Scene Da Un Matrimonio: All'Eliseo La Noia Borghese Uccide

Scene Da Un Matrimonio: All'Eliseo La Noia Borghese Uccide

Vivisezione di un matrimonio, ovvero là, dove le messe in scena della parabola matrimoniale avevano origine, molto prima dei Muccino e D’Alatri contemporanei

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Va in scena al Teatro Eliseo, dal 5 al 17 novembre, Scene da un matrimonio, tratto dal soggetto dell’eccelso film di Igmar Bergman.

L’ottanduenne Andrej Konchalovsky è un regista cinematografico amatissimo dalla critica, nominato più volte ai festival di Cannes, Venezia e Berlino, ma molte di più rispetto a quelle in cui ha ottenuto il premio.

È cresciuto nel cinema di poesia di Andrej Tarkovskij, di cui ha sceneggiato l’esordio L’infanzia di Ivan ed il successivo, capolavoro assoluto, Andrej Rublëv.

In due parole: è uno che ama le sfide.

Ed un testo come quello di Scene da un matrimonio non è altrimenti definibile che profondamente sfidante.

La messa in scena cattura.

I modi sono del teatro contemporaneo: gli attori, pienamente in ruolo, repentinamente, tra una battuta e l’altra, assumono funzione didascalica per illustrare allo spettatore luogo e tempo dell’azione, per poi riprendere fluidamente lo scambio di battute.

La scenografia è essenziale, descrittiva, e sempre contemporanea è la modalità con cui avvengono i cambi: uomini in calzamaglia nera, il classico abbigliamento da prove teatrali, a luci spente, ma a vista, apportano le modifiche funzionali ai cambi di scena.

Estremamente contemporanee sono le proiezioni di audiovisivi, che avvengono direttamente sulla scenografia che rimanda alla casa dei protagonisti, quindi su uno spazio interno alla scena. Ad essere proiettate sono le immagini della Roma anni ’60: filmati che raccontano il traffico capitolino dell’epoca, ma anche la televisione di Raffella Carrà e di Corrado: a rappresentare la freschezza e l’ingenuità dell’epoca, insomma.

Reperti televisivi proiettati sulle pareti della scenografia di una pièce teatrale: metateleteatro: multimedialità.

Sì: Konchalovsky è contemporaneo, e lo è perché questi mezzi audiovisivi, che padroneggia perfettamente, per esperienza ed ingegno, li usa conoscendone le istanze e le potenzialità.

Usa l’ambientazione della TV anni ’60 per descriverci una realtà borghese, ma non illudiamoci, non quella italiana in particolar modo.

Se trasferisce gli originali Marianne e Johan svedesi a Roma è solo per esigenze di botteghino: per rendere agli occhi dello spettatore più attraente, e foss’anche più comprensibile, il tema delle sovrastrutture borghesi e della loro forza schiacciante sulle relazioni interpersonali.

Una trovata che pertiene al sonoro è anche un leitmotiv dello spettacolo: il rumore meccanico che, sotto forma di sgasata di una vespa e rombo di un motore di una Lancia Flavia, ha sempre la funzione di riportare i due protagonista, qui rinominati Milenka e Giovanni, alla realtà. Che è o deve essere finzione nelle relazioni con l’altro: accadono questi cambi repentini sempre là dove il personaggio stava per togliersi la maschera.

E lì, il motore della Vespa, ovvero l’economia che gira, la società forgiata dalla pubblicità, riporta l’individuo alla consistenza dei rigidi ranghi entro cui si deve muovere.

La storia è apparentemente semplice: due coniugi, dopo anni di matrimonio, si ritrovano a vivere in una stagnante quotidianità, che li asfissia di una infelicità cui non riescono a dare nome, perché non riescono a decodificarla, sommersa come è da una ricca e riuscita vita borghese.

Ad ogni scena, assistiamo al ripetersi del medesimo schema: il dialogo è come in Cechov: impossibile.

I due si parlano, ma non riescono a trasmettersi niente.

E la materia dei loro giochi, è l’avvicinarsi dell’uno e lo scappare dell’altra, e viceversa; non come espressione di vero amore, ma, al negativo, paura di vedere la solitudine in cui sono già immersi.

E se spesso abbiamo letto del finale come di un happy end, che ha indotto molti a definire questo dramma “commedia”, permettiamoci di fare luce sulla completa mancanza di speranza in una relazione che si basti e che contenga le istanze profonde di due individui.

Il ritrovarsi dei due protagonisti in una condizione non più socialmente accettata di sposi, ma in quella che trasgredisce di amanti, se superficialmente potrebbe rimandare al brio che la routine matrimoniale non può che uccidere, in realtà rende palese l’incapacità di ciascuno di stare nella coppia che al momento si sceglie come parte della propria identità.

Sì: il tema, di Konchalovsky, dei grandi Russi, che siano Tarkovskij e Checov, o Dostoevskij e Gogol’, la solitudine.

Sublime la regia. Immensa  la protagonista Julia Vysotskaya. Convincente, come sempre la performance  di Federico Vanni.

Unica nota negativa: l'amarezza di dover accettare che viviamo in una città che lascia posti liberi  nel teatro che ospita, in quest'occasione, il Teatro.

Recensione di Gioia G. Di Mattia

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