Nata
a Roma dove vive e lavora, dopo aver conseguito la maturità
artistica, Sabrina Ventrella ha continuato la sua formazione
accademica specializzandosi in diverse tecniche, dalla pittura ad
olio al restauro di dipinti, dal mosaico alla scultura.
Da diversi
anni si dedica in particolare alla realizzazione di opere utilizzando
materiali particolarmente congeniali alla sua poetica, in equilibrio
tra memorie introspettive e visioni fantastiche. Tra le varie
esperienze di chiara importanza, ricordiamo gli allestimenti
ecologici per l'Agenda 21, i laboratori di riuso artistico per
disabili presso la comunità di Capodarco, la partecipazione alle
Giornate del decoro urbano promosse dal Comune di Roma e l'intervento
nel programma televisivo "Paint your life" su Discovery
Real Time di Sky, dedicato alle tecniche artistiche e al riuso
nell'arredamento.
Sabrina, come hai fatto luce sulla tua vocazione artistica? Raccontaci quindi come ti sei accostata a questo mondo e qualcosa di inerente alla tua formazione accademica.
Direi, senza alcun dubbio, che nel mio caso la “vocazione” si è fatta luce da sola, nel senso che naturalmente fin dall’adolescenza mi è stata chiara quale fosse la strada da prendere…Non ce ne potevano essere altre. Guardando alla mia formazione artistica iniziale mi sembra di aver seguito un flusso già stabilito, che mi ha portato, ormai da oltre un decennio, all’Arte del Riuso. Dopo aver conseguito la maturità artistica, mi sono dedicata con passione e impegno “maniacale” allo studio e all’approfondimento delle diverse tecniche artistiche tradizionali. Ricordo il benessere che traevo dall’immergermi profondamente nella pratica artistica. All’epoca, frequentai il biennio del corso di illustrazione, di seguito il corso, sempre biennale, di pittura ad olio dall’antico e di restauro del dipinto presso la Scuola di Arti Ornamentali del comune di Roma. Poi il corso di Mosaico romano (sempre biennale), presso l’Upter.
Questa formazione è stata sicuramente congeniale allo sviluppo della mia poetica; le tecniche acquisite mi hanno permesso di esprimere liberamente la mia creatività, immaginazione e visioni che caratterizzano il mio linguaggio.
Il riuso creativo dà una nuova vita agli oggetti inutilizzati, riducendo la quantità di rifiuti destinati alle discariche. Le realtà che si occupano di riusare sono numerose e sparse in tutto il mondo, come Materials for the Arts di New York. A tuo avviso, qui in Italia è una concezione di arte sostenibile che ha preso piede o si potrebbe fare di più?
Il
processo all’origine del riuso creativo può definirsi “virtuoso”,
in quanto esprime dei valori etici oltre che estetici; stimolando
delle riflessioni importanti in un’epoca come la nostra in cui il
problema della produzione dei rifiuti e del loro smaltimento è
divenuto di pressante attualità. Attualmente, come in passato, sono
molti gli artisti che si esprimono utilizzando materiali di scarto,
come risposta al disagio consumistico che si intende denunciare.
Riguardo alle istituzioni, ritengo che potrebbero fare di più,
destinando ed esempio luoghi ed edifici pubblici a questo tipo di
espressione. Per quanto mi riguarda sono molti anni che coltivo il
sogno di realizzare uno spazio pubblico dedicato alla creatività e
all’Arte del Riuso. A questo scopo, sulla scia di “Materials for
the Arts di New York, ho presentato idee e progetti alle istituzioni
senza ricevere risposta. Credo che il degrado in cui versi ormai da
troppo tempo la politica Italiana impedisca agli amministratori di
percepire gli stimoli e i fermenti che si muovono all’interno della
società. Ma nonostante ciò, credo che prima o poi questo mio sogno
riuscirò a realizzarlo, anche perché sono convinta che un luogo
dedicato alla raccolta e al riutilizzo estetico dei materiali di
scarto, sarebbe di grande giovamento per il benessere individuale e
collettivo, in quanto favorirebbe lo sviluppo della creatività e
dell’immaginazione di cui si sente sempre più il bisogno.
In un momento storico in cui l’ecologia, le energie rinnovabili ed il riciclo sono entrati a far parte del pensiero globale, la cultura artistica ha dimostrato una nuova sensibilità per la materia di scarto. Quali sono le principali tecniche di ti cui avvali per re-inventare oggetti che divengono pezzi d'arte?
