Non Di Solo Covid Si Muore, Il Destino Dei Malati Che Non Fanno Notizia

Non Di Solo Covid Si Muore, Il Destino Dei Malati Che Non Fanno Notizia

Morire di altre malattie in tempi di Covid. Nel nome del virus, troppi malati vengono declassati alla serie B.

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Interventi chirurgici saltati, visite di controllo rimandate, attività ambulatoriali annullate, malati lasciati a sé stessi, carenza di diagnosi e cure. Una vera e propria apocalisse quella che si è abbattuta su coloro che già combattono quotidianamente la battaglia più difficile di tutte, quella per la vita. In Italia aumentano i decessi dovuti al ritardo o, addirittura, alla mancanza di cure a causa del Covid. Da tempo ormai si sta verificando una inammissibile, inaccettabile, intollerabile situazione che declassa le persone colpite da gravi patologie a malati di serie “B”, a ruoli minori, da protagonisti a semplici comparse di una pellicola horror, insomma, con tutte le implicazioni e le conseguenze del caso: aggravamento dello stato di salute e, nei casi più grave, il decesso. La vergogna nella vergogna è che tutto questo passa sempre più spesso nel silenzio mediatico, nell’oblio dell’indifferenza generalizzata e, quel che è peggio, nell’accettazione generalizzata. Si accetta ciò che fino ad un anno fa nessuno avrebbe accettato, ciò che solo fino ad un anno fa sarebbe stato giustamente, pesantemente e socialmente condannato e sanzionato. E invece no, nel nome del Covid, si sta pericolosamente imparando ad accettare tutto, anche di tralasciare le cure di malati gravi, rischiando di far morire anche chi il Covid non ce l’ha. L’allarme è stato lanciato già durante il primo lockdown da oncologi e cardiologi che, si sono trovati dinanzi al disastroso quadro di dover recuperare circa 3milioni di visite cardiologiche saltate su 18 milioni previste, come confermato dalla Società italiana di Cardiologia, mentre l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) parla di 1,4milioni di esami di screening saltati. Cifre astronomiche, impensabili appunto. Il problema risiede nel fatto che negli ospedali si riconvertono reparti per dedicarli ai pazienti Covid e si sposta il personale che prima era dedicato ad altri pazienti. Giordano Beretta, presidente dell’Aiom spiega che è necessario che le Asl attivino percorsi dedicati in modo che i pazienti possano andare a fare gli screening. “Ci si dimentica che i morti di cancro sono molti di più dei morti di Covid” – afferma Beretta. I numeri indicati dall’Aiom sono da brivido: 30% in meno per le prime visite oncologiche, 2.099 nuove diagnosi di tumore al seno non diagnosticate in tempo così come 4mila adenomi avanzati del colon retto. Il fatto che ci siano meno diagnosi ed interventi non significa che le persone si ammalano meno di tumore ma che il cancro viene scoperto in ritardo e curato di meno. “Si sta sottovalutando il fatto che arrivare tardi ad una diagnosi di tumore significa compromettere la possibilità di guarigione” – conclude il presidente dell’Aiom. Nel corso di questo catastrofico 2020, l’associazione “Codice viola”, impegnata da anni nel migliorare la sopravvivenza e la qualità della vita nei pazienti malati di adenocarcinoma del pancreas, ha condotto un questionario su un campione di circa 500 malati di cancro. Tra questi, l’81% dei pazienti si sono visti cancellare visite ed annullare terapie ed interventi senza che, peraltro, gli venissero poste delle alternative. La situazione è addirittura peggiore per i malati di malattie cardiovascolari: dall’inizio della pandemia, infatti, la mortalità per infarto è quasi triplicata, e, alla luce di questi fatti, se non si verranno presi adeguati provvedimenti, la mortalità per infarto potrebbe superare quella associata alla pandemia. Molti non sono andati in ospedale per timore di contrarre il Covid e perché è stata fatta una campagna per evitare il sovraffollamento