Quando Le Usanze Uccidono. Le Mattanze Nel Nome Della Tradizione

Quando Le Usanze Uccidono. Le Mattanze Nel Nome Della Tradizione

Da Yulin alla festa del sacrificio islamica ai mattatoi: l’olocausto animale senza fine nell’era della consapevolezza e del digitale

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Anno 2020. Potremmo asserire di vivere in un’epoca “avanzata”, potremmo asserire che i nostri padri, i nostri nonni, hanno lottato per importanti affermazioni culturali e sociali. Potremmo altresì asserire di essere fortunati a vivere nell’era digitale, nella quale tutto è veloce, immediato, probabilmente più facile e, in definitiva, apparentemente democratico, degno di una società civile insomma. Potremmo certo, ma la realtà è che allo stato attuale non possiamo affermare di vivere in una società finalmente libera, giusta, democratica e civile. La conquistata civiltà infatti è solo un’illusione, effimera chimera dietro alla quale si nascondono, ancora oggi, nel 2020, orrendi misfatti e brutali atti di criminalità che di “civile” e “democratico” non hanno proprio nulla, tutt’altro. Si, perché, se da una parte è corretto guardare al futuro mantenendo la tradizione, cioè quell’humus culturale e sociale dal quale tutti proveniamo, dall’altra è più che mai necessario iniziare a valutare singolarmente le tradizioni da mantenere e tramandare e quelle da eliminare, dimenticare e cancellare nel più breve tempo possibile. A causa di alcune “usanze” infatti, possiamo tristemente affermare di vivere in società molto poco civili e di assistere ad azioni prodotte da “umani” incredibilmente disumani, subumani. La storia insegna che i crimini più orrendi sono stati perpetrati nel nome della tradizione e del pensiero oscurantista, basti pensare agli spaventosi omicidi dettati dalla “Santa” Inquisizione che ha insanguinato i secoli passati. Umanamente non giustificabile certo, ma purtroppo, comprensibile se si guarda ai contesti storici e sociali che hanno dato vita a questo teatro della morte. Si può comprendere appunto, per l’epoca oscurantista. Ed oggi? Nel 2020 mentre ci immergiamo in avveniristici mondi virtuali, lavoriamo in smart working e ci dilettiamo con le conference call, mentre il mondo va avanti, permangono alcune inutili, dannose e crudeli tradizioni. Eppure, abbiamo il web. Possiamo vedere, e spesso in tempo reale, quello che realmente accade in alcuni Paesi, in alcuni luoghi, possiamo finalmente sapere cosa si nasconde dietro alcune realtà adeguatamente edulcorate in nome del dio denaro e possiamo combattere, lottare, urlare per porre fine agli inutili eccidi. Oggi abbiamo la consapevolezza, ieri no. Ma le tradizioni no, quelle meglio non toccarle: “si è sempre fatto così” è, in genere, la risposta più ignorante ed ignobile che si legge e si sente in giro. Ignoranza appunto, quella stessa profonda ignoranza, non conoscenza, non consapevolezza che ha portato alla nascita della “Santa” Inquisizione nei secoli precedenti, quello stesso indifendibile e penoso analfabetismo che ci trasciniamo dietro ancora oggi e che causa milioni di vittime innocenti nel mondo ogni giorno, nonostante le pandemie. Il “festival” della carne di cane a Yulin, è relativamente giovane, nasce solo nel 2009, si tratta appunto di una celebrazione popolare che si tiene ogni anno nella regione Guanxi, in Cina. Lo “Yulin Dog Meat Festival” ha inizio con il solstizio d’estate (21 Giugno) e prosegue per dieci, lunghi, infiniti giorni. Un arco temporale in cui vengono massacrati tra i 10.000 ed i 15.000 cani e gatti per essere mangiati. Nel nome della tradizione, perché mangiare carne di cane in questo Paese è una consuetudine ultracentenaria e l’evento, sin dal suo esordio, è stato appoggiato dalle Istituzioni per promuovere il turismo nella regione. Roba che solo il pensiero fa inorridire: è come organizzare un viaggio guidato in un luogo dove si è compiuto un omicidio.

