Fur Free Friday: La Vera Eleganza Non è Mai Sporca Di Sangue

Fur Free Friday: La Vera Eleganza Non è Mai Sporca Di Sangue

All’indomani del Fur-Free Friday e a pochi giorni dalla mattanza dei visoni in Danimarca è necessario riflettere sull’importanza degli acquisti cruelty free

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Questo dannato 2020 si avvia finalmente verso la conclusione ma gli avvenimenti orribili che lo hanno contraddistinto proseguono il loro calamitoso percorso fino al termine dell’anno, come un fiume in piena che non lascia scampo. La strage dei diciassette milioni di visoni sembra essere il macabro “coronamento” di quest’annata a dir poco demoniaca. All’indomani della mattanza poi, fa ancora più rabbia assistere alle lacrime della premier socialdemocratica Mette Fredriksen, che si è messa a piangere dinanzi ai giornalisti mentre ammetteva gli errori fatti. Non piangeva per i diciassette milioni di innocenti massacrati, no. Piangeva perché, come si legge in una nota Agi: “eseguita la sentenza capitale collettiva, il governo si è accorto che la legge non la consentiva. […] Per metterci una pezza, si è pensato di far approvare alla svelta una leggina apposita e sanare l’illegalità stabilendo, ex post, il divieto di allevamento di visoni in Danimarca fino al 2022. Senonché, è saltato fuori che già da settembre il ministro dell’Agricoltura Mogens Jensen era informato dell’impossibilità giuridica di ordinare l’abbattimento dell’intera popolazione di visoni. Conseguenti dimissioni di Jensen, che però – si è saputo – aveva fatto presente il problema legale alla premier, la quale, ciò nonostante, aveva deciso di tirare dritto, con l’unica cautela di comunicarlo con una lettera al Parlamento. La Fredriksen piangeva. Avvolta nel suo cappuccio con bordo di pelliccia, lei piangeva. La Fredriksen ha dato ordine di abbattere diciassette milioni di visoni, di uccidere diciassette milioni di innocenti e piangeva. È difficile comprendere se queste lacrime fanno più rabbia o nausea. In Italia ogni qualvolta si è assistito ad un politico che piangeva, in genere, dopo si trattava di contare i danni per i cittadini, in questo caso per diciassette milioni di creature innocenti, di vite spezzate. Colpevoli di cosa? Di non essere più “adatti” ad essere macellati per adornare coloro che ancora incrementano il mercato delle pellicce. Eppure, non siamo negli anni ‘70, oggi c’è conoscenza, informazione, consapevolezza, sensibilità ma soprattutto c’è la possibilità di poter acquistare capi sintetici, ugualmente belli ed eleganti senza necessità di uccidere nessuno. La nostra vanità non può e non deve passare attraverso la morte. Non più. È anacronistico, fuori luogo, fuori tempo, immorale, vergognoso, inutilmente dispendioso, fuori moda, di cattivo gusto e mancante di buon senso. Oggi il concetto di eleganza è cambiato e la pelliccia è finalmente diventata eticamente e socialmente inaccettabile. La grande mattanza dei visoni in Danimarca si poteva evitare. Dipende anche da noi: sarebbe sufficiente alimentare il mercato della vita e non quello della morte. L’eleganza non può più passare attraverso la morte e lo shopping deve diventare un cantico alla vita e all’amore verso il creato. Questo è il messaggio che è necessario interiorizzare attraverso il Fur-Free Friday. Non solo una giornata di manifestazioni e “shopping”, non solo un mero appuntamento di carattere celebrativo ma un momento di reale riflessione, uno spartiacque tra un prima ed un dopo, un “non lo sapevo” ed una, oggi facile, acquisizione delle informazioni, della consapevolezza, della coscienza. Era il 1986 quando la Last Chance for Animals (LCA), organizzazione animalista no profit, ha lanciato la prima giornata mondiale del Fur Free Friday a Los Angeles in California. La giornata coincide con il venerdì dopo il Ringraziamento, il ben noto Black Friday dedicato allo shopping, e vuole sensibilizzare sulle agghiaccianti torture inflitte a milioni di animali che vengono macellati ogni anno per amore della moda. Da allora, la protesta pacifica è diventata una tradizione nazionale non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. una protesta che oggi, nel 2020, assume un significato ancora più importante: alla luce della tragedia pandemica, alla luce del vergognoso sterminio di innocenti di cui si è macchiata la Danimarca, alla luce delle sofferenze indicibili a cui vengono sottoposti gli animali da pelliccia negli allevamenti intensivi e, non per ultimo, alla luce degli enormi rischi sanitari a cui va incontro la società a causa di questa barbara consuetudine, è realmente da irresponsabili proseguire con l’utilizzo di pellicce. Come si suole dire: errare è umano perseverare è diabolico. “L’elenco delle aziende moda fur-free potrebbe essere molto più lungo se non fosse per la ‘Irresponsabilità Sociale d’Impresa’ di tutte quelle aziende, anche italiane, che anche durante la pandemia di Covid e nonostante il loro impegno a supporto del sistema sanitario (con contributi economici e forniture di mascherine e camici) ancora oggi continuano ad utilizzare pellicce animali alimentando una industria che, come da evidenze scientifiche, ha di fatto un ruolo attivo nella possibile ulteriore diffusione del coronavirus, date le infezioni dilaganti tra gli allevamenti europei di visoni” – ha dichiarato Simone Pavesi, Responsabile LAV, Area Moda Animal Free in una nota stampa diffusa dalla LAV. “L’unica moda veramente etica, sostenibile, e quindi anche lontana da zoonosi e pandemie, - prosegue Pavesi - è quella che non fa ricorso a produzioni animali, a prescindere che si tratti di animali appositamente allevati o catturati in natura. Ogni filiera animale implica esternalità negative che non riguardano solo gli animali direttamente coinvolti (ai quali nessuna certificazione “responsabile” potrà mai assicurare una vita naturale per qualità e durata), ma che anzi possono avere un impatto diretto anche sulla salute pubblica globale. Ci aspettiamo pertanto un maggiore senso di responsabilità da parte delle aziende moda che tanto pubblicizzano il loro impegno nella Sostenibilità”. Il valore delle vendite in Italia dei prodotti di pellicceria si è più che dimezzato negli ultimi 10 anni in un inesorabile trend negativo. Il settore è passato dagli oltre 1,6 miliardi di euro del 2006 agli 0,8 del 2018.” Un trend in discesa che testimonia l’acquisizione non solo di sensibilità ma anche e soprattutto di responsabilità da parte di produttori e consumatori. La LAV prosegue nella nota stampa ricordando in questa giornata “i milioni di animali che soffrono e muoiono ogni anno per la discutibile ‘moda’ della pelliccia” e diffonde i dati del declino di questo mercato: “il settore ‘della pelliccia’ registra sistematicamente un trend negativo delle vendite in tutti i canali distributivi (specialisti di pellicceria, negozi moda, grande distribuzione ed e-commerce) con un valore del consumo retail (in Italia) che è passato da 1,6 miliardi di euro nel 2006 a poco più di 800 milioni di euro nel 2018. Un cambiamento sociale che è stato fatto proprio da centinaia di aziende moda, lungimiranti e più attente all’impatto delle proprie produzioni, che, nel tempo, hanno raggiunto il traguardo di una definitiva scelta fur-free, come (per citarne alcune tra le italiane e in diverse fasce di mercato dall’abbigliamento bimbo al lusso, allo sportivo): Armani, Chicco, Elisabetta Franchi, Furla, Geox, Gucci, Intersport Italia, Martino Midali, Miniconf (iDo,Sarabanda, Dodipetto), Moschino, O bag, Napapijri, OVS, Prada Group (Prada, Miu Miu, Car Shoe, Church’s), Save the Duck, Versace e molte altre anche nel settore dell’e-commerce, come il colosso YNAP.”

