Due giorni, due anni. Questa la distanza tra Giovanni Trapattoni e Carlo Mazzone. Distanza anagrafica, a favore, se così si può dire, di "Sor Carletto". Classe 1937 lui, classe 1939 il Trap, due simboli del calcio italiano che fu, due ottantenni arzilli, e non è una presa in giro, ma la pura realtà. Il segno del tempo, delle partite, delle urla, delle notti insonni passate a capire cosa fare per poter saperne una più dell'avversario. Diversi, ma così uguali. Icone di uno sport ma soprattutto di vita, in tempi avarissimi di social network e di pane e salame. Uno nei grandi palcoscenici, l'altro in provincia. Grandi allo stesso modo, inesauribili malati di pallone come bisogna essere se si vuole arrivare così in alto. Il 17 marzo è toccato al Trap, il 19 è la volta di Mazzone. Superati gli ottanta, possono voltarsi indietro vedendo tanto vissuto e tante gioie. Come lo scudetto dei record dell'Inter del 1989 o aver avuto il privilegio di allenare Roberto Baggio. Cusano Milanino e Roma, lontane e vicine, due mondi opposti ma senza inquinamento, perché questi due il calcio l'hanno amato e coccolato come lui ha fatto con loro.
Trapattoni che fa tutta la trafila delle giovanili in rossonero ed esordisce ventenne a Ferrara, Spal-Milan 0-3, anno di grazia 1960. Mediano, terzino e tante altre cose. Tre anni dopo segna al Santos in Coppa Intercontinentale, con Pelé in campo, dopo aver vinto la prima Coppa dei Campioni pochi mesi prima a Wembley contro il Benfica di Eusebio. Roba grossa. Allena pure, ma a San Siro festeggerà quel titolo con i cugini: resterà l'ultimo scudetto interista prima dei pasticci di calciopoli. In mezzo, tanta Juventus. Dal 1976 al 1986 si iscrive alla "hall of fame" bianconera: sei scudetti, due coppe italia e due urli europei strozzati in gola perché Ajax e Amburgo si mettono in mezzo. Poi il Trap va in Germania e vince col Bayern, iscrivendosi stavolta ai libri di storia calcistica per quella famosa conferenza stampa in cui ce l'ha con un suo giocatore dal nome emblematico: Strunz. Dopo la parentesi a Cagliari, ritorna a respirare alte vette con la Fiorentina, ma il crac di Batistuta in piena lotta scudetto col Milan nel 1999 mette fine ai sogni di gloria. Con la Nazionale i sogni restano tali: in Giappone nel 2002 la sua acqua santa in panchina non fa miracoli. Quella panca quasi la spacca: pugno al plexigas nel giorno in cui Byron Moreno se ne inventa parecchie e butta fuori l'Italia dal Mondiale. In sostanza, "Giuan" finisce qui. Ma non merita certo d'essere inghiottito da una terribile notte coreana.
Mazzone parte dal Latina, venticinque presenze, fa due partite con la Roma prima di chiudere con il bianconero dell'Ascoli dove resta nove anni e all'ultima stagione fa sia il giocatore che l'allenatore. Costantino Rozzi, uno di quei presidenti che mancano al calcio di oggi e che ben si sposa alla genuinità di Carletto, lo tiene in panchina e lui sfiora la promozione in A. Inizia un giro d'Italia sfrenato: Fiorentina, Catanzaro, Livorno, Lecce, ancora l'Ascoli, Bologna, Pescara, Cagliari, prima della Roma nell'estate del 1993. Profeta in patria, porta i giallorossi in Europa e si fonde con il pubblico romanista di cui è parte integrante. Un tifoso in panchina, che dopo un Milan-Roma vinto dai rossoneri, a proposito di un suo giocatore che ha perso un pallone in occasione di una rete, dice: "Chi porta palla la perde... e poi la rincore". Lui che lancia Totti, che a sua insaputa viene mandato in conferenza stampa. Il mister irrompe prima dell'inizio: "Ma che ci fai tu qui? Vai a cambiarti!". Mica voleva vederlo sbranato dal plotone di giornalisti a soli diciassette anni... Poi ci sono anni caldi, dopo la Roma, vissuti in piazze dove bisogna salvarsi. Torna a Bologna, e altro che bassifondi: la porta in semifinale di Uefa e solo un discutibile rigore concesso al Marsiglia gli toglie la gioia della prima finale europea. A Perugia fa uno scherzetto alla Juventus e aumenta i suoi fan: il 14 maggio del 2000 i biancorossi vincono al Curi e tolgono lo scudetto a Del Piero e compagni. Poi il Brescia e Roberto Baggio. "Ti andrebbe di venire da noi? Se tu sei d'accordo, parlo col presidente", gli disse nella più bella telefonata per lui ma anche per il "Divin Codino", che era tornato ad allenarsi addirittura nei campi del suo paese, perché nessuno lo riteneva più idoneo a manifestare le gloriose gesta. In Lombardia invece ci riesce: tanti gol, un rapporto speciale col suo padre-padrone, il solito infortunio che si mette di mezzo e la rincorsa al sogno del Mondiale sfumata perché il CT non lo convoca. Quel CT si chiamava Giovanni Trapattoni. Cusano Milanino e Roma non sono mai state così vicine.
Stefano Ravaglia
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