EFFETTI COLLATERALI DEL COVID.

SAREMO DAVVERO MIGLIORI DI PRIMA?

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Tirando la linea dei conti (che spesso non tornano quasi mai) e interrogandosi su tutte le conseguenze che ha generato il Covid -19 sulle menti umane, diffidenza e perdita di capacità empatica la fanno da padrona.

Da un giorno ad un altro ci si è ritrovati catapultati in una realtà surreale, privati dei Sensi più naturali appartenenti all’Uomo.

Per lunghi mesi, l’Udito si è dovuto rieducare a suoni e rumori a cui non era più abituato. Per dirla con una figura retorica, si è vissuti in Silenzi assordanti che facevano quasi paura. Ma nello stesso momento si è stati bombardati di notizie, numeri e termini sconosciuti come Epidemia, Pandemia, Paziente zero, Lockdown, Distanziamento sociale, Curve di contagio e Immunità di gregge (giusto per citarne qualcuno).

Si è magicamente diventati tutti Medici, Virologi e Psicologi: In pochi giorni, ci si è ritrovati a prendere lauree immaginarie a cui molte persone avevano rinunciato.

Si sono indossati indumenti che non rientrano negli outfit abitudinari: mascherine, che hanno nascosto sorrisi, smorfie, parole ed emozioni. Compito arduo quello degli occhi, perfetti a trasmettere paura e diffidenza anche nei confronti delle persone più vicine affettivamente come parenti e amici.

Si sono utilizzati guanti che hanno messo una barriera naturale tra se e l’altro diventando l’unico mezzo di contatto sicuro all’interno di un supermercato e si è dovuto rinunciare a strette di mani e abbracci creando altalene continue di emozioni.

Dietro un apparente arcobaleno e un #andràtuttobene si è celata una realtà differente che ha provocato paradossi emozionali difficili da capire e da spiegare.

Tra la voglia di riprendere la normalità delle proprie vite a momenti in cui ci si sentiva comodi, sicuri, tranquilli in questo nuovo status quasi ad arrivare a credere che degli altri non se ne ha bisogno, che l’importante è curare il proprio orto, e che il piccolo mondo che conta siamo solo noi, circoscritti e chiusi nell’egoismo di noi stessi.

L’uomo però è definito da Aristotele, padre della Filosofia, come un animale sociale totalmente incapace di vivere isolato dagli altri uomini e questa necessità deriva dal semplice fatto che l’uomo al di fuori della comunità non è in grado di realizzare la sua più intima natura.

Pertanto, se è vero che dalla storia si dovrebbe imparare qualcosa, sarà possibile uscirne più forti e consapevoli che diffidenza, isolamento, distanza, non rendano le persone migliori?

Alessandra Esposito

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