RAGAZZI DI VITA UN SUCCESSO ANNUNCIATO

RAGAZZI DI VITA UN SUCCESSO ANNUNCIATO

Ottimo inizio di stagione per il Teatro Argentina che riporta in scena le storie dei protagonisti del romanzo di Pier Paolo Pasolini con la drammaturgia di Emanuele Trevi e la regia di Massimo Popolizio

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In un particolare momento dove la Capitale sembra perdere ogni giorno un tratto di fascino e di cultura, può sembrare sicuramente significativo per il Teatro Argentina aprire la stagione con “Ragazzi di vita”, lo spettacolo che il drammaturgo Emanuele Trevi ha tratto dal romanzo di uno degli esponenti più significativi di una certa romanità come Pier Paolo Pasolini. Un occhio al passato per comprendere come è stata difficile per la gioventù del sottoproletariato vivere la borgata del dopoguerra quando per refrigerarsi dal caldo non si esitava a tuffarsi nella spuma gialla del Tevere. Sicuramente quella del Teatro di Roma è una grande produzione come testimoniato dal successo di questi anni che ha portato lo spettacolo ad avere una platea sempre piena in tutti i teatri italiani in cui è stato rappresentato.

Ad aprire la scena la presenza costante di Lino Guanciale che potrebbe essere immaginato dal pubblico come l’alter ego di Pasolini che recita il suo libro. In realtà, con grande bravura nell’interpretazione e con l’alternanza della terza persona al dialogo diretto, sembra più che il racconto sia fatto da una parte integrante dello spettacolo che interagisce con gli altri attori completando e arricchendo molte volte la loro opera.

La scena è vuota e profonda eppure lo spettatore riesce a vedere i paesaggi romani degli anni 50 soprattutto quelli che ruotano intorno al fiume sovrano della città ora benevolo ora implacabile con le sue correnti. Un telo bianco che scende dall’alto si colora ogni volta contribuendo a rendere le sensazioni di una giornata di sole o di un cinema all’aperto mentre elementi mobili aiutano gli attori a portarsi da una parte all’altra del palco riuscendo perfino a rendere l’idea di una barca che solca le acque.

La grande forza dello spettacolo sono gli attori che sembrano essere usciti direttamente dalle pagine del romanzo pubblicato la prima volta nel 1955. La maggior parte si chiama per soprannome perché quello, a differenza del nome, non si dimentica facendo parte di un tratto distintivo caratteristico di ognuno. A cominciare dalla grande prova di Er Riccetto, alias Lorenzo Grilli, quasi protagonista dello spettacolo, che riesce a rappresentare quella romanità che, pur nella bruttura del periodo con tutta la sua devastazione e povertà, è sicuramente più schietta e sincera rispetto a quella che si può vivere oggi. Quel salvare una rondine dalle acque del Tevere diventa il marchio del personaggio che forse, se non fosse stato schiacciato dalla borgata, avrebbe potuto evitare quella vita fatta di furti ed espedienti.

Ma a sorprendere sul palco dell’Argentina sono stati proprio tutti con una veridicità di sicuro effetto che ha portato i ragazzi di vita ad essere soprattutto veri regalando allo spettatore non l’impressione ma la convinzione di trovarsi direttamente in quell’epoca guardandoli, magari, da Ponte Sisto o Ponte Garibaldi. Vale la pena, dunque, di nominarli tutti perché Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò, Verdiana Costanzo, Roberta Crivelli, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Michele Lisi, Pietro Masotti, Laurence Mazzoni, Paolo Minnielli, Lorenzo Parrotto, Silvia Pernarella, Elena Polic Greco, Francesco Santagada, Stefano Scialanga, Josafat Vagni, Andrea Volpetti, sono maschere perfette non solo nel linguaggio ma anche nella mimica.

E se gli attori sono grandi è perché alle spalle c’è sempre un grande regista. Massimo Popolizio, infatti, ha saputo imporre ad ogni battuta e ad ogni movimento quel fascino della memoria che il pubblico può godere senza imporsi un giudizio sulla moralità dei suoi protagonisti per cui il racconto di violenze familiari, sfollati, avanzi di galera e di miseria diventa semplicemente la storia di un’epoca per cui si può sorridere per qualche battuta o provare un grande sentimento di emozione. Proprio come capita per la scena finale con l’annegamento di Genesio nel Tevere, che Alberto Onofrietto interpreta con una dovizia di particolari che non solo fanno vedere il fiume e la sua corrente ma anche tutti i sentimenti provati dallo sfortunato ragazzo in quel momento. Una morte che forse non sarà inutile perché potrà essere motivo di redenzione per il piccolo fratello testimone dell’evento e per lo stesso Riccetto che da quel momento potrebbe prendere una strada diversa.

                                                                                               Rosario Schibeci 

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