ENRICO LO VERSO - Intervista Di Alessia De Antoniis

ENRICO LO VERSO - Intervista Di Alessia De Antoniis

Ballare con una stella? Meglio di no, preferisco parlarci. Intervista ad Enrico Lo Verso. Aspettando le sue Metamorfosi, di nuovo a Roma al Ghione il 26 maggio – di Alessia de Antoniis

stampa articolo Scarica pdf

Palermitano, attore poliedrico, doveva doppiare Antonio Banderas nel film “Il ladro di bambini”, ma Gianni Amelio gli dà direttamente la sua parte. Era il 1992 e il film si aggiudica 7 David di Donatello, 3 Nastri d'argento, il Grand Prix Speciale della giuria a Cannes. Da allora ha lavorato con grandi nomi del cinema internazionale, da Ridley Scott a Michele Placido, da Giuseppe Tornatore a Pasquale Squitieri, da Ettore Scola a John Irvin. Lo scorso anno ha interpretato Michelangelo Buonarroti in “Michelangelo – Infinito”, una delle sfide più suggestive della sua carriera di attore cinematografico. A teatro registra serate sold out con le Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone e Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello. A riprova del fatto che, se il teatro è di qualità, gli spettatori non si lasciano intimorire neanche dal teatro antico. 

Hai fatto cinema, tv e teatro. In un caso puoi girare la scena più volte e poi interviene il montaggio, mentre in teatro sei tu e il pubblico. Dove ti senti più a tuo agio? Il pubblico che viene a vederti al cinema cerca la stessa cosa di quello che viene in teatro? 

Non hai una grande esperienza di cinema (ridiamo). Il cinema è molto più difficile del teatro. Non è vero che puoi ripetere le scene tante volte, cambiano gli obiettivi e le inquadrature: sembra che una scena venga rifatta tante volte, ma non è vero. Se così fosse, tutti i film sarebbero belli, invece sono pochissimi quelli ben fatti. Al cinema devi mettere le tessere di un mosaico senza avere l'idea del progetto finale, che è nella mente qualcun altro. Devi cercare di dare il colore giusto ad una tessera che viene posizionata in un determinato posto, mentre quella successiva sarà posizionata a distanza di giorni o settimane. Poi interviene il montaggio, che non è detto possa aiutare, ma fa sì che tu abbia ancora meno controllo su quello che fai. In teatro, come diceva Aristotele, hai le tre unità di luogo, tempo e azione, per cui segui tutta la storia avendo la possibilità di entrarci. Hai più tempo per provare e, quando vai in scena, presenti semplicemente un lavoro che hai fatto prima. Chi dice che il teatro è difficile, ha probabilmente bisogno di credere di fare qualcosa di difficile. Diventa semmai importante riuscire ad entrare in contatto con il pubblico, a trasmettere emozioni. Al cinema il pubblico non è quello della sala, ma quello degli elettricisti, degli operatori, di chi è pagato per stare lì a lavorare e ai quali non interessa nulla di ciò che tu stai interpretando. Se tu, recitando, riesci a coinvolgerli, allora quello è il tuo pubblico.

Perché sei stato molto tempo lontano dal teatro?

Perché lo trovo troppo facile. Amo sfidarmi in continuazione e non mi piace lavorare solo un paio d'ore al giorno. Con questo spettacolo, con il quale cambiamo teatro quasi ogni giorno, siamo in due e io aiuto anche a montare le scene. Sono in movimento fino a poco prima di andare in scena, poi accolgo il pubblico nel foyer e, cinque minuti prima dell'inizio, vado a cambiarmi. 

A volte assistiamo a repliche di grandi autori della storia del teatro, pesanti, che conciliano il sonno. Con Pirandello hai riscosso un grandissimo successo. È per la tua fama al cinema o tu e Alessandra Pizzi avete scoperto come far rivivere i classici? Come ha fatto Alessandra a riportati in teatro?

