Il Suono Dell’assenza Come Possibile Presenza. Intervista Alla Compagnia Instabili Vaganti

Il Suono Dell’assenza Come Possibile Presenza. Intervista Alla Compagnia Instabili Vaganti

Un mese fa la compagnia Instabili Vaganti, nata da Anna Dora Adorno e Nicola Pianzola a Bologna nel 2004 si è concessa a una lunga telefonata in cui ha voluto sottolineare il “continuare a fare in un periodo di sospensione e dubbi” noti a tutti in qualsiasi settore.

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Il suono dell’assenza come possibile presenza

Intervista alla Compagnia Instabili Vaganti


Un mese fa la compagnia Instabili Vaganti, nata da Anna Dora Adorno e Nicola Pianzola a Bologna nel 2004 - con attenzione per gli aspetti visivi e interazione con nuovi media riuscendo a lavorare in site-specific e a creare un forte legame con l’ambiente circostante tanto da far riferimento alla sua identità- si è concessa a una lunga telefonata in cui ha voluto sottolineare il “continuare a fare in un periodo di sospensione e dubbi” noti a tutti in qualsiasi settore.



« È un periodo di riequilibrio »


Così ha inizio la telefonata con la compagnia Instabili vaganti. Il teatro è stato fermo per più di due mesi. Viaggiare, condizione sacra per loro, è diventato impossibile per adesso. Eppure la mente è sempre stata in fermento in accezione positiva.

È una compagnia, la loro, sempre stata attiva fin dalla nascita, pronta ad accogliere, pronta ad ascoltare, pronta al nuovo. Ed è forse questo allenamento, prima mentale e poi fisico, che li ha portati, diversamente dalla maggioranza dei teatranti oggi, a prendere la quarantena come occasione per pensare, occasione per costruire ogni giorno in una “adesso” e riprendere, in maniera edificante, i rapporti coltivati nel tempo da tutte le parti del mondo. Rapporti necessari, anche, per la loro poetica.


«Il viaggio ci è mancato, certo. La riprogrammazione, però, come la riprogettazione, il ragionare sul canto dell’assenza hanno colmato il nostro vuoto. Abbiamo preso nuovamente in mano il progetto Il rito. Stracci della memoria e ne abbiamo fatto una sessione nuova, virtuale. Certo, è una distanza dal punto di vista artistico, e ciascuno con le proprie specificità può rendere noto la possibilità di conoscere persone che, in diversi anni, hanno collaborato al progetto e a vedere cosa succede. Quello che ci gratifica è vedere come stiamo diventando sempre più grande con sempre più aspetti, anche diversi fra loro.

Tecnicamente parlando, abbiamo sentito individualmente tutti i singoli partecipanti. Tutti hanno una diversa fase del Covid nel mondo, da restrizioni diverse a blocchi sciolti e tutti, poi, hanno anche fusi orari diversi e, confessiamo, che trovare un accordo per video conferenze non è sempre facile. Il primo collegamento è stato con la ragazza cinese a Whuan: molte le emozioni perché il giorno dopo da lei avrebbero riaperto.

Dopo i vari colloqui partirà il primo meeting su una piattaforma e poi cominceremo a lavorare a distanza.


Come si evolverà il vostro studio?


« Il primo input sarà sul suono dell’assenza ogni settimana, ogni 15 giorni e produrremo dei piccoli video. Tutto verrà filmato: da inizio processo a fine per vedere se si potrà fare uno spettacolo, intesi: quando torneremo in piazza, su un palco o in uno site specific uniremo, come è nostra poetica, la dialettica video a quella del corpo attoriale dal vivo perché per noi il teatro soltanto così può essere e nel mentre, in questo periodo di stasi, indagare nuove forme espressive e includere nuovi collegamenti on line o altre simili registrate con impianto molto semplice. Alla nostra proposta tutti si sono dimostrati entusiasti e il miracolo è stato avvertire, in un momento particolare, un desiderio comune. Si è sentito il desiderio di aver bisogno di incanalare la creatività insieme in un fare corale e ha mosso un bell’impulso.



Avete parlato di suono dell’assenza. Cosa intendete?


«Il suono dell’assenza non è il silenzio ma la saturazione del ricordo.


In un momento di isolamento è normale essersi ritrovati a tornare sulle proprie evocazioni nel passato e questo può farci tenere vivi e mantenere le relazioni con i nostri aspetti. Questo ha dato il "LA” per esplorare una nuova memoria globale e collettiva e capire come varie tradizioni possano cambiare, in base anche alle condizioni politiche dei diversi paesi. Abbiamo trovato degli aspetti positivi e, adesso, tutto questo ignorare senza l’incontrollabile sarebbe da folli.

È necessario accettare e coinvolgere chi ha contribuito alla nostra crescita e forse cambieranno i linguaggi artistici: però traslato e incorporato può essere un forte incentivo. Dovrebbe aiutare a dare una scissione tra arte e intrattenimento. Per noi l’arte ha la funzione di far riflettere e poter andare avanti nella ricerca anche corale.

Maria Francesca Stancapiano  

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