Alessandro Averone

Amo molto i classici nel senso di autori stratificati che hanno un fuoco di indagine che arriva fino a noi e andrà avanti anche oltre, con tematiche atemporali che riguardano l’essere umano in ogni momento. E Pirandello, indubbiamente, lo è.

stampa articolo Scarica pdf

Dopo Shakespeare, a farla da protagonista al Teatro Vascello è stato un altro classico d’autore. Con “Il piacere dell’onestà” di Pirandello, la Compagnia Kunk Teatro, ci ha regalato momenti di “grottesca” ironia e profonda riflessione.

Uno spettacolo magistralmente diretto e interpretato da Alessandro Averone, che abbiamo avuto l’occasione di intervistare dopo lo spettacolo.

Dopo “Così è se vi pare”, torna nuovamente a teatro con un’altra opera pirandelliana. Tematiche, modo di scrivere, cos’è che l’affascina tanto di questo grande autore?

Le tematiche sicuramente. Amo molto i classici nel senso di autori stratificati che hanno un fuoco di indagine che arriva fino a noi e andrà avanti anche oltre, con tematiche atemporali che riguardano l’essere umano in ogni momento. E Pirandello, indubbiamente, lo è. Questo, poi, è il secondo testo pirandelliano che metto in scena e si tratta, in entrambi i casi, di opere in cui Pirandello mette dentro una critica che assume dei toni abbastanza caustici e divertenti, quasi grotteschi, sul salotto borghese e questo tipo di commedia è proprio nelle mie corde. Mi piace molto perché da la possibilità di ridere anche all’interno e di passare attraverso degli stati d’animo vari. C’è, comunque, sempre di fondo una sua profondità di pensiero e di indagine che porta lo spettatore a una riflessione seria e profonda, ma che allo stesso tempo da anche la possibilità di ridere di sé stessi.

Come lei stesso ci ha appena fatto notare, Pirandello ha nei suoi testi una modernità che si riflette ancora oggi. Nella realizzazione dei costumi c’è stato un accostamento di costumi d’epoca e moderni (basti pensare al giaccone di pelle indossato dal suo personaggio, Angelo Baldovino). L’intento era proprio quello di voler sottolineare questa attualità dei temi pirandelliani?

Sì, diciamo che non volevo storicizzare l’allestimento in un periodo particolare, per cui il richiamo ai costumi d’epoca, che tra l’altro sono antecedenti in quanto del 1700, è proprio un fatto giocoso di riferimento all’epoca, per antonomasia, dell’apparire e della forma. L’idea era quella di entrare in un salotto borghese, dando l’impressione di entrare sì in quell’epoca, ma con una realtà abbastanza atemporale.

In quest’opera oltre che dirigere interpreta anche il ruolo del protagonista, quanto c’è di suo in Angelo Baldovino?

Di mio ho inserito abbastanza, nel senso che è un personaggio che sento molto vicino, un personaggio che prova a combattere e a sopravvivere nel mondo cercando di mantenere una coscienza sempre sveglia e attiva. In questo caso, lui cerca una via più semplice alla risoluzione del problema perché è come se accettando di essere marito, pur nella menzogna, potesse mettere a tacere la bestia che è in lui. Anche se, in realtà, non ci riuscirà neanche così, la sua consapevolezza di tutto ciò rappresenta, però, proprio l’aspetto fondamentale. La sua e quella del personaggio di Agata che fa un percorso simile. All’inizio, infatti, ha una forma di ribellione nei confronti di questo mondo delle forme così radicato, che è quello della famiglia in cui vive, puramente istintiva senza, però, capirne veramente il perché. Solo attraverso l’unione con Baldovino riuscirà ad averne, alla fine, una consapevolezza anche razionale.

Come è stato conciliare i due ruoli di regista e interprete?

È complicato recitare all’interno di uno spettacolo che dirigo e normalmente preferisco non farlo. In questo caso si tratta di uno spettacolo nato per l’Istituto di Cultura Italiana di Lione, il cui console mi conosceva come attore e mi ha chiesto di realizzare uno spettacolo per i 150 anni di Pirandello e non mi sembrava carino proporgli un qualcosa in cui io non recitassi. Normalmente, tuttavia, preferisco non farlo perché da dentro si perde un po’ oggettività ed è faticoso entrare e uscire per poter vedere l’equilibrio generale di quel che si mette in scena. Diciamo, però, che con ruoli che sono più vicini al proprio sentire è un po’ più semplice.