Yulin è l’inferno in terra. Gli animali vengono macellati e cucinati sul posto. È difficile allevare un numero così elevato di cani e gatti, quindi molte vittime vengono semplicemente cacciate tra i randagi o rubate ai proprietari, molti di loro arrivano alla macellazione ancora con il collare addosso. Inutile sottolineare che le norme igieniche sono inesistenti e che le torture subite prima della morte, che spesso arriva come un sollievo, sono a dir poco indicibili e lascerebbero incredulo chiunque: lunghi viaggi estenuanti senza acqua ne cibo, stipati in gabbie strettissime, giovani, anziani, cuccioli senza alcun riguardo. Gli aguzzini umani utilizzano svariati metodi, oltre a picchiarli, li trascinano, li bastonano, li lanciano, li strangolano, li scuoiano e li bolliscono, tutto questo da vivi ovviamente. Perché tanta mostruosità? Per la tradizione! La “credenza” popolare infatti è che maggiore sarà la paura alla quale sarà sottoposto il cane e migliore sarà il sapore della sua carne o ancora che maggiore sarà l’amore ricevuto dal cane in vita e tanto più sarà più gustoso sarà il suo corpo. Altro motivo che spiega il furto di cani da abitazioni private. Tutto questo avviene sotto il naso di tutto il mondo nel 2020. Parole per descrivere, definire, dare una vaga idea dell'orrore che è sotto gli occhi di tutti, non ce ne sono più. Non è bastato il Covid19 a “svegliare” le società incivili, non bastano il colera e le altre malattie che ancora affliggono questi luoghi, non sono sufficienti i morti a fermare le inutili barbarie. Neanche le più cruente pandemie aprono gli occhi alle menti ottuse, offuscate dalle insulse "tradizioni", annebbiate dal dio denaro, annegate nei vari "si è sempre fatto così". Questa la Cina del 2020, ma negli altri Paesi cosa succede? Quante altre vittime innocenti vengono torturate ed uccise nel nome della tradizione e delle abbuffate? “Nel mondo - ricorda la World Dog Alliance - sono circa 30 milioni all’anno i cani uccisi per l’alimentazione umana, di cui oltre 10 milioni solo in Cina. Nella Repubblica di Corea, la carne di cane è la quarta per quantità di consumo, dopo quelle di maiale, di manzo e di pollo. Alla base di questo «successo» c’è l’idea che la carne di cane abbia proprietà taumaturgiche, anche se non vi sono mai state dimostrazioni scientifiche dei presunti benefici.”

Spostiamoci nel mondo islamico. Qui la “tradizione” risparmia la carne di maiale. Per spirito etico ed animalista? No, certo che no, figuriamoci. Leggiamo da Wikipedia: “i seguaci di molte religioni pongono un tabù sul consumo o sulla manipolazione delle carni di determinati animali, tali animali sono denominati animali impuri. In alcune religioni, le persone che uccidono tali animali si devono purificare per eliminarne gli influssi negativi. […] Nell'Islam certi animali possono ingenerare impurità rituale (hadath) in chi ne dovesse mangiare le carni. Sono considerate vietate e impure le carni di animali quali il maiale, il cinghiale, l'asino, il cane, il cavallo e il mulo.”

