Dress Code

Sì alla sobrietà nelle scuole, no alla menzogna della misoginia

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Se l’occhio dei professori cade sulle gambe nude delle alunne non è un fatto imputabile anche a loro che indossano la minigonna? Per me sì ma, indipendentemente da questo, la questione reale è un’altra: non è il caso di vestire gonne corte, shorts e scollature in un luogo istituzionale quale la scuola perché, che ci piaccia o meno, ogni posto ha il suo dress code.

Detto questo, vi fermo subito: non appartengo a quella categoria di persone per cui la violenza sessuale è una colpa attribuibile a una donna che si veste in maniera esuberante e succinta o che ha una vita sessuale promiscua. Assolutamente no. In contesti informali, nella vita privata, per me che si vada in giro con il burka o una sorta di bikini, che si faccia sesso solo con il proprio partner o con una miriade di persone, non fa alcuna differenza sul piano personale ed è giusto e comprensibile che ognuno si comporti secondo il proprio personale sentire; del resto, si dice ognuno sia fautore del proprio destino, ma per esserlo fino in fondo occorre agire pensando, e non essere agiti dalle proprie pulsioni irriflesse. E ciò vale, indifferentemente, per donne e uomini. Eppure, da qui a sostenere che debba essere liberalizzato senza clausole il modo di vestire in classe, ne passa di acqua sotto i ponti.

Quando vado in un ufficio pubblico, mi aspetto di trovare persone che si vestano rispettando gli standard minimi di quel luogo. Per questo, un impiegato di banca con la camicia sbottonata fino alla cassa toracica e il costume hawaiano mi farebbe quanto meno dubitare della sua professionalità e intelligenza. A maggior ragione a scuola, posto deputato alla conoscenza e all’apprendere, si deve fare esperienza in primo luogo del fatto che nella vita esistono dei limiti; non tutto è concesso, altrimenti la situazione umana non sarebbe un fatto culturale e l’uomo non farebbe parte di una società che, come tale, impone delle restrizioni alla libertà individuale.

Con ciò, non voglio asserire che una persona debba essere giudicata dalla maniera in cui appare, dal modo in cui si veste, ma che ci sono contesti in cui esagerare è lecito e altri in cui non lo è, semplicemente.

Chi parla in questo modo, di solito, è tacciato di essere una persona superficiale, conservatrice, benpensante, esattamente il contrario di quanto credo di essere. Io vesto spesso in maniera provocante, soprattutto quando vado per locali; mi piace essere esosa e non ne faccio un mistero. Ma immagino che se dovessi presentarmi a una classe di ragazzi del liceo, eviterei di farlo, molto banale, come non lo facevo quando andavo in ufficio, in Università, piuttosto che.

Allora chiediamoci quanto rispetto meritino le persone che urlano alla misoginia nelle scuole senza alcuna minaccia reale, mascherando la voglia di far breccia negli occhi degli altri con un fatto grave che in realtà non sussiste.

Chiara Zanetti

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