CHI NIENTE FU (NON DIRÀ NIENTE). QUANDO LA DRAMMATURGIA SI FA CORPO

CHI NIENTE FU (NON DIRÀ NIENTE). QUANDO LA DRAMMATURGIA SI FA CORPO

Chi niente fu (non dirà niente) Quando la drammaturgia si fa corpo

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Chi niente fu (non dirà niente)

Quando la drammaturgia si fa corpo


Il teatro di oggi offre una vastità di spettacoli sotto forma di monologhi. Il più delle volte c’è una forte necessità di raccontare dei malesseri di una società e, di conseguenza, di mettere sotto luce ciò che non va partendo da un “io” ferito, troppo forte ancora da risolvere, troppo intricato in dubbi amletici che nessuna psicologia o sociologia o ascolto è riuscito a sciogliere. Siamo ancora dentro il gambo di un imbuto da cui non riusciamo a uscirne.

Un’altra dimostrazione di questo malessere è stata messa in scena dal 31 Gennaio al 3 Febbraio presso Teatrosophia (via della Vetrina, 7, Roma). La compagnia Ragli ha presentato Chi niente fu (non dirà niente) dal testo del giovane scrittore Giuseppe Pipino, classe 1997. Sono tre solitudini che prima di questa pièce sono state rappresentate separate tra loro e tutt’e tre hanno ricevuto riconoscimenti e premi - Il testo Carmela non cammina mai scalza (estratto del testo integrale) ha vinto il premio della Giuria Popolare ne “La notte della drammaturgia contemporanea”, Festival Shakespeare is now, Teatro Ex Drogheria, Bergamo 2018.  Chi niente fu (non dirà niente), prodotto e messo in scena dalla Compagnia Ragli, ha vinto il Festival Inventaria IX (2019) nella sezione Demo, Teatro Studio Uno, Roma, 2019. Il testo, inoltre, risulta tra i finalisti del Premio Scena& Poesia 2019, sostenuto da Fondazione Cariplo e Centro Culturale Don Bernini, in collaborazione con Teatro degli Scalpellini.-.

I vari “io” che imperversano in questo spettacolo sono feriti da un’incomprensione, da un mancato ascolto, da una totale emarginazione. Sono tre figure che riecheggiano tre drammaturgie che hanno fatto la storia contemporanea: Pippo del Bono, Enzo Moscato (Il femminello di Scannasurice), Saverio la Ruina (ricordiamo la sua Dissonorata). Dalila Cozzolino osa, con grande capacità attoriale, arrivando allo spettatore, a calarsi in tre personalità che abitano lo stesso palazzo su tre corrispettivi piani altri (la struttura achitettonica, che si manifesta nell’ultima scena, potrebbe designare varie step della vita o della società!). Sono anime (vere, poi?) diverse, lontane l’uno dall’altra, ma accomunati da una solitudine violenta, che può uccidere, una solitudine che mangia se non siamo capiti, accettati, abbracciati. Carmela, la disadattata che indossa tre calzini perché ha paura di sporcarsi i piedi, ha paura, quindi, di fare troppi passi avanti, e per questo si arrende. Marino, al secondo piano, è una persona che vive in una dimensione da “carcerato”, espulso dalla propria famiglia perché “diverso” e parla con abiti femminili immaginandoli icone mediatiche e cantando canzoni popolari. Al terzo piano Elvezia, un fantasma che dal 6 marzo 1942 non vede più l’altra metà del cielo per una caduta e si immerge di ricordi in momenti di alto lirismo.

Nel complesso è un testo che prende corpo grazie all’attrice in scena. I tre disagi arrivano. I tre disagi si accomunano nel nostro “ego”. Dunque c’è una comunicazione “io” con “io”, attore e spettatore. Si attende una limatura dell’intero primo studio per poterlo comprendere meglio come spettacolo definito, e non finito.

(Foto di Luana Iorillo) 


Maria Francesca Stancapiano


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