Tutto questo nel 2020, sempre nel nome della tradizione e dell’abbuffata. È evidente quindi che non sussistano grandi differenze tra il deprecabile festival di Yulin e la "festa islamica del sacrificio" che si “celebrerà” nei prossimi giorni nel mondo islamico. Di cosa si tratta? "Nel giorno della ʿīd al-aḍḥā – si legge su Wikipedia - i musulmani sacrificano come Abramo un animale - detti uḍḥiya o qurbānī - che, secondo la sharīʿa, deve essere fisicamente integro e adulto e può essere soltanto un ovino, un caprino, un bovino o un camelide; negli ultimi due casi è possibile sacrificare un animale per conto di più persone, fino a sette. L'animale viene ucciso mediante sgozzamento, con la recisione della giugulare che permetta al sangue di defluire, visto che per la legislazione biblica e coranica il sangue è sacro ed è quindi proibito mangiarne. La cerimonia dello sgozzamento avviene il giorno 10 o nei tre giorni seguenti, nel periodo di tempo (waqt) compreso fra la fine della preghiera del mattino e l'inizio della preghiera del pomeriggio. Viene sgozzato da un uomo, che deve essere in stato di purità legale (ṭahāra), pronunciando un takbīr, ovvero la formula: «Nel nome di Dio! Dio è il più grande»." In questa occasione, i musulmani sacrificano allegramente un animale che, attraverso un rituale (l’usanza), viene sgozzato. Ovviamente senza stordimento preventivo sennò non si rispettano la tradizione ed i dettami religiosi. Sorge poi spontanea la domanda: ma Dio non dovrebbe essere Amore? Qui apriremmo tuttavia un paragrafo decisamente importante che non è possibile esternare in questa sede. La carne ottenuta da questo omicidio viene poi divisa in tre parti uguali, una delle quali va consumata subito con i familiari. Al momento, in Italia, questa sembrerebbe essere una pratica vietata ma di fatto non è così. Sul sito della LAV possiamo leggere infatti: “sia la legge islamica che i precetti ebraici prescrivono una serie di regole da seguire per rendere la carne commestibile ai fedeli di queste religioni. Le caratteristiche del procedimento di uccisione dell'animale sono riassunte nel termine Halal (lecito), per i musulmani, e Kosher per gli ebrei, e non accettano lo stordimento preventivo. L’animale, infatti, deve essere cosciente al momento dell’uccisione, girato su sé stesso con un mezzo obbligatorio di contenimento meccanico, e viene operata la recisione di trachea ed esofago, ma senza spezzare la colonna vertebrale, perché durante la procedura la testa dell'animale non si deve staccare. Questa pratica, estremamente cruenta, è consentita in Italia solo se praticata in uno degli oltre 200 macelli autorizzati, ma non sono rari i casi di macellazione “familiare”, eseguita per festeggiare delle ricorrenze religiose, pratica illegale e perseguibile per legge (Regolamento comunitario 1099/2009, Decreto Legislativo 131/2013 - articolo 6 del Decreto Legislativo 6 novembre 2007, n. 193 - articolo 544 bis del Codice penale).” Quindi questo tipo di macellazione è vietata in Italia solo nel caso in cui non avvenga nei macelli autorizzati. Come dire: l’importante è uccidere in luoghi atti a questo e, soprattutto, non vedere. Come diceva Tolstoj: “se i macelli avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani.” Era il XIX secolo. Oggi siamo nel 2020.

