EXHIBIT DEL ROMAEUROPA FESTIVAL

EXHIBIT DEL ROMAEUROPA FESTIVAL

Le opere dell’artista camerunense Pascale Marthine Tayou protagoniste al Macro Testaccio La Pelanda con un grande senso estetico che induce alla riflessione su sostenibilità ambientale, globalizzazione e immigrazione.

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Apertura di successo al Macro Testaccio per gli spazi degli “Exhibit” del Romaeuropa Festival che per la sua  34esima edizione viaggia tra riti ancestrali e cultura urbana, tra radici spezzate e migrazioni forzose, tra realismo globale e intelligenza artificiale, per sviluppare una affascinante lettura critica del nostro tempo. Ad accogliere il pubblico della serata inaugurale l’importante opera di poster art “Big Jumps” su Piazza Orazio Giustiniani che l’artista africano Pascale Marthine Tayou ha voluto regalare alla città di Roma proprio come regalo per il REf19 come testimonianza della sua estetica e della sua pratica artistica.

Entrando nel padiglione della Pelanda ci si rende conto che il lavoro sulla sezione dedicata alle arti visive è stato egregiamente coordinato da Monique Veaute che oltre all’estetica dell’evento ha curato egregiamente anche l’organizzazione. Protagonista dello spazio e dei progetti realizzati con il sostegno di Flanders State of the Art e grazie alla collaborazione con Galleria Continua, sono sempre le opere di Pascale Marthine Tayou che inizia la mostra con l’installazione “Open Wall” riempendo il Mattatoio di insegne luminose in differenti lingue accumulate in giro per il mondo. Questi segni luminosi servono all’artista camerunense per riflettere sulla dimensione istituzionale degli spazi dedicati all’arte trasformando il percorso all’interno del Mattatoio in un luogo di comunicazione e scambio culturale ma anche in una critica alla globalizzazione.

E lungo il percorso si possono ammirare anche i suoi alberi di “Arbre de vie Tayou” come simbolo della natura e della vita che si posizionano in una zona di frontiera tra l’Africa e l’Europa. Dai rami pendono piume colorate, piccoli sassi, variegati sacchetti e feticci di plastica, come residui e tracce di un’umanità che non produce solo rifiuti ma anche storie e miti. Le sculture trasparenti adornate con oggetti improbabili appaiono sospesi o adagiati fra le vasche della Pelanda inducendo il visitatore ad una ammirazione immediata ma anche a una riflessione profonda su quelli che sono i temi più di attualità come la sostenibilità ambientale, la globalizzazione e l’immigrazione. Così come a mediare tra le differenti culture che mettono a confronto uomo e natura c’è anche la serie di quadri che propongono maschere tribali in rilievo su sfondi neri macchiati di colore.

Fiore all’occhiello della mostra al Macro è la proiezione di “Staging Silence (3)” l’ultimo capitolo di una serie di film d’autore realizzati dall’artista fiammingo Hans Op de Beeck. In quarantaquattro minuti lo spettatore ha l’occasione di vivere un’esperienza sensitiva davvero unica con un viaggio onirico capace di infondere serenità. Protagoniste sono due mani maschili e due femminili che, in pieno anonimato, costruiscono e distruggono dei paesaggi assemblando piccoli oggetti di uso quotidiano. Ecco che allora si va da scene lagunari a quelle sul deserto fino a piazze che potrebbero essere in qualsiasi città rappresentando il modo in cui l’uomo, nel suo rapporto con l’architettura e la natura, umanizza lo spazio per creare significato, identità e per dialogare con il tempo. E’ incredibile considerare come quelle mani in piena simmetria possano creare dal niente una così grande magia accresciuta dalla colonna sonora composta ed eseguita dal compositore e musicista Scanner che regala allo stesso tempo malinconia, gioia ma, soprattutto emozione.

                                                                                            Rosario Schibeci 

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