Razzismo, Moralismo E Altre Amenità

Balotelli ma non solo: nessun passo avanti sul fronte razzismo

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Giudicare solo se si era presenti. D'accordo, è una legge non scritta, ma che ci può stare. Quante volte l'abbiamo sentita questa esortazione. Le facili conclusioni, le sentenze. Il pensamento? Bypassato. Eh no, così non si fa. Ma ci sono casi e casi. Se sono presente posso aver visto, sentito, percepito. Soprattutto se scrivi, devi essere un buon osservatore. Ecco, chi scrive era presente in tanti settori ospiti di tanti stadi italiani sino a poco tempo fa. E mi pare che, a proposito di sentenze, una l'abbia sentita in pieno e molto spesso: "Non ci sono negri italiani". Roba di ieri? Roba della scorsa stagione? No, roba più o meno del 2008, quando il ribelle e "maverick" Balotelli, che è anche l'oggetto del contendere di queste ore, giocava nell'Inter e secondo quei tifosi che avevo intorno, così come un noto capo ultras veronese ha sottolineato, non è che fosse proprio completamente italiano. Razza, parola che nella costituzione italiana è subito preceduta da "senza distinzioni". Ecco, un paio di parole che in questo paese faticano ancora a passare la dogana.

No, non c'era bisogno questa volta di essere presenti a Verona durante Verona-Brescia, perché l'arretratezza mentale e culturale della Repubblica in oggetto non è notizia nuova e anche una percezione poi non si discosta tanto dalla realtà. Noi contro di voi, neri contro bianchi, guelfi contro ghibellini. In molti dicono "Massì, l'Italia è bella anche con le sue contraddizioni!", eh ma bisogna specificare quali però. Sempre nel medesimo stadio, sempre per un Verona-Brescia, anno 2005, il giovane Paolo Scaroni fu picchiato selvaggiamente dalla polizia durante alcuni scontri. Ecco, quella è l'altra faccia della medaglia. La faccia della cieca repressione completata da biglietti nominali, tornelli, segmentazioni dei settori e tessere del tifoso, e sulle ultime due cose citate è stata già fatta marcia indietro. 

Ma c'è una faccia che ormai conta più delle altre. Quei settori ospiti li ho mollati, a quelle curve ho voltato le spalle, sì, perché siamo in libera scelta, perché ho altro da fare e anche perché non è che abbia molta voglia di condividere l'arretratezza. "Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza" recita il canto 26 dell'Inferno. Oddio, non è che in molti in questo paese abbiano recepito. Di sicuro non quelli che continuano ad aver fermato l'orologio agli anni Quaranta, né soprattutto quelli che con la negazione e l'omertà alimentano la connivenza. Alt però: attenzione a parlar così, potreste essere tacciati di moralismo. Il mondo oggi si è capovolto, buffo eh? Se condanni, sei un moralista. Se accusi, proviamo un po' a vedere invece com'è la tua fedina. Distanza dal problema, ribaltamento dello stesso, rimescolamento delle carte per barare ancor di più. Tre annunci all'altoparlante, una curvetta chiusa e magari una multa di qualche migliaia di euro, che vuoi che sia una somma così nei bilanci pur disastrati dei club di una serie A che ha davanti un nemico sempre più concreto e ritornato dal passato, il razzismo, e continua a prenderne le distanze e fintare i provvedimenti così come Biavati andava di doppio passo nel suo Bologna. I club che negano di aver sentito alcun verso della scimmia, i sindaci che van loro dietro accusando i media di "aver montato un caso dal nulla", e soprattutto loro, i cittadini, i tifosi. Cagliari-Inter, Cagliari-Juventus, due partite negli ultimi mesi al centro di qualche baruffa razzista che, diamine, se viene fuori sarà pur vera, no? Eh no. "Cagliari non è razzista!" gridava, naturalmente sui celeberrimi social network, la "piazza" del Duemila, un contatto che ho in comune, che tifa per i rossoblu e che scrive libri a tal proposito. "Verona sul banco degli imputati!" recita oggi invece una mozione di Andrea Bacciga, consigliere nel comune di Verona, proposta per difendere la città dalla ormai celebre "campagna mediatica", espressione magica che va bene per tutto, come il prezzemolo. La curva nord dell'Inter che addirittura incolpa un proprio giocatore di essere di colore, quella di una piccola città come Ravenna che si indigna per la retata che ha inchiodato numerosi tifosi della curva della Juventus invischiati ormai in disgustosa vicenda di criminalità e ricatti alla società, il tutto una triste istantanea di un mondo delle curve, una volta sgargiante e colmo di genuino spontaneismo, morto e sepolto da almeno un ventennio. Insomma, come se tutta una città fosse responsabile, come se tutto un popolo fosse razzista. Ma chi l'ha mai insinuato? Ma non chiamatela nemmeno "goliardia" o "buu per intimidire", altre due amenità meravigliose nella loro tragicità. Sono nascondigli troppo fragili: tana per voi.

L'unico cavallo che galoppa spensierato dalle Alpi alla Sicilia, è quello di non prendere coscienza di un problema, primo passo per non risolverlo, quel problema. E' la piena dimostrazione del non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, la urgente necessità di difendere il proprio orticello e di togliere le mani da chi le sta mettendo sulla propria città, sulla propria squadra, su qualcosa che appartiene. Il calcio è quasi sempre un pretesto, perché la questione è sociale, oggi come non mai. E' falso che in Italia si faccia molto per il razzismo, forse non si fa nemmeno "qualcosa". Perché la frustrazione e l'odio verso l'altro, l'amore eterno verso il proprio giardinetto e l'avversione per il presunto "nemico" da identificare e annullare, sono le stesse cose di cui vengono accusati chi farebbe questa fantomatica "campagna mediatica" e che sono il tratto distintivo di una pericolosa era contemporanea. Dove quasi quasi qualcuno rimetterebbe i rubinetti per gli "white" e quelli per i "colored".

Quel coro, sentito mille volte su quegli spalti, ha attraversato gli anni e non ha trovato alcuna sbarra dinnanzi. Nessun cambiamento, semmai un accrescimento del livore. Modellato per benino da chi innalza gli slogan "ci rubano il lavoro" ed "è una invasione", quando in realtà il numero degli immigrati in Italia è infinitamente basso rispetto a molti altri paesi europei. In una parola, ignoranza. Nessun dubbio, solo certezze: il nemico è il diverso. Il senso di patria, se utilizzato e incanalato con la corretta dose di orgoglio, sarebbe buona cosa. Peccato che questo senso di patria vada completamente nel verso sbagliato e abbia invece dato alla testa a molti. E allora meglio liquidare i pensanti con quella parolina magica: moralista! Va bene, allora accodiamoci: viva noi stessi, abbasso "l'invasore". Anzi no, ci ho ripensato: preferisco morire da moralista. Sempre meglio che essere come questa società, come questo calcio, che, per usare un termine tecnico, preferisce fare melina invece che un bel tackle di quelli duri e puri di una volta.

Stefano Ravaglia

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