degli ospedali, ma qui entra in gioco anche il buon senso: un conto è correre al pronto soccorso per una caviglia slogata, altro è andare urgentemente in ospedale se si è in fibrillazione cardiaca. È di pochi giorni fa l’appello lanciato dalla Foce, la Federazione degli oncologi, cardiologi e ematologi: “Denunciamo la gravissima situazione che si sta determinando negli ospedali del nostro Paese a danno dei pazienti cardiologici a causa della pandemia. Dalla Lombardia alla Sicilia vengono ridotti i posti letto cardiologici per fare posto ai pazienti Covid, addirittura vengono chiuse intere unità di terapia intensiva cardiologica (Utic) e convertite in terapie intensive per pazienti Covid. L’intasamento dei Pronto Soccorso e i percorsi promiscui in questi servizi di pronto intervento, che provocano i contagi del personale medico ed infermieristico, stanno inoltre determinando la paralisi delle attività di importanti hub cardiologici. Non possiamo permettere che si protragga questa situazione, il rischio concreto è di avere nelle prossime settimane più morti per infarto che per Covid perché le patologie cardiovascolari sono tempo-dipendenti”. Uno studio della Società Italiana di Cardiologia, condotto durante il lockdwn in 54 ospedali italiani, ha confrontato la mortalità dei pazienti ricoverati nelle Unità di Terapia Intensiva Coronarica confrontandola con quella dello stesso periodo del 2019. Lo studio ha mostrato come nel marzo 2020 si è registrata una mortalità tre volte superiore rispetto all’anno precedente. “Un aumento dovuto nella maggior parte dei casi a un infarto non trattato o trattato tardivamente – spiega Ciro Indolfi, Vicepresidente Foce e Presidente Sic - la tempestività dell’intervento può fare la differenza fra la vita e la morte. Ogni 10 minuti di ritardo nella diagnosi e nel trattamento di un infarto miocardico grave, la mortalità aumenta del 3% e un intervento successivo ai 90 minuti dall’esordio dei sintomi può addirittura quadruplicare la mortalità. Non possiamo permettere il depotenziamento delle cardiologie ed è necessario ri-organizzare negli ospedali percorsi ad hoc per i pazienti cardiopatici acuti che dal territorio si ricoverano in urgenza”. Preoccupazione espressa anche da Francesco Cognetti, Presidente di Foce: “Noi siamo i medici che curano e seguono ogni giorno gli undici milioni di cittadini in Italia colpiti da patologie oncologiche, cardiologiche e ematologiche. Ne conosciamo le necessità, i bisogni e le problematicità. Abbiamo il dovere di proteggerli e di garantire loro la continuità dell’assistenza di diagnosi e cura, che per queste persone è cruciale e di primaria importanza. Siamo le antenne sul territorio che possono cogliere e denunciare le criticità a loro danno. E assistiamo con grande preoccupazione alla sottrazione di chances di cura, che rischia di vanificare vent’anni di progressi nella riduzione della mortalità. Chiediamo al Governo di stilare atti formali di indirizzo e coordinamento, per porre un argine a questa situazione”. E per gli sfortunati malati di malattie degenerative? Lo scenario è da incubo, un vero e proprio film dell’orrore. Ivan Cottini, un ballerino marchigiano malato di sclerosi multipla, ha lanciato ad ottobre un video messaggio al Premier Conte dopo la chiusura di palestre, teatri e scuole di danza che è diventato subito virale: “Signor Conte mi richiude tutto nuovamente (le palestre, le piscine e le scuole di danza) proprio ora che iniziavamo piano piano a convivere con il virus e ad alzare lentamente la testa. Dopo 4 mesi senza fisioterapia domiciliare, iniziavo a preparami ora per il prossimo Festival di Sanremo – spiega Ivan Cottini – Attraverso la danza riesco a combattere questa malattia che vorrebbe tanto tenermi seduto. Signor Conte, non immagina quanto è difficile essere malati in questo momento: voglio vedere se lei riesce a prenotare una visita specialistica oppure andare in ospedale