OVVI DESTINI

Non c'è niente di ovvio nella nuova drammaturgia di Filippo Gili, andata in scena al teatro Brancaccino in prima nazionale. - di Alessia de Antoniis

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Tre sorelle. Laura la primogenita, ludopatica, Lucia la seconda, Costanza la più piccola. Costanza è su una sedia a rotelle per colpa di un incidente provocato un paio d’anni prima da Laura, la maggiore. Ma né Costanza né Lucia conoscono la disgraziata responsabilità di Laura. Loro no: ma la conosce uno strano individuo, Carlo, che comincia a ricattare Laura, ma che offrirà, al contempo, un dono: la possibilità di esprimere un desiderio irrealizzabile. 

“Domani non sarò più qui” era la frase che rompeva la gioia conviviale di una famiglia come tante, riunita attorno ad una tavola in Prima di andar via. Ancora una volta Gili fa iniziare tutto attorno ad una tavola apparecchiata. Solo che questa volta non c'è nessuna frase ad effetto a fermare il tempo. Stavolta lo spettatore non viene catapultato in una realtà inizialmente non manifesta: ci scivola lentamente.

Quale realtà? Quella di un ovvio destino? Ovvio, dal latino obvius (che viene incontro), contribuisce a percepire il succedersi degli eventi, ovvero il destino, come qualcosa che ci viene inesorabilmente incontro o al quale andiamo incontro. Siamo attivi o passivi? Possiamo decidere oppure no?

A tavola le tre sorelle scherzano con le parole destino e karma. Se utilizziamo il concetto di karma, il destino lo creano le persone ed è semplicemente la sommatoria degli effetti di cause che noi stessi mettiamo. Che destino è quello che va incontro ai personaggi di Gili?

Se davanti a me ho un destino cieco o predeterminato, sono una vittima; se ho un karma, sono un essere assolutamente libero, nel bene e nel male. Costanza, la sorella minore, resa paraplegica a causa di un incidente, subisce un “destino di merda”, come lo definisce, o sconta un karma? Laura, la primogenita, che esprime un desiderio irrealizzabile, va incontro al suo ovvio destino o sceglie liberamente il suo karma?

Ancora una volta, Filippo Gili usa la vita di tutti i giorni per guidarci in una ricerca nelle profondità del nostro inconscio, con la nostra cattiveria, la nostra bontà, le nostre debolezze, le nostre paure, il nostro egoismo, il senso di colpa indotto da una religione dominante.

La famiglia, cellula base della società, nell'analisi di Gili, appare come un microcosmo per mostrare il comportamento egoista dell’essere umano. In Ovvi Destini, la trama diventa solo un pretesto per consentire al percorso drammaturgico di svolgersi, ma è la ricerca, il viaggio, il vero protagonista, da vivere come un'esperienza conoscitiva non convenzionale che lascia lo spettatore cambiato, come lo saranno i protagonisti al termine della loro breve ma intensa esperienza.

Carlo, questa figura ambigua che entra nella vita delle tre sorelle per offrire un “regalo immeritato”, indipendentemente da ciò che rappresenta, dà un'opportunità: in apparenza quella di cambiare il destino, di non renderlo più così ovvio.

Ma, se la lampada di Aladino esaudisce i desideri espressi, quelli trasformati in parola attraverso un processo di razionalizzazione, qui il desiderio attinge direttamente all'inconscio, a quella parte di noi così vera da sfuggire ad ogni controllo, un antro oscuro dove le convenzioni sociali, i valori morali, le apparenze, perdono il loro potere e i nostri istinti prevalgono.

Gili ci mette di fronte ad una realtà incontrovertibile: le nostre sovrastrutture, le nostre forme sociali di coscienza, non sono in grado di gestire i nostri pensieri inconsci. A differenza di chi ha in mano una lampada magica, tuttavia, Laura non può scegliere se avvalersi o meno di quel “regalo immeritato”: nell'attimo stabilito il suo desiderio prenderà forma.

Come ricorda Filippo Gili, “il Poeta e lo Scienziato, nel film Stalker di Tarkovskji, quando arriveranno alla Stanza dei desideri, si sottrarranno dall’esprimerne: chi garantisce che il desiderio più profondo sia quello cosciente, quello espresso, quello che deriva dall’amore, dalle cose chiare, piuttosto che uno strano oggetto che alberga nelle lontane caverne di un violento, libidico, antico Io?”

Filippo, invece, preferisce spingere i suoi personaggi al limite, consentire loro di mettersi alla prova, di confrontarsi con il loro lato nascosto, incurante del fatto che possa essere oscuro o illuminato, forse perché, come diceva Socrate “una vita senza ricerca non è degna d'essere vissuta". E, a differenza di Tarkovskji, Filippo preferisce viverla fino in fondo, ovunque conduca.

Gili dà anche stavolta una bellissima prova di realismo, inteso come forma artistica che tende alla verità, la verità su se stessi, che è tanto più universale, quanto più è soggettiva, unica e irripetibile, come tanti pezzetti di uno specchio frantumato, ognuno dei quali riflette una parte dell'intero.

Da sottolineare la mancanza di misericordia nel testo: nella misura in cui un eventuale perdono è ininfluente rispetto alla natura delle nostre azioni e il senso di colpa non può porre rimedio a ciò che abbiamo commesso, qualsiasi sentimento compassionevole non avrebbe ragione di esistere.

La realtà viaggia su un binario diverso dal nostro moralismo: è influenzata dal nostro vero io, quello che spesso non vogliamo neanche conoscere, che risiede laddove nascono quei desideri che razionalmente non avremmo il coraggio di esprimere, al di là di quella porta che Tarkovskji, a differenza di Gili, non fa varcare ai suoi personaggi perché significherebbe accedere alle forze dello stregone, mentre noi siamo Topolino. 

Riuscita anche la regia, visto il non facile compito di armonizzare quattro attori dalla personalità ben definita come Pier Giorgio Bellocchio (Carlo), Anna Ferzetti (Lucia), Daniela Marra (Costanza) e Vanessa Scalera (Laura). La sinergia che si crea e la professionalità degli attori contribuiscono a rendere fluido il susseguirsi dei vari quadri, mentre la loro recitazione contribuisce a far emergere il non detto, completando così un testo ricco ed essenziale insieme.

Sicuramente un'altra ottima prova di Filippo Gili.

Alessia de Antoniis



















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