Elisa Di Eusanio - Intervista Di Alessia De Antoniis

Elisa Di Eusanio - Intervista Di Alessia De Antoniis

Al teatro Argot Studio dal 26 al 29 settembre con Neve di Carta, la storia di un amore sano ammalato da una società di malelingue.

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Neve di Carta è una storia poetica e drammatica che fa luce su un sistema sociale fondato sull'esclusione e sulla paura del diverso.
È una struggente ballata scritta in versi da Letizia Russo, tra due contadini abruzzesi del ‘900, Gemma e Bernardino. La storia di Gemma, una ragazza sterile e troppo esuberante e vitale per la madre di Bernardino, che convince questo suo figlio, troppo debole e insicuro, a rinchiuderla in manicomio. È la storia, una delle tante, di una giovane donna internata perché amava la vita e voleva viverla, perché voleva semplicemente amare, con l'unica colpa di essere donna in un mondo maschile. Un mondo maschile perpetrato innanzitutto dalle donne.

Gemma e Bernardino sono, al teatro Argot dal 26 al 29 settembre, Elisa Di Eusanio e Andrea Lolli, diretti dalla stessa Di Eusanio e da Daniele Muratore.

Attrice giovane e versatile, teramana, Elisa porta in scena un pezzo della sua terra, attraverso il materiale riemerso dal dimenticatoio degli archivi del manicomio sant'Antonio Abate di Teramo, un cimitero per vivi dove seppellire “pazzi mentali” e “pazzi morali”, dove dimenticare chi voleva solo vivere.

È lei che ci ha aperto le porte di questo inferno che, cambiando forma, potrebbe non aver cambiato sostanza.

Elisa, che formazione artistica hai avuto?

Sono nata in un utero artistico, perché mia mamma era una ballerina, coreografa e insegnante di teatro-danza. Aveva una scuola a Teramo che ha formato generazioni di ragazze. Ho iniziato fin da piccola a fare saggi di danza, avvicinandomi poi al musical e al teatro-danza: è stata poi una scelta naturale fare il provino all'accademia Silvio D'Amico, dove ho acquisito la mia formazione teatrale. Da lì è iniziata la mia avventura, recitando in teatro con Carlo Giuffrè e vincendo il premio Randone a diciannove anni. Grandi palchi con Giuffré in Miseria e Nobiltà, teatro di prosa, off, commedia, e nel 2008 è arrivato anche il cinema con Come tu mi vuoi e una serie di altre esperienze. Nel corso degli anni ho comunque continuato a studiare, perché questo è un mestiere dove non bisogna mai smettere di imparare. Ho fatto tanti laboratori: con Valerio Binasco, Augusti Humet, Andrea Baracco.

Nel tuo passato c'è tua madre. Spesso le donne non sentono il legame con le donne che le hanno precedute. I libri di storia raccontano quasi sempre storie di uomini. È innegabile che viviamo in un mondo che parla una lingua maschile, che noi donne abbiamo adottato. Nel tuo ambiente, molte donne recitano, sceneggiano, dirigono, eppure non mi capita quasi mai di sentir citare donne nel percorso formativo di giovani attori o attrici. Perché? E perché spesso molte storie di donne sono scritte da uomini?

È innegabile che sia così, è sempre stato così: il teatro nasce per gli uomini, le donne sono sempre state escluse. Se io ripenso all'accademia, al mio percorso di studi, era governato per lo più da figure maschili, come i registi con cui ho lavorato. Negli ultimi anni, fortunatamente, le cose stanno cambiando, però è innegabile che l'imprinting che abbiamo avuto è maschile. Mi sento fortunata in questo, perché pur avendo perso mia mamma a soli vent'anni, ritengo di aver avuto un imprinting uterino, femminino, perché lei è stata una presenza travolgente nella mia vita, che ha dominato sempre nell'orizzonte dei miei punti di riferimento. Però, se parliamo di cultura, purtroppo è così: noi siamo ancora penalizzate. Ma stiamo facendo un grande lavoro e le cose stanno cambiando. Anche noi attrici stiamo trovando un percorso più solido e sereno, stanno emergendo registe donne, stiamo uscendo dagli stereotipi. La nostra cultura è maschilista, ma è innegabile che nel mondo dell'arte ci siano state figure eccezionali, come Shakespeare, che aveva un'enorme componente femminile: perché l'artista è vero quando è contaminato sia dal mondo femminile che dal mondo maschile.

Quale personaggio ti ha maggiormente costretta a scavare dentro di te? Ce n'è uno che ti ha fatto conoscere una Elisa che non immaginavi esistesse?