Non conoscevo Alessandra. Mi ha fatto chiamare da un'amica e io, come ormai facevo da dodici anni, ho gentilmente rifiutato. Mi sembrò comunque educato chiamarla personalmente. Parlando, è emerso che non era un'opera teatrale ma un adattamento in forma di monologo. Le confermai che non mi interessava, ma accettai di leggere il testo. Lo trovai, bello, difficile, antieconomico; pensai che avrebbe avuto circa sessanta spettatori nell'Italia di oggi e questo fu il motivo principale che mi spinse ad accettare. Non credevo avremmo superato le due settimane. Mi sbagliavo: siamo in scena da tre anni e abbiamo superato i 270 mila spettatori. Il testo è stato fatto con la voglia di raggiungere il pubblico, come se Vitangelo Moscarda, raggiunta la maturità, avesse voluto condividere il suo percorso verso la serenità per consentire ad altri di fare lo stesso. È un testo che ha una straordinaria capacità di arrivare alle persone e che si trasforma in una chiacchierata col pubblico che si sente partecipe di questa storia.

Credo che le persone vengano a vederlo per una serie di fattori: il testo, il nome di Pirandello, il titolo del romanzo, la bravura di Alessandra che, oltre ad essere regista, è esperta in marketing e ha lavorato in modo innovativo. Non c'è aria di vecchiume nella presentazione dello spettacolo e nel manifesto: la foto è stata scattata da due fotografi di moda e non dà l'idea di un già visto.

Come entri nel personaggio? Ad esempio Michelangelo, un uomo realmente esistito, ha richiesto lo stesso lavoro di un personaggio immaginario come Vitangelo Moscarda?

Lavoro sempre nello stesso modo. Michelangelo non l'ho considerato un personaggio realmente esistito, ma realmente esistente. Con lui il problema è che ognuno di noi ha una precisa idea di Michelangelo. Qui mi ha aiutato il fatto di convivere da due anni e mezzo con Vitangelo Moscarda. Quando faccio un personaggio è come se facessi un incontro con un'altra persona: la vedo a distanza, poi pian piano mi avvicino fino ad entrarci dentro. Vitangelo l'ho sentito subito molto vicino. Con Michelangelo, all'inizio mi sentivo come Davide rispetto a Golia. Poi pian piano ho fatto in modo che il Davide che ero io, diventasse grande quanto il suo stesso David. 

Pirandello in cartellone attira sempre, ma il teatro greco-romano è considerato, nella migliore delle ipotesi, di nicchia. Cosa ti ha spinto ad accettare Ovidio? Cosa allontana oggi il grande pubblico dal teatro greco?

Ho deciso in un attimo di prendere parte a le Metamorfosi di Ovidio: Alessandra mi ha chiesto se volevo lavorare con lei a questo progetto e io ho accettato, senza neanche leggere il testo. Avevo fretta di averlo solo perché mia mamma me lo chiedeva in continuazione. Purtroppo non ha avuto tempo di leggerlo e di sentirmelo recitare. È come le favole che mi raccontava lei quando ero piccolo ed io recito nello stesso modo. Questo fa sì che le Metamorfosi siano una parte di me. I classici non sono lontani da noi. Anche Pirandello è un classico. Classico significa solo che qualcosa scritto duemila anni fa o dieci anni fa, racconterà l'uomo per sempre. Ne le Metamorfosi di Ovidio ci sono tematiche ancora attuali: lo stupro, l'incesto il femminicidio, l'arroganza del potere, il giornalista assassinato dal potere perché lo ha smascherato, c'è il viaggio della speranza, l'emigrazione, il bambino che muore durante il viaggio verso un futuro che spera migliore. Tutto quello che racconta Ovidio, ascoltato con mente aperta, arriva direttamente al cuore. Ne è una prova la commozione degli spettatori.

Quindi non è in crisi il teatro, ma gli attori?

Secondo me sono in crisi le proposte che si fanno al pubblico. Uno dei complimenti che ricevo a fine spettacolo è: “grazie, abbiamo bisogno di bellezza”. Il pubblico ha bisogno di cose diverse, di non vedere spettacoli polverosi, di godersi il teatro.