Come accennavo prima, sono approdata all’Arte del Riuso da oltre un decennio, dopo aver trascorso un lungo periodo di formazione accademica, che mi ha consentito di approfondire le diverse tecniche tradizionali. Questo mi ha dato la possibilità di metterle al servizio della mia creatività e immaginazione, che sono caratteristiche fondamentali nell’Arte del Riuso, la quale si basa, in primo luogo, sulla capacità di vedere oltre, di osservare in modo inconsueto e poetico la realtà che ci circonda, nel saper cogliere l’essenza di un oggetto al di là del suo significato convenzionale. Per quanto mi riguarda, coesistono due procedimenti distinti: il primo parte da uno schizzo, un progetto o comunque da un soggetto che voglio rappresentare. L’altro nasce dall’oggetto che mi colpisce, mi emoziona, suggerendomi altro da quello che è, ed intorno a questo si sviluppa istintivamente l’opera.
Spostando un po' l'ottica al passato, la poetica duchampiana dell'object trouvé, ossia di spostare gli oggetti dalla loro logica d'uso abituale trasferendoli in un contesto diverso, per trasformare la loro capacità di significazione in qualcosa di distinto da quella originale, ha rivoluzionato le fondamenta del fare arte. Senti di aderire a questa concezione?
Credo
che vi siano delle affinità tra la mia arte e la poetica di Duchamp,
in particolare mi riferisco al processo di decontestualizzazione
dell’oggetto che ci accomuna, per raggiungere però risultati
diversi. Nel mio caso, l’oggetto attraverso un processo
immaginativo, diviene altro rispetto al significato comunemente
attribuitogli, diviene materia vibrante in quanto la memoria del suo
vissuto traspare ed emoziona, entrando in un processo di
riconversione estetica. La bellezza e la meraviglia assumono per me
un valore assoluto nel risultato finale, così come la ricerca di
leggerezza anche quando esprimo tematiche dolorose e angoscianti.
Perché fare arte nella contemporaneità? Esiste un obiettivo sociale al di là dell'arte per l'arte?
Ritengo
che senza arte non si possa vivere, e mi riferisco non solo all’arte
figurativa ma a tutte le sue svariate forme. Non riesco a immaginare
la mia vita priva di arte che accompagna (come pratica e come
fruizione), la mia esistenza fin dall’adolescenza. È l’espressione
più intima e profonda che l’essere umano possa esprimere. È
l’unico modo, insieme alla contemplazione della natura, che riesce
ad elevarci, allontanandoci dalle “miserie” del quotidiano
donandoci benessere, a maggior ragione in un periodo come questo in
cui si assiste ad un degrado dell’uomo non solo in Italia ma in
tutto il mondo. Per questo, ritengo che l’arte rivesta una funzione
sociale di primaria importanza.
Paul Klee affermava che l’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è. Sei d'accordo?
Penso proprio che Paul Klee abbia ragione; l’espressione artistica esprime la porta interiore, i moti dell’animo, le impellenze personali, di cui spesso anche lo stesso artista ne è inconsapevole e per questo esprime l’invisibile.
Si avvicina la trasformazione dell'ex dogana a San Lorenzo. A darne notizia tempo fa è proprio la pagina Facebook dello spazio multifunzionale che con un post ha annunciato ai proprio seguaci la cessazione dell’attività: come commenti questa situazione?
Riguardo
l’Ex Dogana, mi auguro che insieme al Comitato di Quartiere di San
Lorenzo, possa continuare, per poter sviluppare le trasformazioni
previste nel progetto, nella direzione di uno sviluppo economico e
creativo che tenga conto delle peculiarità del quartiere. Ciò vuol
dire creare una sinergia con l’Università e quindi nuove
tecnologie, brevetti, progetti ed economia circolare, da applicarsi
all’artigianato locale e alle arti presenti. Significa anche
creazione di servizi, formazione, socialità e sviluppo della
comunità, un progetto pensato per essere sostenibile economicamente,
senza alterare il tessuto urbanistico, patrimonio e memoria di San
Lorenzo e dell’intera città.
Per rendere sempre più ambiziose e accattivanti le mostre, i musei ricorrono alla tecnologia: come sta la cultura in questo Paese?