Diversi. Ho lavorato molto, soprattutto in teatro, nel grottesco, nella caratterizzazione estrema, tanto è vero che ho interpretato anche personaggi maschili, dove mi sono trasfigurata nel vero senso del termine; quello è sempre un lavoro di estrema ricerca e di coraggio perché corri il rischio di esporti al ridicolo, quindi bisogna stare attenti. Ma se mi parli di canali più intimi, delicati, mi viene in mente uno spettacolo con Andrea Baracco che si chiama Elisa Cruz, scritto per me da Vincenzo Manna, dove, per la prima volta, mi sono trovata a contatto con un esserino nudo e fragile, una bambina costretta a prostituirsi in un mondo quasi apocalittico. Mentre fino a quel momento le maschere grottesche che avevo spesso indossato mi avevano protetta, nascosta, lì io ho dovuto aprire dei canali molto delicati, mettermi a nudo, ed è stato tremendo perché ho provato un'emozione devastante che non avevo mai provato: ma per me è stato uno spartiacque, perché ho capito che mi interessa fare quel tipo di percorso, mettermi più a nudo. Neve di carta è il risultato di questo iter, perché forse mai come in questa pièce, mi offro nuda agli occhi di chi mi guarda. È un percorso che, partito da Elisa Cruz, è passato attraverso Tragic Acid, un lavoro sulle donne tragiche, che mi ha consentito di arrivare a Neve di carta, dove ho veramente capito dove voglio muovermi e cosa voglio fare, cosa voglio raccontare.

Tragic Acid vede in scena tre figure della tragedia greca: Medea, che impersona la vendetta femminile, Cassandra una martire, e Clitemnestra, che rappresenta il rancore femminile che scaturisce dalla gelosia. Tre donne vittime di soprusi da parte del maschio dominante, il cui comportamento si allontana dallo stereotipo della donna fragile e modesta e che non si limitano a subire. Non trovi tuttavia che contribuiscano a diffondere una visione maschilista delle donne, soprattutto Medea e Clitemnestra? Come le porti in scena?

Qui è sempre molto delicato il confronto. Quando ho affrontato queste donne non mi sono posta il problema dell'universo femminista-maschilista. Ho cercato semplicemente di entrare nella pancia di queste donne. Il lavoro che abbiamo cercato di fare è stato quello di umanizzarle il più possibile e di essere nel qui ed ora del loro tempo. Certo, tra queste donne l'unica martire è Cassandra, quella che, non a caso, era la più grottesca delle tre. Le altre due sono due caratteri femminili forti, due donne che agiscono e attuano la loro vendetta, sono donne che non subiscono il maschio. Sono fuori dagli stereotipi. Medea uccide addirittura i propri figli e Clitemnestra va alla fonte del problema uccidendo l'uomo che l'ha fatta soffrire. Credo sia più Medea che resta vittima di una rappresentazione maschilista. Clitemnestra credo vada contro il sistema maschilista, perché compie una vendetta lucida, decisa. E comunque dove c'è vendetta si perde sempre. Il percorso è cercare di ragionare in termini di libertà, essere persone libere e quindi allontanarsi da questo giudizio. Oggi abbiamo gli strumenti per poter combattere, tutti noi. Gli strumenti per poter lottare per poter essere liberi dai pregiudizi. Fa ancora comodo parlare di femminismo, di maschilismo, mentre abbiamo tutte le carte per poter migliorare. A volte temo che attaccarsi ancora a questi concetti siano degli alibi. Indubbiamente, c'è un percorso da affrontare e bisogna parlarne, però oggi abbiamo la possibilità di far sentire la nostra voce.

Ammalò di testa è il libro di Annacarla Valeriano dal quale trae spunto Neve di carta: racconta le storie, a lungo secretate, di internati nel manicomio di Teramo, reduci dalla Prima Guerra Mondiale, donne rinchiuse in manicomio, demonizzate e umiliate perché non sottostavano alla morale dell'epoca. Che taglio avete dato alla trasposizione teatrale?

L'ultima cosa che avrei voluto fare era fare uno spettacolo denuncia, documentaristico e stereotipato. Avrei potuto tranquillamente prendere le lettere meravigliose che sono state scritte dagli internati, che ho visionato personalmente, facendone un reading. Ma non mi interessava. Racconto storie e mi interessa, a teatro, ascoltare delle storie. Mi sono chiesta come fosse possibile raccontare una storia e, dentro questa storia, raccontare un tema così importante. Da sola non ce l'avrei mai fatta e ho proposto il lavoro a Letizia Russo, una drammaturga sensibile e feroce, che ha raccontato una storia d'amore tragicissima: l'infelice storia d'amore tra due contadini dei primi del Novecento, Gemma e Bernardino, è diventata l'espediente per raccontare il dramma del manicomio di Teramo. Credo che in questo modo il pubblico si coinvolga ancora di più, perché è partecipe innanzitutto di una storia. Se la denuncia arriva secca, plateale, senza un mondo, un contesto, rischia di diventare un po' sterile. Invece, al centro di tutto ci sono le vicende di due esseri umani, grazie alle quali raccontiamo una problematica attualissima, quella dell'isolamento attraverso il giudizio.