Nel 1992 giri “Il ladro di bambini”, diretto da Gianni Amelio. Parla di una società profondamente corrotta e vittima della sua burocrazia, di bambini derubati della propria infanzia in una società che trascura troppo spesso i loro diritti ed i propri doveri. È lo specchio di un umanità incapace di comunicare e ripiegata su se stessa. Cosa è cambiato in questi ventisette anni nel rispetto dei diritti dei minori, considerando, ad esempio, il problema degli immigrati di seconda generazione, che non sono italiani, o quello dei minori non accompagnati sbarcati sulle coste dell'Italia meridionale?

C'è un forte imbarbarimento della società italiana, dovuto anche alla crisi delle proposte culturali che abbiamo avuto negli ultimi cinquant'anni. Il problema non è il fatto dei minori di seconda generazione, che comunque hanno una famiglia, qualcuno che ha già rischiato la vita per attraversare il mondo e cercare di vivere onestamente un futuro migliore. Si può rubare in qualunque Paese: non ne esiste uno tanto povero dove non ci sia un ricco da derubare. Nessuno affronta simili viaggi per andare a rubare da un'altra parte: sarebbe molto più comodo farlo dietro casa. Quando penso ai diritti, penso alla superficialità, alla normalità con cui si parla di bambini abbandonati sulle navi al largo delle nostre coste, esposti alle intemperie, e ai quali si nega lo sbarco. Mettiamo l'omissione di soccorso, giustamente, per gli animali in autostrada e sanzioniamo chi soccorre qualcuno che sta annegando in mare? Ci sono dei paradossi nella nostra cosiddetta società civile, che non riesco a comprendere.

Faccio parte di quella maggioranza silenziosa che è troppo silenziosa e non si fa sentire, ma che, forse, sta raggiungendo un livello di sopportazione troppo alto per continuare ad essere silenziosa. 

Siciliano, nato e cresciuto su un'isola. La Sicilia è da sempre terra di conquista, ma anche una terra in mezzo al mare, un approdo per i naviganti. Dal mitico Ulisse in poi, molti hanno trovato in Sicilia un porto che li abbia accolti. Dalla Sicilia sono partiti anche tanti emigranti. L'Italia tutta è un Paese di emigranti. Fermo restando che è urgente una vera politica comunitaria per la gestione dei flussi migratori, ci siamo dimenticati di quando un porto lo cercavano i nostri nonni, che magari venivano respinti ad Ellis Island perché avevano un raffreddore?

Non faccio il politico e, secondo qualcuno, non dovrei occuparmi di queste cose. Posso solo andare a votare. Penso che la Sicilia sia una terra ricchissima anche di arte e di cultura perché, come diceva Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo, siamo vecchi, vecchissimi e abbiamo avuto ogni dominazione: normanni, francesi, aragonesi. Gli Stati Uniti sono un Paese di immigrazione dalla Gran Bretagna, dalla Germania, dall'Olanda, dall'Italia, così come il Canada: tutti i Paesi che hanno una grande ricchezza. La Germania è uno dei Paesi europei con il più alto tasso di immigrazione e anche il più alto tasso di crescita. C'era una parola latina, usata con un'accezione positiva, che era “contaminazione”. Non significava prendere una malattia dal un'altra parte, ma portare la cultura greca in quella latina. Significava creare una sinergia fra due culture. Se si stabiliscono delle regole, che vanno sempre rispettate da tutti, allora si può vivere bene e ci si può arricchire l'un l'altro. La filosofia nasce in Grecia nell'agorà, luogo di incontro non di scontro. Forse non siamo più in grado di discutere, non ne abbiamo più gli strumenti, siamo impoveriti a livello mentale. Questo a causa di chi ha bloccato la cultura in Italia per quasi settant'anni. In altri Paesi europei la fila ai musei è composta da cittadini del Paese stesso, da noi sono turisti.

Nel 2009 prendi parte al film “Baarìa”, di Giuseppe Tornatore, con una nomination come miglior attore non protagonista. Hai condiviso il modo di raccontare la Sicilia in quella pellicola o pensi contenga degli stereotipi? 