Occorre fare una premessa, l’introduzione sempre più frequente della tecnologia all’interno delle mostre, di per se è un fattore positivo se contribuisce a migliorare la fruizione delle opere esposte e a stimolare la conoscenza del contesto (mi riferisco ad esempio all’utilizzo della realtà aumentata o di alcune ricostruzioni virtuali), attraverso l’uso di linguaggi digitali divenuti di uso comune anche per il grande pubblico. Tuttavia, a mio avviso, la tecnologia deve rimanere uno strumento e non il fine, che in molti casi mira a spettacolarizzare l’evento a discapito dell’oggetto stesso della mostra ossia l’opera d’arte e il lavoro dell’artista.
In
realtà il discorso dovrebbe rientrare più in generale all’interno
di una politica culturale, che di fatto è assente in Italia da
troppo tempo. Questo ha portato, ad esempio, ad una gestione privata
delle mostre e degli eventi culturali, in cui troppo spesso il
criterio di scelta è legato non sempre alla qualità quanto
piuttosto al numero di partecipanti che attrae. In questo modo
accanto ai nomi noti, difficilmente trovano spazio artisti meno
conosciuti al grande pubblico e questo è tanto più evidente nel
caso dell’arte contemporanea, rilegata sovente in luoghi
alternativi e in circuiti più ristretti. Una politica culturale di
cui si sente sempre più bisogno, capace di educare l’individuo al
bello già in tenera età, con grandi benefici sul suo sviluppo
futuro e sulla società. Una politica che sin dai primi anni
scolastici dovrebbe dare maggior spazio all’insegnamento delle
materie artistiche (esattamente il contrario di quanto avviene ora),
con programmi innovativi in cui accanto alla teoria si dovrebbero
prevedere pratiche esperienziali, atte ad incrementare la creatività
individuale e a favorire la comunicazione intersoggettiva, secondo le
modalità più aggiornate. Un’educazione al bello e una competenza
diffusa che si rifletterebbe in una maggiore valorizzazione del
patrimonio artistico-culturale, non solo concentrato nei circuiti
tradizionali, ma anche in luoghi periferici, con conseguente crescita
di una economia diffusa e sostenibile.
Valerio Marra, comandante del gruppo dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale di Roma, ha parlato in un convegno recentemente tenuto del furto di opere d'arte in Italia. Quali sono le tue considerazioni in merito?
Credo
che all’origine di questo fenomeno deprecabile, e purtroppo da
sempre praticato ci sia non solo il valore economico dell’opera
d’arte, che in alcuni casi ha raggiunto cifre ragguardevoli, ma
anche una motivazione legata al potere e al prestigio che il possesso
di certi capolavori garantisce al proprietario, anche se non
legittimo. Questo è il motivo per cui sovente preziosi capolavori
entrano a far parte delle collezioni dei potenti della terra, così
come succedeva in passato quando i grandi regnanti, principi o
pontefici, se non riuscivano ad ottenere con mezzi leciti il pezzo
desiderato ricorrevano a mezzi illeciti.
Come mantieni viva la tua creatività? Conosci modi per darle impulsi significativi?
La creatività è una pratica e come tutte le pratiche necessita di un allenamento costante, direi quotidiano. Solo in questo modo ci si abitua a far fluire le idee, a sviluppare l’immaginario, a fare dei collegamenti con il nostro “archivio” interiore. Indubbiamente è importante nutrirci continuamente di arte, ricevere stimoli dall’esterno e saperli leggere, cogliere in profondità la realtà che ci circonda, registrare i sussulti e le emozioni che poi inconsciamente emergono e si traducono in immagini e visioni.
Si sono verificati momenti in cui non sei riuscita a passare da un'idea alla sua attuazione?
Forse sì, se ci penso bene, solo nei casi in cui l’idea non era così forte, nel senso che probabilmente non corrispondeva all’esigenza impellente di comunicare qualcosa che per me era importante.
Progetti a cui prenderai parte nel breve periodo?
Attualmente sto lavorando ad alcune illustrazioni che compongono un libro a cui tengo molto. Ci sono nell’aria altri progetti, di cui però preferirei parlarne solo quando saranno definitivi.
Hai altri sogni nel cassetto?
Il mio sogno più grande è proprio quello di cui parlavo prima, che nutro da tempo, cioè poter far nascere un Centro sulla Creatività con materiali di scarto che possa diventare un riferimento per la città, dove poter raccogliere oggetti e materiali “rifiutati” da riconvertire esteticamente. Un grande laboratorio cittadino, dove si faccia formazione, si educa alla bellezza e alla sostenibilità, seguendo l’esempio di Materials for Arts di New York. Credo non ci sia nulla di simile a Roma, per questo penso che sarebbe un grande arricchimento per la nostra città.
Chiara Zanetti
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