a fare un esame perché vedrà come sono lunghe le liste d’attesa e i punti interrogativi. Purtroppo, ora, sembra che noi malati siamo diventati di serie B: 150 morti al giorno spaventano tantissimo, però ci sono quasi 2000 morti al giorno per altre malattie. Non dimenticatevi di noi. Riapra, siamo bravi e rispettiamo qualsiasi prescrizione e attenzione che lei ci ha fatto. Ci faccia danzare, ci faccia ascoltare la musica, ci manca tutto tantissimo questo”. Stessa imbarazzante e tragica situazione per i malati di diabete - “abbiamo bisogno soprattutto di recuperare quelle persone che non si sono curate in questo periodo e che non intendono curarsi perché continuano ad avere paura dell’epidemia, o hanno una minore consapevolezza della malattia” – afferma Rita Lidia Stara del Comitato Diabete Italia e referente del progetto ‘La Settimana del Diabete’. Se questo è stato il trattamento riservato ai malati gravi, le persone che necessitano di cure ma non sono in pericolo di vita sono state letteralmente dimenticate. Coloro che necessitano di svolgere attività ortopediche per patologie croniche, ad esempio, hanno dovuto praticamente dire addio ai trattamenti comunque fondamentali per il percorso di cura della malattia: artrosi, ricostruzioni di legamenti, sono state rinviate mentre, per fortuna, è stato assicurato il trattamento di patologie come fratture o lussazioni. L’inaccettabilità dell’attuale situazione produce ancora più rabbia quando si apprende di visite condotte su “wathsapp”, esami analizzati e letti esclusivamente via mail, cure somministrate via web. E per gli anziani che non sono così tecnologici? Sacrificati sull’altare del Covid. Accade così che ad alcune anime più sfortunate, sia toccato addirittura perdere la vita in attesa. In attesa di una visita, di un tampone, di un ricovero. Morire perché si attende il proprio turno e quando arriva, spesso, è troppo tardi. C’è quindi chi non ce l’ha fatta, come il papà di Doriana, una trentottenne di Novara, originaria di Reggio Calabria che ha sfogato il suo dolore sui social e, ad aprile 2020, in una intervista su una testata giornalistica. Doriana racconta così il calvario del padre che domenica 29 marzo accusa un leggero malessere ai polmoni e viene portato al Pronto Soccorso presso il GOM di Reggio Calabria. Appurato l’affaticamento polmonare e pensando che fosse affetto da Covid, i medici effettuano il tampone. Doriana racconta che “non aveva nessun sintomo correlato a tale patologia. Niente febbre, niente tosse, niente stato influenzale. Ma gli è stato fatto comunque il tampone ed aspettavano l’esito. Mio padre comunicava attraverso il cellulare con mia madre e mia sorella spiegando ogni singolo dettaglio. L’unico esame fatto è stato il tampone, nessun’altro esame diagnostico che potesse escludere qualche altra patologia”. Il padre rimane in attesa dei risultati del tampone e, in via precauzionale, viene trattenuto una notte in ospedale come da protocollo. La mattina seguente il padre di Doriana inizia ad avere delle complicazioni e muore poco dopo. Il padre di Doriana era poi risultato negativo al tampone del coronavirus: “Diciannove ore dopo la presumibile diagnosi di Covid, mio padre moriva per emorragia data dalla lacerazione dell’aorta femorale che ha provocato lentamente un’emorragia polmonare senza scampo. Potevano salvarlo se fosse stato preso in tempo. Il destino di mio padre si è ridotto in ore perse ad aspettare l’esito di un tampone risultato negativo solo dopo la sua morte. So che non posso fare niente – conclude amareggiata la donna - come milioni di figli che perdono i loro genitori al sud. Chiedo solo di sapere la verità per mio padre, vittima indiretta del Covid, e per tutti noi figli vittime di un sistema ingiusto”. Uno dei tanti casi. Aprile 2020, Stefano Ghini, farmacista sessantenne di Rovigo, muore per un infarto mentre attendeva di essere ricoverato in ospedale. Ghini era stato