UNA FINESTRA SULL’ARTE

UNA FINESTRA SULL’ARTE

Un parallelo fra quello che oggi vediamo dalle nostre case e lo sguardo alla finestra rappresentato dai grandi artisti, per una riflessione interiore che ci può aiutare a vivere meglio l'attuale isolamento

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In questi giorni di silenzio l’affacciarsi alla finestra può suggerire anche uno dei possibili modi di esplorare il nostro mondo interiore affidandoci a quel serbatoio prezioso e inesauribile che è la memoria. Per questo, come docente di storia dell’arte ho voluto proporre ai miei allievi una esercitazione trasversale di racconto e testimonianza della triste situazione che stiamo vivendo elaborandone un parallelo con lo sguardo dalla finestra nella rappresentazione nell’Arte.

Guardando dalla mia finestra, i ricordi sono soprattutto visivi, per cui la memoria diventa inevitabilmente una camera attraversata dalle luci e dai suoni di qualcosa che avveniva o avviene altrove, o che forse sta per avvenire guardando fuori. Proprio come la pittura riesce a essere camera di risonanza dove, sia nel chiarore che nell’oscurità, l’eco a volte precede la voce.

Per me la memoria è qualcosa di misterioso, a volte è risvegliata da un profumo o da un sapore, dal suono di una canzone o dal timbro di una voce; a volte lavora per analogia, altre volte per opposizione.

Il silenzio di questi giorni, la separazione, lo stare chiusi, appartati, richiama alla mia memoria due tipi di immagini opposte: da una parte tutte quelle che, nella pittura, appartengono al silenzio, per analogia lo rendono visibile, ne esprimono tutta la profonda inquietudine. Dall’altra parte ci sono immagini rumorose, chiassose, che mi parlano di un mondo che in questo momento mi sembra perduto, del quale avverto tutta la distanza e la nostalgia.

A volte mi chiedo se tra i parametri che usiamo per leggere un’immagine non sia possibile individuare anche una dimensione “sonora” che può essere contenuta in quella particolare opera. Così, ogni volta che osservo il celebre quadro di Renoir “Le Moulin de la Galette” mi accorgo della luce, del colore, ma anche del movimento ondeggiante, del suono in sottofondo della fisarmonica e del clarinetto di un’orchestrina, delle voci, delle risate, del tintinnio delle stoviglie e dei bicchieri.

Per un fenomeno di sinestesia vengo trasportato in quel luogo del desiderio, una sorta di Arcadia attualizzata che è in sostanza quello che gli impressionisti ci hanno proposto e che adesso ci manca. E, sempre ragionando per opposizioni, sembra quasi che in mezzo a tutto quel frastuono gioioso di balli e di risate si annidi già in nuce il silenzio lugubre e la devastazione della grande guerra.

Luca Ales

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