Molte di queste donne venivano maledette, come si dice comunemente: iniziavano le ingiurie, le cosiddette malelingue, contro donne che avevano delle manifestazioni particolari, delle indoli più libere, dei caratteri irrequieti, volevano fare l'amore, non si volevano sposare, oppure come nel caso di Gemma, erano semplicemente sterili ed esuberanti, non potevano dare figli, quindi non contribuivano al proseguimento del sistema, della prole, erano delle figure non inquadrabili, definite strane. E così la comunità interveniva piano piano, in un processo di esclusione che partiva dalla famiglia, allontanando “la pazza” dal contesto sociale perché pericolosa, facendola poi impazzire in manicomio. Questo è il percorso che mi ha fatto venire i brividi. La storia ha una collocazione spazio temporale precisa, in Abruzzo durante la prima Guerra Mondiale. Volevo raccontare la mia terra, far arrivare i colori dell'Abruzzo, gli odori, e spesso parlerò in dialetto.

Il tema che trattiamo, però, è attualissimo, perché ancora oggi le persone “strane” le isoliamo, non le com-prendiamo. Non solo le persone con disabilità, ma quelle che hanno qualcosa che sfugge, che non è ordinario, vengono isolate perché fanno paura alla massa. Pensiamo al bullismo, alle scuole, ai social: questo è l'aspetto che mi interessava. Nel manicomio di Teramo forse cinque internati su venti avevano reali problemi psichici, mentre altri, soprattutto donne, impazzivano lì dentro.

Loquace, instabile, incoerente, stravagante, capricciosa, eccitata, insolente, bugiarda, cattiva, nervosa erotica: questi sono gli aggettivi che emergono nelle diagnosi e nessuno riguarda patologie serie. Stando a questi criteri, oggi siamo tutti dei pazzi! Sono semplici caratteristiche umane. La sfida è cercare di portare il pubblico ad emozionarsi sentendo la storia d'amore tra Gemma e Bernardino, una figura che non va sottovalutata, perché è un marito che ama infinitamente la propria moglie, costretto dalla madre a rinchiudere la sua amata in manicomio solo perché sterile, mentre lui non l'avrebbe mai fatto. Lei continua a scrivere lettere a questo amato che non arriva e lui aspetterà la morte della madre per andarla a riprendere. Bernardino è un personaggio delicatissimo, che sembra il carnefice mentre è un'altra vittima.

Il mio Bernardino non poteva essere che Andrea Lolli, mio compagno sul palco e nella vita.

Il tuo lavoro si basa sulla parola e sul suo uso. Quanto è importante la questione del linguaggio nella trasmissione dei pregiudizi? Oggi le donne non vengono più rinchiuse in strutture manicomiali, ma in quante prigioni ancora oggi veniamo rinchiuse?

Ti ricordo che ci sono grandi artisti che si sono suicidati per le malelingue. La malalingua, la diceria, il pettegolezzo, hanno un potere devastante. Ci sono ragazzini che si ammazzano, per storie inventate o ingigantite sui social.Noi ci stiamo costruendo delle prigioni dentro le quali chiunque di noi può finire all'improvviso: possiamo trovare prigioni dentro casa, a scuola, dappertutto. Dovremmo essere più attenti, stare di più insieme e parlarne, soprattutto a scuola e in famiglia. Nel mio piccolo, occupandomi di arte, quello che posso fare, tra un set e l'altro, è portare in scena storie come queste. Il male lo creiamo noi. Tutto parte da ognuno di noi.

La sua esperienza con Verdone?

Meravigliosa! Lui è un signore, un gentiluomo, un artista generosissimo che potrebbe, come fanno altri, far emergere solo il suo personaggio. Invece mi ha servita come una principessa, mi ha messa nelle condizioni di dare il meglio con un'educazione e un rispetto incredibili. Voglio molto bene a Carlo Verdone e gli sono molto grata, perché in un mondo come il nostro, dove non c'è meritocrazia, dove è difficilissimo entrare, ha riconosciuto il mio talento. Ho fatto un provino, gli sono piaciuta, mi ha scelta e tutto è andato come dovrebbe andare sempre. Ha onorato il mio lavoro e quello di tutti gli altri e per questo gli sono infinitamente grata. È un grande!


Alessia de Antoniis




Neve di Carta

Teatro Argot Studio

Dal 26 al 29 settembre 2019

ore 20.30

(domenica ore 17.30)






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