ricoverato già a febbraio all’ospedale di Rovigo per uno scompenso cardiaco e a metà mese è stato dimesso. Insieme alla moglie Cinzia decidono di chiedere un altro consulto al centro Monzino di Milano dove un dottore avrebbe voluto ricoverarlo il 5 marzo ma non lo ha potuto fare a causa del “blocco stabilito per i casi ordinari" a seguito all’emergenza Coronavirus. L’uomo deve quindi attendere ma il 14 aprile muore di infarto. Un mese e quattro giorni dopo l’ospedale telefona a Stefano Ghini per il ricovero, ma ormai è troppo tardi, l’uomo è inevitabilmente deceduto. La moglie Cinzia, dottoressa all’ospedale di Rovigo, sfoga così il suo dolore all’Ansa: "Nessuno può sapere se mio marito sarebbe morto comunque, ma è certo che la sua patologia sarebbe stata scoperta e sarebbe stato ben curato. È uno dei tantissimi pazienti morti per colpa del Covid, ma il nostro dovere è attrezzarci al meglio ed evitare che si possa morire così. La sanità italiana è un'eccellenza nel mondo, riusciamo a fare cose straordinarie ma non è organizzata bene l'ordinarietà: si dovrebbe potere essere curati anche in caso di pandemie. Sarebbe stato necessario - conclude - avere i Pronto Soccorso separati per Covid e sale operatorie adeguate". Agosto 2020, Salvatore Manca, sessantunenne di Sassari muore in attesa del tampone senza essere soccorso. Il 21 agosto Salvatore avverte dolori fortissimi al petto e viene portato in ambulanza a Olbia dove muore poco dopo per dissezione dell'aorta. I familiari hanno presentato un esposto alla Procura che ha aperto un’indagine in merito. Dai tabulati del telefono di Manca sta emergendo che l’uomo avrebbe passato ben 17 ore in una stanza isolata dell’ospedale Giovanni Paolo II senza ricevere alcuna assistenza. L’uomo chiedeva di chiamare i carabinieri. Una richiesta rimasta inascoltata. Manca è deceduto in attesa di un tampone senza essere soccorso. Questi sono solo alcuni casi e, in questa sede sarebbe purtroppo impossibile dare voce a tutti, a tutti coloro che non sono stati curati, a tutti coloro che sono morti in attesa di qualcosa. Alcuni “fortunati”, si sono salvato ma hanno subito o continuano a subire ritardi inaccettabili e pericoloso disinteresse generalizzato. G. G., 87 anni, originario di Torino ma residente nel Lazio, ha iniziato il suo calvario a Gennaio 2020. Un malore la sera del 23 gennaio, si pensa ad un’ischemia e da qui un primo ricovero. Il Covid è alle porte ma ancora non se ne parla. Un ulteriore malore durante la prima notte di ricovero ed il paziente viene trasferito d’urgenza dall’ospedale Policlinico Gemelli di Roma all’Aurelio Hospital senza che vengano avvisati i familiari. Pochi giorni dopo l’anziano, già cardiopatico, viene dimesso nonostante continui ad accusare dolori e problemi di sanguinamento. L’uomo chiede ed ottiene un consulto privato e viene prenotato un ricovero per fine febbraio nella struttura Icot di Latina. Arriva il Covid ed il ricovero viene annullato e spostato a giugno 2020, ma i dolori, il malessere ed il sanguinamento proseguono. A giugno viene diagnosticato, con circa sei mesi di ritardo e dopo innumerevoli analisi, un adenocarcinoma maligno al duodeno. A Luglio G. G. viene nuovamente ricoverato al Policlinico Gemelli e dimesso dopo pochi giorni con conferma della diagnosi e offerta di assistenza domiciliare. Il male intanto avanza. L’unica salvezza rimane un intervento di resezione intestinale. L’uomo non si arrende e a settembre 2020 chiede ed ottiene una pre-ospedalizzazione presso lo stesso Gemelli per procedere all’intervento. Gli esami per arrivare al ricovero iniziano il 4 settembre ma non vengono svolti nel giro di pochi giorni come di norma avviene, bensì nell’arco di un mese. Il 4 ottobre l’uomo è ancora in fase di pre-ospedalizzazione. Decide allora di cambiare struttura e si rivolge al San Carlo di Nancy dove effettua una prima visita privatamente e poi viene inserito in SSN. Qui vengono effettuate