LA TEMPESTA

IL TIMIDO TENTATIVO DI UNA TEMPESTA

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La tempesta di William Shakespeare è ritenuta la penultima opera della sua produzione ed è possibile considerarla come il suo testamento spirituale. Essa appartiene al gruppo dei “romances”, commedie romanzesche caratterizzate dalla rielaborazione delle tragedie e delle commedie precedenti e arricchite dalla presenza di elementi fantasiosi, fiabeschi, mitici e leggendari di varia origine, ivi compresi il folklore celtico e anglosassone e la stessa Commedia dell’Arte italiana.

Si avverte uno Shakespeare “rigenerato” delle sue precedenti opere (tra le più famose, per citarle soltanto alcune Riccardo III, Romeo e Giulietta, Re Lear, Amleto, Otello…) perché sembra voler superare i conflitti umani da distruttivi a costruttivi attraverso una chiave onirica in cui convivono bene e male, la magia bianca di Prospero, duca di Milano, e la magia nera di Calibano, mostro ripugnante schiavo di questi. Un sogno ambientato in un’isola dove si vuole, tramite “la bacchetta magica del buon Prospero”, sistemare animi e ragioni e annientare ciò che può distruggere.

Doveroso cappello introduttivo per presentare la prima di La Tempesta con la regia di Roberto Andò presso il Teatro Vascello ieri 10 Gennaio. La scenografia, firmata da Giuseppe Ciaccio, Sebastiana Di Gesù, Carlo Gillè, è molto didascalica e presenta sul proscenio quattro grandi libri che ci possono far intendere siano del drammaturgo stesso: lo fa pensare, specie, l’ultimo a sinistra che ha un teschio a lato (che sia Yorick?). Un voler evidenziare in maniera forzata che stiamo entrando in un mondo shakespeariano. Successivamente un grande telo bianco si alza portando con sé gocce d’acqua, quella stessa che bagna la superficie del palcoscenico intero del teatro per tutti i 140 minuti. A completare la scenografia ampie pareti e pertugi, tre vetrate frontali sollevate nel buio delle apparizioni, sedie e tavoli, letti ospedalieri che salgono e scendono. Tutto molto ruffiano e caotico in quanto non si capisce, nelle movenze in questo contesto poco onirico e molto troppo reale, chi faccia lo spettacolo: attore o scenografia? Per esempio il rumore continuo dei piedi nell’acqua ci riporta sempre e continuamente alla realtà, non a una dimensione altra. A interpretare Prospero è il grande attore Renato Carpentieri, immenso nel suo corpo e mimica facciale quanto affaticato nella voce e forza attoriale, quasi stanco di imporsi sul male, quasi stanco di proferire battute, nonostante continui a dedicarsi con tutte le sue carte poco in regola, come il timbro vocale. Giulia Andò, (Miranda), Filippo Luna (Ariel), Paolo Briguglia (Ferdinando), Gianni Salvo (Gonzalo, Iris), Paride Benassi (Trinculo), Francesco Villano (Stefano, Alonzo), Vincenzo Pirrotta (Calibano) mostrano tutti quanti le proprie capacità da performers in tema di voce, uso corpo, gestica: è certo. Peccato, però, che non arrivi l’interpretazione ma si fermino alla recitazione anche esageratamente forzata che va, riprendendo quanto poc’anzi scritto, più una visione di realtà che di sogno. I corpi si muovono in maniera quasi eccellente, le voci arrivano. Manca un’ ensamble tra loro, un ritmo incalzante che porti alla comprensione di un’interpretazione registica poco chiara e anzi confusa in merito al testo originale di Shakespeare.

Appare, il tutto, come un timido tentativo di volere dare luce a un’opera immensa e che, riprendendo il cappello introduttivo, di rigenerato non ha niente, ma di “umido”, stanco, che forse può rientrare anche nella riappacificazione con la propria ragione in un finale, ahimè, un po’ troppo borghese: perché un uomo per pensare deve necessariamente indossare un completo con cravatta? Perché non una tuta, un pigiama o semplicemente rimanere con i costumi iniziali? Considerazioni di chi scrive, è certo, ma che portano a porsi continue domande su ciò che da un punto di vista registico stona con quello che potrebbe essere il pensiero shakesperiano.


Maria Francesca Stancapiano

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