ALESSIO ARENA - L'INTERVISTA

ALESSIO ARENA - L'INTERVISTA

NEL SUD DEL MONDO E' URGENTE LA GIUSTIZIA SOCIALE, E' URGENTE LA BELLEZZA, E' URGENTE L'AMORE.

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Ospite di UnfoldingRoma oggi è Alessio Arena, cantascrittore. ATACAMA! È il suo ultimo lavoro musicale, è uscito in Italia e in Spagna e la maggior parte dei pezzi sono cantati in spagnolo. Andiamo a conoscerlo meglio.

Alessio Arena, cercando informazioni in rete, ho trovato la parola Cantascrittore, ce lo spiega? Chi è veramente Alessio?

Lo scrisse per la prima volta Federico Vacalebre, critico musicale de Il Mattino, in un articolo che riguardava la mia vittoria al Festival Musicultura 2013. È un modo semplice per riferirsi ai due ambiti nei quali lavoro, la letteratura e la musica. Io sono essenzialmente uno scrittore, in viaggio tra la forma romanzo e la forma canzone.


Parto dalla fine, Atacama!, unisce Napoli, il Cile e la Spagna. Come si combinano queste mete? A me fanno pensare tanto che la cultura del sud è sempre la migliore.

Si combinano innanzitutto nella mia biografia. Vivo tra Spagna e Italia da quando avevo sei anni, e da qualche anno, alla mia famiglia si è aggiunta una parte cilena e, proprio in Cile ho cominciato a viaggiare e a scrivere questo disco. Il sud, nel mondo, non produce una cultura “migliore”, ma probabilmente la caratteristica principale delle sue espressioni artistiche è un’urgenza che altrove è più complicato trovare. Nel sud del mondo è urgente la giustizia sociale, è urgente la bellezza, è urgente l’amore.

Da più parti ho letto che Atacama! è un disco pieno di malinconia, è vero? Ascoltandolo, secondo me, viene fuori un mix che però alla fine è tutt’altro che malinconia.

Credo sia doveroso chiarire una cosa. Questo disco, oltre che in Italia, esce in Spagna, dove è stato presentato in un tour che ha già toccato le città di Barcellona, Madrid, Bilbao, Huesca. I singoli che l’hanno preceduto sono entrati in playlists affollate di ascoltatori di Città del Messico, Guadalajara, Buenos Aires, Santiago del Cile. Dico questo perché un buon settanta per cento delle canzoni è in lingua spagnola. E in queste canzoni, se qualcosa di melanconico esiste, si riferisce solo alla mia voce, che quella è, e non posso cambiarla. Le canzoni denunciano la divisione sociale delle nostre città (La orilla) rivendicano il diritto all’infanzia (Los niños que vuelan), all’istruzione di qualità, allertano sulla gestione drammatica della questione migratoria (Atacama, La canzone di pietra), rievocano la lotta per la libertà dell’amore, come quella del poeta García Lorca (El hombre que quiso ser canción). Insomma, io spero che, ogni tanto, chi mi ascolta, possa avere la grande generosità di approfondire queste mie canzoni, andando oltre la barriera linguistica.

Cosa è per Alessio Arena la superstizione? Nel mondo musicale tante volte si è stati vittima o carnefici di questa parola.

Per me non esiste. Nel mondo musicale esiste chi lavora poco e chi lavora molto. Esistono gli artisti borghesi e quelli proletari. Esistono quelli che hanno l’ambizione di dire qualcosa che cambi chi li ascolta, e quelli che intrattengono.

Lo so, è una domanda che probabilmente non avrà risposta, cosa preferisce nel suo intimo, scrivere libri o suonare e cantare i suoi pezzi?

Si tratta di raccontare storie, in entrambi i casi. A volte preferisco la pagina scritta, a volte un palco e un microfono. Però è vero che io non sono un musicista. Mi sono avvicinato alla musica da autodidatta e per riprendere quella che è una vera e propria tradizione familiare. Ho sempre e solo studiato la letteratura. Per questo mi sento più uno scrittore che canta.


Un ragazzo nato nel 1984, scrittore e cantautore; come si rapporta in una società dove, a farla da padrone, sono i social e che per fare musica bisogna passare per forza attraverso i talent?

I social hanno cambiato la comunicazione, rendendola, in alcuni casi, semplice e diretta e in altri confusa e contraffatta da chi vuole raccontarci il mondo in un modo sbagliato. In ogni caso, aiutano molto gli artisti indipendenti a scovare il loro pubblico. Anche se poi il pubblico deve fare un passo: non solo consumare la musica disponibile online, ma alzarsi dal divano e andarsi ad ascoltare gli artisti nel luogo in cui questi possono completare il proprio discorso, appena abbozzato sui social: una sala da concerto, un teatro, una libreria.

È grazie a questo tipo di pubblico che non bisogna passare per forza dai talent per fare musica.

Una domanda leggera ma che non si può fare a tutti, cosa si prova quando si ha una pagina su Wikipedia?

Fino a qualche mese fa non sapevo nemmeno di averla. Quello che provo è che mi piacerebbe poterla modificare per aggiungere altre tremila cose che ho fatto, prima che anche io le dimentichi. E per metterci una fotografia in cui sembro più “bellillo”.


Hai tradotto i romanzi di  Alejandro Palomas e Reinaldo Arenas, come è cercare di tradurre senza cambiare quello che davvero gli autori vogliono far intendere?

Esistono corsi di laurea quadriennali, master e scuole di specializzazione nate per rispondere a questa tua domanda. So solo dirti che la traduzione è una grande scuola di scrittura, per me, e di deferenza non solo verso la letteratura, ma addirittura verso la musica. Tutti i libri “suonano” in un modo, e nel tradurli bisogna essere fedeli anche a quel suono originario.

Mi fai un po' di nomi che quando li ascolti così per caso, in radio, ti vengono ancora i brividi?

Samuele Bersani, Antonio Zambujo, Agnes Obel.


Mi dai un pensiero su Sanremo? Ci andresti? Nei paesi fuori l’Italia dove hai lavorato come viene visto il carrozzone Sanremese?

Ci sono andato già.

E ho cantato anche sul palco dell’Ariston, in occasione del Premio Tenco, condividendo il palco con artisti che hanno pagine wikipedia molto più prolisse della mia.

In Spagna non esiste un festival simile. In Cile c’è Viña del Mar. Non saprei dirti. Sono show televisivi. E in quanto tali, devono rispondere a delle esigenze che, a volte, hanno poco a che fare con la musica.


Cosa vuol dire mal del deserto latinoamericano?

Non è una mia espressione. Così, su due piedi, ti direi che un “male” del deserto latinoamericano potrebbe essere quello di Sonora, il deserto che si trova nella frontiera tra Messico e Texas. Ogni giorno cerca di attraversarlo gente disperata che spesso muore di sete e di fame, davanti al silenzio e all’immobilismo di entrambi i paesi. Forse ti ricorderà qualcosa.


Programmi per il futuro?

Girerò tra Italia e Spagna presentando “Atacama!” e anche il mio ultimo romanzo, “La notte non vuole venire”, edito da Fandango.

Ho più o meno terminato un altro disco, questa volta tutto in italiano e napoletano. Spero che esca prima che cambi idea su quello che ho scritto, composto e inciso.

Giuseppe Calvano

FOTO DI CESARE ABBATE 

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