tutte le analisi e viene ricoverato nel giro di pochi giorni, l’intervento viene fissato per il 26 ottobre ma, poco prima di entrare in sala operatoria, una ultima consulenza cardiologica vieta di intervenire e l’uomo viene dimesso il giorno successivo. Decide di tornare al Policlinico Gemelli, dove, dopo aver terminato alcuni esami viene finalmente operato il 6 novembre con esito positivo. Un uomo “fortunato”, che è sopravvissuto nonostante le attese, il ritardo nella diagnosi, gli innumerevoli tamponi effettuati. Persone messe in disparte, abbandonate a sé stesse, che rischiano sulla propria pelle, che lottano con tutte le loro forze per vivere. Casi molto lontani dal clamore mediatico al quale siamo ormai tristemente e follemente abituati. “Durante il lockdown sentivo un indurimento del seno – racconta C.M. - A maggio ho iniziato i controlli. Solo privati, facendo la tigre e muovendomi tra Roma e Milano. Gli screening pubblici erano posticipati a mesi e quindi ho dovuto fare tutto in privato spostandomi settimanalmente. La diagnosi è stata atroce: tumore recidivo al seno. Ad agosto ho iniziato la chemioterapia. Se non avessi avuto un'assicurazione sanitaria non sarei qui a raccontarla. Attualmente sono in isolamento per deficit immunitario già da più di un mese, sola, io e la malattia, sto facendo uno sforzo enorme per mantenere la serenità perché anche quando sto bene questo virus non mi permette di vedere e stare con gli amici. Se non paghi non hai nulla di veloce. Ho fatto un “mammotone” (un sistema per biopsia che utilizza una sonda assistita da un computer) e i miei vetrini sono stati analizzati 3 volte per verificare l’effettiva aggressività. Muoversi in velocità è stato fondamentale. Il lockdown ha ritardato il mio screening annuale e ho dovuto prendere la malattia in ritardo e ora prego che vada tutto bene. Faccio terapia in privato per non avere problemi e per stare in sicurezza. Sarò operata dopo gennaio. Tutto questo lo sto vivendo da sola perché a causa del virus non mi è concesso di essere accompagnata, così come vivo da sola ogni brutta notizia che ricevo, senza un familiare che possa starmi accanto e dividere con me il peso nel momento in cui ti dicono che stai male ... Dei medici che ho incontrato posso solo parlare bene, dal mio medico di base al direttore di senologia dello Ieo, l’Istituto Europeo di Oncologia, sono andati oltre nella disponibilità proprio perché un tumore non può essere trascurato per via del Covid.” E questa è un ulteriore differenza: coloro che possono permettersi cure private, dando fondo ai risparmi di una vita o pagando cifre astronomiche per le assicurazioni sanitarie, riescono a curarsi in tempi più o meno adeguati, per tutti gli altri il nulla. Rimane la speranza di non morire e basta. Duro quanto incisivo è, in tal senso, l’appello lanciato da Matteo Bassetti, professore ordinario di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Genova e direttore della Clinica malattie infettive dell’ospedale Policlinico San Martino di Genova, che durante la puntata di “Non è l’Arena” andata in onda su La7 il 4 ottobre 2020 ha sottolineato le differenze di trattamento tra i pazienti con il Covid e gli altri. “Qualcuno ha detto ‘Io vorrei avere il Covid’ – ha detto Bassetti in diretta televisiva – perché così hai un letto immediato in ospedale e assistenza intensiva. Questa è la realtà dei fatti, oggi noi siamo di fronte a malati di Serie A, cioè quelli che hanno il Covid, e i malati di Serie B, che sono gli altri di cui nessuno si preoccupa. Non possiamo ripetere questo errore: non possiamo più permetterci di bloccare le liste d’attesa e di stoppare degli esami. Questo fa parte della convivenza con il virus”. In Italia, così come nel resto del mondo, non si muore di solo Covid, le altre patologie uccidono come e più di prima, anche se non fanno notizia.

Di Erika Gottardi

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