Pochi giorni fa diciassette milioni di visoni sono stati inutilmente ed ingiustamente giustiziati, si poteva evitare? Si, sarebbe bastato dire addio definitivamente alla pelliccia. L’industria dell’abbigliamento offre oggi eccellenti soluzioni alternative, ugualmente eleganti, raffinate e calde che non impattano sull’ambiente. La pelliccia è un indumento facilmente sostituibile e si può essere eleganti senza contribuire allo sterminio di milioni di animali da pelliccia. Si, perché in questo mercato della morte non sono coinvolti solo i piccoli visoni ma anche volpi, cani, procioni, conigli, ermellini, volpi, zibellini, gatti e molti altri ancora e se il trend della pelliccia di visone o volpe è in declino, quello degli inserti, ben camuffati, è pericolosamente in ascesa: sono infatti ancora 15 milioni gli animali selvatici e 40 milioni da allevamento che ogni anno vengono scuoiati per il loro manto per produrre cappucci, polsini, borse, sciarpe e altro. Insomma, l’industria della morte si maschera dietro una parvenza d’innocenza che in realtà nasconde la stessa identica sofferenza e produce capi di abbigliamento che, spesso finiscono negli armadi anche di ignari animalisti animati dalle migliori intenzioni. Diventa quindi di fondamentale importanza imparare a riconoscere l’autenticità della pelliccia e leggere le etichette prima di procedere ad un incauto acquisto. Informarsi, conoscere, apprendere significa poter scegliere. Il sistema di etichettatura dei capi, infatti, è spesso fuorviante e inattendibile. È bene sapere però che “i capi confezionati con la pelle di cane possono essere venduti come gae-wolf, sobaki, e Asian jackal, oltre a molti altri. Mentre le pellicce di gatto, sotto altri pseudomini, che comprendono: wildcat, goyangi e katzenfelle. I Francesi usano il termine Douges de Chineoppure Loup d'Asie per indicare le pellicce di cane” (Fonte Lav).