Molti film che ho girato non li ho visti. Rivedo più spesso film di altri. Credo di aver visto Baarìa solo a Venezia, quando andai al festival.

Tornatore è un regista più apprezzato all'estero che in Italia. Ha un cinema che è di respiro internazionale. Probabilmente l'immagine che dà della Sicilia è più adatta al mercato estero. Come “La grande bellezza” di Sorrentino, un film acclamatissimo all'estero che in Italia è stato poco apprezzato Quando lo vidi in Germania pensai che avrebbe vinto l'Oscar, era evidente. Nei film a volte vengono inseriti degli stereotipi, ma sono quelli che consentono di trasmettere più velocemente un concetto. Sono quelli che nel linguaggio comune chiamiamo metafore, mentre al cinema, quando vogliamo criticare il lavoro di qualcuno, li chiamiamo stereotipi. 

Nel 2016 hai interpretato Leonardo Vitale in “Boris Giuliano: Un poliziotto a Palermo”, regia di Ricky Tognazzi. La Sicilia ha dato i natali anche a Falcone e Borsellino, e ha ucciso anche loro. Questa è spesso l'immagine più diffusa di una terra sicuramente complessa. C'è una Sicilia che vorresti fosse conosciuta e che non lo è, o che passa in secondo piano?

Mi dispiace sentirti dire che questa è l'immagine che passa della Sicilia. Questo è il motivo per cui per tanti anni non ho fatto questo genere di film. Il primo che feci fu La scorta, per ricordare gli eroi di cui meno si parla. Questo genere di film sono, purtroppo, il nostro genere western, ma dovrebbero anche far riflettere. Ci sono stati film che sono delle vere e proprie celebrazioni di boss mafiosi, come quelli sulla camorra, e il limite è sempre sottilissimo quando si girano queste produzioni. Sembra, ad esempio, che si stia diffondendo l'uso di sparare tenendo la pistola orizzontale rispetto al terreno, che nasce dall'esigenza cinematografica di avere il primo piano libero mentre il soggetto spara. C'è quindi un fenomeno di emulazione che è davvero triste. Vorrei si diffondesse la Sicilia dei teatri greci, dei templi, delle chiese barocche, della poesia, di Sciascia e Guttuso. Per me la Sicilia è soprattutto questo. È anche una terra dove la maggioranza delle persone si lasci sopraffare da quattro delinquenti. Siamo abituati a subire, ad ascoltare chi viene da fuori a dare speranze mentre il giorno prima, magari, diceva di noi che ci detestava e saremmo stati degni di essere seppelliti dalla lava dell'Etna. 

«Io non l'ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori» (Uno, Nessuno e Centomila). Potrebbe essere un sottotitolo per Enrico Lo Verso?

È come Le Metamorfosi, quando parla della capacità di rinnovarsi di continuo, di scomporsi e ricomporsi; come l'acqua del fiume di Eraclito, che è sempre acqua ma mai la stessa. Abbiamo questa capacità di rinnovamento che viene da dentro, dalle molecole di cui siamo fatti.

Ogni sera, quando recito quelle parole, mi vengono i brividi perché penso che siano enormi, bellissime, profonde e forti.

Ti sposi dopo Ballando con le stelle, dopo molti anni di convivenza. Cosa pensi del modo in cui vengono regolamentate le unioni in Italia? Cosa cambieresti?

Cito Vasco Rossi: “Mi sposo sì, ma è una sconfitta”. Penso ai carabinieri martiri di Nassirya, ma anche a quel giornalista che conviveva da trent'anni con la stessa donna e quando, in Campidoglio, hanno fatto una cerimonia istituzionale a cui erano ammessi solo i parenti, la sua compagna non è stata accolta.

Alessia de Antoniis




TEATRO GHIONE DI ROMA, Via delle Fornaci 37,

in data unica domenica 26 maggio 2019 alle ore 18 e alle ore 21.

Per ulteriori informazioni sullo spettacolo: mail info@teatroghione.it

telefoni 06.6372294 / 338.0555349 / 327. 9097113 -

ufficio stampa Flaminio Boni



© Riproduzione riservata