Cartoline Da Casa Mia

In scena fino al 3 novembre all'OFF OFF Theatre, la recensione dell'UnfoldingRoma.

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L’OFF OFF Theatre rappresenta oramai un punto di riferimento per i cittadini romani che vogliono godere del piacere di assistere ad innovative o classiche rappresentazioni teatrali. Situato al centro di Roma, nella fascinosa ed elegante via Giulia, incastonato tra Piazza e Palazzo Farnese e Lungotevere dei Tebaldi, l’OFF OFF Theatre permette di abbinare una piacevole passeggiata per i vicoli di Roma dei Rioni Ponte e Regola e la visione di una pièce teatrale di sicuro successo.

Da ieri e fino al 3 novembre è in scena Cartoline da casa mia, una pièce teatrale prodotta da Alessandro Vitiello Home Gallery e scritta da Antonio Mocciola. Sul palco, il giovane Bruno Petrosino, diretto in scena da Marco Prato, interpreta Fosco, un ragazzo che si è autoesiliato nella sua camera e comunica col mondo attraverso delle cartoline, unico strumento che lo tiene ancora aggrappato al mondo e alla realtà. La situazione di Fosco è quella che in Giappone viene definita con un termine apposito ovvero Hikikomori, un fenomeno nato nel paese del Sol Levante intorno agli anni 80 e poi apparso, a partire dal 2000, anche in altri paesi industrializzati come gli Stati Uniti e l’Europa e persino in Italia.
La parola Hikikomori significa letteralmente “stare in disparte”, “isolarsi”. Tale fenomeno è stato interpretato come una sorta di ribellione da parte delle nuove generazioni giapponesi nei confronti della cultura tradizionale. Molto probabilmente si tratterebbe di una reazione alla pressione che viene esercitata sui giovani da parte della società verso il dovere e l’impegno nello studio e nel lavoro per il raggiungimento del successo personale.
Questo fenomeno colpisce soprattutto i maschi del ceto medio, di età compresa tra i 15 e i 30 anni, le femmine rappresentano solo una piccola percentuale. Vi sono anche Hikikomori di età compresa tra i 40 e 60 anni, questi risultano essere gli Hikokomori di prima generazione.
Dunque, i giovani che soffrono di questo disturbo, si isolano nella propria camera ed interrompono qualsiasi comunicazione con l’esterno, chiudendo ogni relazione sociale, anche se in molti casi viene lasciato uno spiraglio relazionale grazie alle chat e ad internet.
Ed è così che Folco, completamente nudo ed immerso in una scena nuda e spogliato di ogni cosa, è realmente e finalmente sé stesso, finalmente libero. E se le nuove generazioni riescono a lasciare uno spiraglio aperto verso il mondo esterno, grazie alle chat di internet, così Folco, con le sue cartoline, tenta di comunicare ed esprimere quella ancestrale necessità di raccontarsi, lanciando messaggi nella bottiglia in un mare di indifferenza.

Cartoline da casa mia ci porta nel mondo di Fosco e come Fosco, sono tanti i giovani che, ripudiati dal mondo e dalla nostra società, si rinchiudono tra le mura domestiche tentando di lasciar fuori tutti e tutto il resto del mondo. L’unico legame con l’esterno, oltre alle cartoline,  è il cibo che gli viene passato dai suoi genitori attraverso una fessura della porta. Il cibo, il mangiare, uno dei bisogni primari per la nostra sopravvivenza, forse l’unico bisogno che istintivamente Fosco sembri percepire come necessario e il cibo lui lo divora, lo sbrana selvaggiamente perché l’istinto di conservazione vince su tutto.
Ma Fosco è forte, nonostante quel mondo crudele che sta fuori da quella porta, che l’ha sempre rifiutato e respinto, facendolo sentire inappropriato, scomodo, inutile e diverso. Fosco è forte, perché nonostante tutto questo, egli non desidera la morte, perché nella solitudine della sua camera lui si sente libero e la libertà è vita. Dunque Fosco rifugge la morte, morte che ha visto in faccia, sul volto della nonna depressa e suicida, ma Fosco non è depresso e non ha bisogno di morire, desidera solo sentirsi parte di una società che l’ha fatto sempre sentire diverso ed inappropriato.
Antonio Mocciola osa coraggiosamente, forse troppo. Il suo testo è ricco di spunti ma è acerbo e si percepisce chiaramente la necessità di approfondire e rafforzare l’idea artistica e l’incisività della prosa. Solitario mattatore della scena è Bruno Petrosino che nudo e scarno, fragile ed etereo ci mostra come un attore si possa impadronire della scena e mostrare cosa vuol dire lavorare col corpo sul palco. La sua energia è vita: balla, urla, canta, ride, piange, cade e si rialza, rimbalza in un quadrato illuminato. In quarantacinque minuti di monologo non una esitazione, non un cedimento, solo pura energia in movimento. Lodevole ma scarna e tutta incentrata sull’azione di Bruno Petrosino, la direzione di Marco Prato.

Cartoline da casa mia è una rappresentazione che colpisce e fa pensare, si regge, tuttavia, troppo sulla solida performance del suo attore. E’ un’opera acerba che è riuscita solo in parte a sondare quel profondo e complesso fenomeno sociale e culturale rappresentato dall’Hikikomori. Nonostante ciò è un validissimo punto di partenza che spinge lo spettatore ad una profonda riflessione e ad un meditato approfondimento.

Alessio Capponi

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