Cosa c’è realmente dietro ad una pelliccia? “Chi era” il capo di abbigliamento prima di divenire tale? Gli animali destinati al mercato della pelliccia sono catturati o fatti nascere in cattività negli allevamenti. Fatti nascere per essere uccisi, vivono la loro breve vita reclusi in gabbie anguste per far risparmiare spazio all’allevatore ed impedirgli il movimento che potrebbe rovinare la pelliccia. Nelle gabbie non possono toccare la terra con le zampe, né immergersi nell’acqua, le condizioni di vita sono a dir poco terrificanti, talmente tanto atroci che spesso gli animali arrivano a tentare il suicidio, si procurano ferite, automutilazioni ed uccidono i loro cuccioli. Vengono sistematicamente esposti al freddo senza riparo in modo che le loro pellicce diventino più folte, le volpi vengono “ingrassate” a dismisura e fino ad impedirne i movimenti per aumentarne il manto. Hanno problemi oculari, ferite, lesioni alle zampe e alle orecchie. La loro uccisione implica di dover salvaguardare la pelliccia, quindi accade spesso che vengano scuoiati mentre sono ancora coscienti. La morte è una liberazione ma, purtroppo, non è indolore, anzi, tutt’altro. Esistono vari metodi utilizzati negli allevamenti per uccidere gli animali da pelliccia: un autentico elenco degli orrori che potrebbe essere ideato e pensato solo da una mente malata. L’elettrocuzione con conseguente arresto cardiaco: mediante due elettrodi metallici, uno nell’ano ed uno in bocca, viene inflitta all’animale una scossa elettrica di circa 200 volt. L’arresto cardiaco sopraggiunge dopo atroci sofferenze. Per asfissia: gli animali vengono introdotti in una sorta di “camera a gas” che sprigiona monossido o biossido di carbonio. L’elenco degli orrori prosegue con tecniche più veloci come: colpo alla nuca, colpo sul muso, iniezioni. In Cina ed in Thailandia accade spesso che, per velocizzare la pratica, gli animali vengano sbattuti con violenza a terra e poi scuoiati ancora vivi e coscienti o sgozzati per strada mentre i gatti vengono impiccati con cappi metallici. Nel civile Canada, invece, i cuccioli di foca vengono sistematicamente massacrati a bastonate. Ecco, oggi si fa un gran parlare di agire in modo responsabile, di evitare assembramenti, indossare le mascherine, obbedire ciecamente ad ogni regola. Va bene, ma se vogliamo dimostrare un reale senso di responsabilità verso la terra che noi stessi abitiamo, se vogliamo realmente il bene e la salute sociale, non possiamo esimerci dal modificare le nostre abitudini di acquisto, soprattutto se rappresentano un male per la società, per l’ambiente e, in definitiva, un inutile massacro di innocenti. I diciassette milioni di morti in Danimarca si potevano evitare, per il futuro sarà sufficiente imparare ad essere eleganti senza contribuire allo spargimento di sangue. Coco Chanel, indiscussa icona di gusto e raffinatezza, affermava con grande cognizione di causa: “l'eleganza è ridurre il tutto alla più chic, costosa, raffinata povertà”. Mai parole furono più vere ed attuali. 

Di Erika Gottardi

Fonte Foto: Essere Animali 

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