Nonostante la possibilità di massacrare liberamente nei luoghi indicati come idonei alla pratica, qualcuno preferisce anche in Italia poter seguire liberamente la tradizione dove si trova. Non sono rari infatti i casi di cronaca relativi a chi ha deciso di "festeggiare" seguendo gli insegnamenti di queste pseudo "culture". Nell’agosto 2019 a Bentivoglio in provincia di Bologna, durante la festa islamica del Sacrificio, due tunisini sgozzano una pecora e ne scuoiano un'altra nel parcheggio dell'Interporto dove si fermano i camion per ricevere i carichi. Se la sono cavata con una semplice denuncia e si sono anche meravigliati perché per loro è normale. Qui si potrebbe aprire un'altra enorme parentesi: potrebbe essere una buona idea fare un veloce corso di civiltà a queste persone quando sbarcano in Italia? Questo è solo uno dei casi di cronaca, in realtà ogni anno sono tantissime le segnalazioni e le denunce durante questa festività, alcuni vengono sorpresi e denunciati, molti la fanno franca e uccidono indisturbati. Nel 2014 a in provincia di Padova, una famiglia segnala alla polizia i vicini di casa magrebini che avevano tranquillamente macellato una capra nel giardino di casa e poi l’avevano appesa ad un albero per cucinarla come da dettami religiosi. Sempre nel 2014, l’Aidaa, l’associazione italiana animali ed ambiente, aveva denunciato la macellazione di oltre un milione di animali in occasione della Festa del sacrificio, spesso "entro le mura domestiche senza che siano rispettati i criteri di legge". A questo orrore, si aggiunge il fatto che “a questi sacrifici vengano fatti partecipare anche bambini in tenera età, come sarebbe stato segnalato da più parti d'Italia.” Appelli e segnalazioni a parte, anche in Italia, è sufficiente una denuncia e si risolve il problema. Si uccide per tradizione, per pseudo cultura, per religione. Lo scorso anno, esattamente nell’ottobre del 2019, Silvia Rizzotto, consigliera regionale veneta e capogruppo del movimento Zaia Presidente, aveva chiesto al governo presieduto da Conte di vietare la macellazione rituale in Italia, usata nel mondo islamico. Lo sdegno era giustamente scaturito dal caso di Mestre, dove alcune famiglie bengalesi, avevano chiesto la carne halal nella mensa della scuola per i propri figli. "La vicenda della mensa halal – aveva tuonato la Rizzotto - ha messo a nudo un metodo di macellazione che in Italia non si può più tollerare in quanto primitiva e straziante verso gli animali. Ora invitiamo il Governo a mettere la parola fine a questa tortura. La pratica halal è una macellazione di fede musulmana che impone che l'animale venga dissanguato mentre è integro e cosciente. Ma mentre in alcuni Paesi europei viene previsto lo stordimento del malcapitato animale, proprio per evitargli una inutile sofferenza, in Italia, nei centri autorizzati, questo non avviene. È quindi giunto il momento che chi vive in Italia si adegui al progresso e alla civiltà. Non solo perché una vera integrazione passa inesorabilmente dal rispetto delle regole e delle tradizioni di chi ospita, ma anche per dignità verso gli animali: in tal senso, la pratica halal è medioevale, una vera tortura che va abolita". Inutile sottolineare che la richiesta è rimasta del tutto inascoltata.

La tradizione continua ad uccidere, anche in Italia, così come nel resto del mondo. L’opinione pubblica italiana giustamente si sdegna dinanzi a Yulin ed ai riti islamici. Peccato che anche noi continuiamo ad uccidere nel nome delle consuetudini, della religione, della cultura e del “si è sempre fatto così”. Con l’aggravante che ora non utilizziamo più solo le nostre spietate tradizioni ma abbiamo importato le crudeltà nel nome del “politicamente corretto”. Quindi se fino a ieri uccidevamo per tradizione e cultura oggi massacriamo anche per essere “politicamente corretti” e per non offendere le altre “culture”, intanto sono sempre gli animali a morire. In Italia infatti, non bastava l’agnello sacrificale, l’agnello pasquale che “toglie i peccati del mondo, per la vita e la salvezza del mondo”, non era sufficiente uccidere più di 500.000 agnelli ogni anno in Italia per tradizione, adesso aggiungiamo orrore all’orrore grazie alle pseudo culture importate. In pratica, invece di civilizzarci, regrediamo per essere “politicamente corretti”. Illuminante in proposito la dichiarazione di Lorenzo Croce, Presidente Aidaa, nell’aprile del 2019. I dati ed i numeri fanno rabbrividire: “passata la Pasqua cattolica, domenica prossima si celebrerà quella ortodossa, con relativo consumo di carne di agnello. Ma a questo punto possiamo tirare le somme sul dato del consumo di agnello e capretti nel corso delle feste rituali delle varie religioni. Per quanto riguarda la Pasqua cristiano cattolica e ortodossa sono stati uccisi circa un milione di agnelli anche se in realtà le vendite sono crollate, sia per l’alto prezzo della carne (nonostante gli sconti degli ultimi giorni), sia grazie alle campagne di sensibilizzazione sugli agnelli, sia al rischio di incerta tracciabilità della carne proveniente dai paesi come Grecia e Romania. Tutto questo ha portato ad una riduzione del 24% degli acquisti di agnello e capretto, che infatti è stato portato in tavola da poco meno della metà delle famiglie italiane stando ai dati delle associazioni di categoria e dei consumatori. Rimane invece legato a numeri bassi nell’ordine di meno dell’2% sul totale il dato dei capretti uccisi per la Pasqua ebraica. Aumenta invece di quasi il 50% in due anni il numero di capretti ed agnelli sgozzati (spesso in maniera abusiva e contro le norme previste dalla stessa macellazione rituale islamica) in occasione della festa del sacrificio che quest’anno cadrà nel pieno mese di agosto (dall’11 a Ferragosto in Italia) e che prevede lo sgozzamento di oltre 270.000 capi di agnello e capretto rispetto ai 140.000 del 2017. Una strage di cuccioli tolti alle loro mamme – prosegue Croce – che purtroppo non tende a diminuire in maniera seria, infatti se da una parte cresce l’attenzione verso questo inutile massacro da parte di cattolici ed ebrei che hanno messo in campo una vera e propria riduzione del consumo di carne di agnello, dall’altra parte la sempre più preponderante comunità musulmana in Italia fa lievitare i numeri del massacro e cosa ancora peggiore lo fa in maniera illegale e cruenta con lo sgozzamento in casa di migliaia di capi di agnello e capretto, e non ci si dica che non è vero, solo chi ha le fette di formaggio sugli occhi può sostenere impunemente il contrario“.

