Punirne Cento Per Educarne Zero

All'indomani di Inter-Napoli tanta indignazione sui social. Ma come al solito, non cambierà nulla

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"Dalla partita si torna senza voce, non senza vita". E' lo slogan più gettonato dai social in queste ore immediatamente successive a quanto accaduto a San Siro. Sul quale non occorre, anche perché chi scrive non era presente, come la maggior parte di coloro che hanno subito sfoderato la spada social per poter incidere le loro iniziali sulla valanga di retorica che sta venendo scaricata a badilate sul web. Lo hanno chiamato "boxing day", il turno di campionato del 26 dicembre, solo perché appunto si gioca di Santo Stefano ed è una pura scopiazzatura del sistema britannico. Che, come sempre, ha partorito colpi di scena e spettacolo: il Liverpool ha travolto il Newcastle, il City ha perso ancora a Leicester ed è stato scavalcato dal Tottenham. Qualche disilluso ancora pensa che i ritmi e la cornice del calcio italiano siano vicini alle peculiarità inglesi, ma il decesso del tifoso dell'Inter negli scontri di martedì sera si inserisce nel contesto di un sistema italiano che rispetto a quello inglese non si avvicina nemmeno per sbaglio.

Intendiamoci, si fosse giocato anche a Pasqua o alla festa della mamma, la sostanza sarebbe cambiata poco. Chi scrive ha vissuto lo stadio quasi ogni domenica. Venendo controllato col metal detector, perquisito fino al collo (una volta a Genova dovetti togliermi anche le scarpe), pagando di tasca mia abbonamenti e biglietti e vivendo sempre in trasferta, poiché la mia squadra è in una città diversa dalla mia. Ho vissuto dunque il calcio e il tifo da dentro, e spesso chi parla di questo cose non lo fa che dal divano di casa. C'era un tempo in cui difendevo le curve, rivendicavo e rivendico ancora i miei diritti di tifoso, ora c'è un altro tempo in cui, col passare degli anni, ci si rende conto di come il movimento nato alla fine degli anni Sessanta dentro un grande tumulto giovanile di rivolta, non sia che ormai marcito e totalmente eclissato dietro alla logica del tutto è concesso e a connivenze e stretti legami con la malavita. Esistono ragazzi e giovani che si rimboccano le mani e tifano sul serio, con vigore ma correttezza, seppur lontanissimi dalla generazione che aveva portato avanti il movimento. La violenza c'era, certo, ma era come circoscritta tra pari e nei limiti della lealtà. Si faceva di molto peggio ma gli stadi erano pieni e il calcio ancora un rito e non un intrattenimento.

Oggi tutto è cambiato ma è anche vero che, al netto di quanto accaduto a Milano, gli stadi sono luoghi ben più sicuri di un tempo. Certamente più svuotati di un tempo:  Marco Bellinazzo, giornalista del Sole 24 ore, sul suo profilo Facebook, ha specificato che la media spettatori anche in questo giorno di Santo Stefano in cui la serie A tornava a giocare dopo cinquant'anni, si sia attestata sulle solite 25.000 presenze, a fronte delle 36.000 della Premier League. Dove oltre allo spettacolo, come detto, esistono regole. Pochi giorni fa mi è capitato di assistere a Watford-Manchester City: tifo, calore, passione, ma anche i pullman delle squadre in mezzo ai tifosi, senza alcun problema. Le birre bevute nell'antistadio e nel pub di fronte all'impianto, e nessuno che sia entrato alticcio o con la voglia di far baracca. Insomma, e qui andiamo al secondo punto, il malato non è solo il tifo da stadio ma l'intero sistema. Della grande indignazione del giorno dopo, resta un quesito: come mai non scalpitare così anche per i bilanci delle squadre italiane, perennemente in perdita, ma che non impediscono alle stesse di iscriversi sempre al campionato? Perché non protestare contro la giustizia sportiva, totalmente inattendibile in Italia? Minacce di retrocessioni con punti di penalizzazione che si trasformano in multe o ammende. Tarallucci e vino invece del pugno di ferro, ma ancor più importante sarebbe educare dal basso.

L'intero movimento calcistico italiano è marcio da tempo, con procuratori famelici e misteriosi milionari cinesi non ben identificati che forse servono ad altri scopi, se mai un giorno verrà appurato. Gravina che dichiara in giugno che "la serie C ha solo 60 milioni di disavanzo totale", e viene fatto presidente della FIGC, Tavecchio che si pente di non aver dato due milioni a Conte per poterselo tenere evitando il disastro Tavecchio. Pezze e toppe che non fanno altro che rendere tutto ancor più difficile. Anche nel tifo e soprattutto nel razzismo: proprio l'ex presidente federale si inabissò nella gaffe delle banane e di Optì Pobà. In un paese alla deriva culturale e sociale, con i valori ormai gettati alle ortiche e dove pare che tutto sia permesso e lecito, con l'avallo pieno dei social network che sono divenuti la nuova piazza, indietro non si tornerà. Verranno fischiati altri giocatori di colore, si dirà che bisogna chiudere le curve e giocare a porte chiuse, ma non si capisce che così facendo si danneggia soprattutto chi va allo stadio, e sono la stragrande maggioranza, per tifare e divertirsi. Anche sfottere, se necessario, ma senza ulteriori cattive intenzioni. L'Italia è in un vicolo cieco, ma non abbiamo bisogno di moralizzatori o sentenze trancianti, bensì di un piano ben strutturato che parta dal basso: scuole, famiglie, educazione civica, meno nozioni e più insegnamenti di vita. Discorsi fatti e rifatti. Ma che finiranno nel pattume. Come un 26 dicembre che non è somigliato per nulla a quelli inglesi. Il boxing day, per favore, lasciatelo dov'è.

Stefano Ravaglia 

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