Il vostro gruppo, la Compagnia Kunk Teatro, è costituito da un gruppo di attori veramente bravi, con una grande sinergia e molto ben amalgamati. Cosa significa per lei lavorare con loro? E come concilia anche il suo ruolo da attore?

Come compagnia abbiamo fatto già diverse produzioni e vogliamo continuare. Questa per me è una realtà preziosa ed è ciò che più si avvicina al senso di fare questo mestiere che è, appunto, quello di farlo a livello corale, di scambio e di esperienza umana e di sinergie le altre persone con cui si lavora. E quando si hanno interessi comuni, quando c’è l’amicizia e il piacere di stare insieme sul palco tutto ciò è un valore aggiunto al lavoro che si fa. Allo stesso tempo continuo anche a lavorare esternamente come attore in altri spettacoli o in tv. Ma sono, comunque, tutte situazioni che spero si arricchiscano a vicenda.

In un’intervista recente, ha definito il suo personaggio: “un uomo in bilico tra identità e istinto primordiale”; qual è il significato di questa affermazione?

È la condizione dell’essere umano. Tutti noi abbiamo una parte che Pirandello chiama la “bestia” che è quella che segue più l’istinto, il nostro essere e una parte più razionale che comunque deve vivere nella società a contatto con le altre persone. Quindi vivere nel mondo significa, allo stesso tempo, vivere con dei condizionamenti dal di fuori, tanto più nel mondo moderno, dove con i social network e internet il privato diventa sempre più pubblico.

Proprio a tale proposito, i personaggi dell’opera vivono un mondo di compromessi sia per apparire sia, allo stesso tempo, per salvaguardare l’apparenza, che è un po’ proprio quello che succede sui social network dove mettiamo tutto ciò che vorremmo essere nascondendoci, in realtà, dietro ad altre maschere. Cosa ne pensa dell’impatto che questi mezzi possono avere sulla realtà?

Internet è un mezzo di comunicazione molto potente e quindi come tutte le cose bisogna sempre stare attenti all’uso che se ne fa, esserne consapevoli. Ogni volta che si pubblica qualcosa si sa che questo sarà davanti agli occhi del mondo intero e per ovvie ragioni si è condizionati anche da quel che si scrive, per il fatto che lo facciamo davanti alle altre persone. Quindi, questi due nostri lati rappresentano un po’ una situazione conflittuale all’interno del nostro animo. E qui ci riallacciamo proprio al messaggio trasmesso dalle due opere di Pirandello che ho messo in scena, i cui finali sono sempre abbastanza sospesi perché in realtà una risposta alla risoluzione di questo problema non c’è. È semplicemente un fatto di consapevolezza nostra personale di quanto, in realtà, il nostro agire, il nostro essere sia frutto di un condizionamento, di quanto lo scegliamo e di quanto invece no. Quindi le conseguenze di tutto ciò sono nelle nostre mani sia nei nostri confronti sia nei confronti degli altri.

Rimanendo in tema digitale, il 2 aprile 2019 ha segnato una svolta decisiva nella lotta contro la violenza sulle donne, grazie all’approvazione dell’emendamento sul “Revenge Porn”. Qual è la sua opinione a riguardo?

Non posso che essere d’accordo su tutto ciò che possa eliminare il problema della violenza sulle donne o della violenza in generale, è assurdo che ancora oggi ci siano episodi di questo genere…

Episodi che sono anche aggravati dalle divulgazioni internet…..

Sì, infatti, come dicevo prima, essendo un mezzo di comunicazione talmente incontrollabile e potente ha un effetto quasi immediato di massa su quello che genera. La questione è che bisogna cercare di educare molto presto le generazioni future a una consapevolezza maggiore dal proprio punto di vista. Perché purtroppo, e qui Pirandello insegna, l’istinto violento animale è dentro di noi ma va arginato perché altrimenti si ritorna all’età della pietra. Su questi argomenti bisogna sempre essere vigili, perché non importa se passano generazioni su generazioni, il rischio di cadere c’è sempre.

Come, ad esempio, il rischio di cadere nel bullismo?

Il bullismo c’è sempre stato, solo che, ovviamente, non essendoci i mezzi di comunicazione che ci sono oggi aveva meno riverbero. Per questo, comunque, è importante lavorare a monte sul problema perché purtroppo è un limite della natura umana avere paura di ciò che non è uguale a noi di ciò che è fuori dal gruppo perché stare all’interno di una massa ci fa sentire tranquilli e non ci fa mettere in discussione. Sono dinamiche presenti nel nostro DNA purtroppo.

Alessia Graffi

© Riproduzione riservata