del passato, stavolta è Dostoevskij a ispirare il brano in questione. La voglia di partecipare a una festa, di farne parte e invece essere esclusi, tu e solo tu che non ci sei e ti domandi il perché. Dare la colpa a chi ti poteva portare con sé e non l’ha fatto e nello stesso tempo il non chiedere di partecipare che sarebbe stato il modo più semplice per farne parte. Rischiare di lasciare al caso, all’incontro casuale che poi sarebbe potuto sfociare in un invito alla festa, non può essere mai risolutivo, ma solo deterrente per il proseguo della vita, metaforicamente parlando. Poi ovviamente si dà la colpa all’altro. Non bisogna mai avere paura di chiedere aiuto, al massimo si ottiene un no. Chitarre e ritmo costante sono ben allineati verso il racconto della storia, triste storia che riguarda molti di noi.

L’ultima notte del mondo  è la sesta traccia, diversa dalle altre. Racconta l’ultima notte prima del giorno perenne come se il buio è il cattivo e il giorno è il buono, la notte il male, la luce il bene. Una distinzione che ci porterà alla fine, ad appassire sazi e gentili come i giacinti nel mese d’aprile la frase che chiude il brano. Riflessione dura che porta a pensare che il bene sia allo stesso tempo il male del mondo. I Massimo Volume citano personaggi famosi musicali del passato che si riuniscono per decidere se far tramontare per sempre la notte, giorno senza interruzione  e tutto sarà bene. Ancora una volta la musica accompagna, forza le parole con le chitarre che incalzano e tutto risulta stranamente armonioso, anche se molto funereo.

Con Fred si torna nella storia, nei libri che sono leggenda. Friedrich Nietzsche è a Venezia intorno agli anni 1880-1884 e scrive di Venezia, il nome di una città che potrebbe essere l’unica parola per sostituire la parola Musica. I Massimo Volume scrivono e raccontano di una passeggiata con Nietzsche raccontando di Venezia, del mare, dei vicoli e dei gusti di Friedrich stesso, chiamato Fred nel pezzo, come se fosse un amico fidato. Brano spezzato in due anche musicalmente, una piccola pausa per dare un senso alla camminata dell’autore con Fred. La camminata nel racconto di Nietzsche esiste veramente, i Massimo Volume lo hanno voluto accompagnare cercando di capire perché la verità a volte è brutta, spaventa vederla nuda, meglio truccata o col seno di un’altra cita il testo.

Ottava traccia è Mia madre e la morte del gen Josè Sanjurjo, protagonista del pezzo è la mamma e la storia spagnola di Franco che non sarebbe stato la persona giusta designata al trono, rubando il posto al generale Josè Sanjurjo che di diritto aveva conquistato il potere sul campo di battaglia. La Storia racconta e lo fa anche il pezzo, dell’aereo che cadde per il troppo peso, della troppa merce trasportata dal generale che non voleva sfigurare prendendo il potere. Così come la mamma che ci raccomanda di lavarci dietro le orecchie, di cambiare mutande, calzini perché non si sa mai cosa può succedere, vedi un incidente e poi, ci facciamo riconoscere perché sporchi? Andare in giro col culo profumato è l’unico modo per farsi rispettare per chi nella vita non è nato fortunato. Ecco solo la mamma potrebbe capire perché quel generale abbia caricato così tanto quell’aereo pur di non sfigurare nel prendere il potere massimo.

Vedremo domani chiude l’album dei Massimo Volume, racconta la ricerca della soluzione aspettando il domani. Rinviare, ma soprattutto giustificare l’assenza dell’oggi per domani, del giorno dopo, della prossima volta, succederà, capiterà. Colpa sempre dell’altro, mai di se stessi. I Massimo Volume ci dicono di aver voluto storpiare volutamente una poesia di Milo De Angelis, un po' riconosciamo in loro la capacità di esprimere il profondo disagio che in De Angelis esce fuori costantemente. Musica padrona del pezzo, forse l’unico pezzo in cui il testo è un tasto sotto come importanza.

Dicevamo all’inizio di brani molto malinconici, ma che rappresentano al meglio il malessere dei giorni nostri dove pensiamo più a tenere gli occhi fissi sul telefono che a guardarci attorno, i Massimo Volume hanno trovato il modo giusto per esprimere tutto questo e lo hanno fatto al meglio, senza trucchi e senza esagerare. Ottimo lavoro.


GIUSEPPE CALVANO



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