A questo aggiungiamo la tradizione del consumo di carne “perché si è sempre fatto così” e l’omicidio è servito a tavola. Qui non si tratta di mantenere la tradizione dei pizzi al tombolo o della manifattura artigianale che rappresentano quel sapere che non deve andare perso, qui si tratta di voler tutelare, preservare e, ancor più vergognoso importare, violenti omicidi gratuiti e legalizzati, inutili e aberranti torture, tutto ciò che è più lontano da quella che si può definire una società civile e democratica. Le vergognose pratiche di Yulin e del festival islamico non sono così distanti da noi come qualcuno immagina: è sufficiente entrare in un giorno qualsiasi in uno dei macelli nostrani per vedere gli stessi orrori, lo stesso terrore nei loro occhi, respirare lo stesso odore di morte, ascoltare gli stessi urli disperati. L'olocausto silenzioso insomma. Chiudiamo con i dati di seguito riportati da “Giustizia Animalista” nel giugno 2018: “in tutto il mondo vengono uccisi ogni anno circa 150 miliardi di animali, 12,5 miliardi di animali ogni mese, 411 milioni di animali ogni giorno, 17 milioni di animali ogni ora, 285.000 animali ogni minuto, 4.750 animali al secondo”. Giustizia Animalista riporta infine un breve passo tratto dal libro di Gail Eisnitz, “Slaughterhouse - The shocking story of greed, neglect, and inhumane treatment inside the U.S. meat industry” edito nel 2006 da Prometheus Books. Nel testo sono riportate le testimonianze di coloro che lavorano nei mattatoi: “A quegli animali serve un sacco di tempo per morire dissanguati. Finiscono nella vasca d’acqua bollente, toccano la superficie e cominciano ad agitarsi e urlare. Ma c’è un braccio meccanico rotante che li spinge sotto, non hanno la possibilità di uscire. Non so se muoiano per annegamento o per le ustioni, ma gli ci vuole almeno un paio di minuti perché smettano di agitarsi.”

Nel 2020 gli animali continuano ad essere torturati nel nome delle tradizioni, delle consuetudini, della cultura e, in definitiva, dell’abbuffata. L’era digitale non può coesistere con il medioevo e noi non possiamo affermare di vivere in una società civile.

Di Erika Gottardi

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