CI LASCIA IL MAESTRO ENNIO MORRICONE. RIMANE LA BACCHETTA

CI LASCIA IL MAESTRO ENNIO MORRICONE. RIMANE LA BACCHETTA

Disegnava melodie, note che andavano a riempire il nero delle quinte teatrali. E non sapevamo quale fosse il magnifico spettacolo: vedere il Maestro partorire musica a ogni gesto o l’intera orchestra che lo seguiva chi muovendo un braccio su uno strumento chi soffiando in un altro.

stampa articolo Scarica pdf

RIMANE LA BACCHETTA


Troppo giovani per capirne l’austerità. Già formati per comprendere l’intensità quando guardava fissi i musicisti e, a occhi chiusi, iniziava a mulinare nel vuoto la bacchetta. Disegnava melodie, note che andavano a riempire il nero delle quinte teatrali. E non sapevamo quale fosse il magnifico spettacolo: vedere il Maestro partorire musica a ogni gesto o l’intera orchestra che lo seguiva, chi muovendo un braccio su uno strumento chi soffiando in un altro. Morricone scendeva le scale, dopo le prove, sudato ma mai stanco. C’era sempre qualcosa da modificare anche le pause, “le più importanti” ci spiegava. Eravamo giovani ragazzi che dovevano stare dietro l’aiuto dell’aiuto regia per una prima nazionale con attori di un certo calibro, con Gabriele Lavia e Mariangela Melato e, tra una prova e un’altra qualsiasi movimento, qualsiasi isterismo comportato dalla fantasia e creazione istrionica cessava con il suo arrivo. I passi felpati su una moquette rossa, la camminata sicura, gli spartiti sotto braccio e il sorriso per tutti. “Mica avete toccato la mia bacchetta?”, poi si rivolgeva verso di noi ridendo. E mentre la parentesi sul volto si allargava sempre di più, mostrava un volto complice e disteso, tranquillo ma non troppo. Si poteva percepire la sua trasformazione sul volto a una prossima creazione, quasi come fosse in perenne distrazione ma, al tempo stesso, a contatto con la realtà. Sergio Leone.

Un mito umano austero, colui che accompagnò le imprese polverose dei pistoleri di Sergio Leone e Duccio Tessari, ma seguì pure quelle dei protagonisti de I pugni in tasca (Marco Bellocchio, 1965), i sanguinosi scontri de La battaglia di Algeri (Gillo Pontecorvo, 1966) o il vagabondare di Totò in Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, 1966), dimostrandosi autore di grande talento, versatile e d'avanguardia. Tra le sue innovazioni più riconoscibili c'è l'uso della voce umana.

«La voce umana è uno dei miei strumenti preferiti perché ci arriva dal corpo senza intermediari ed è in grado di evocare tutte le emozioni e gli stati d’animo possibili. Ma per anni potei utilizzare l magnifica voce di Edda dell’Orso perché di tratta di una cantante straordinaria.» Dichiarava nel suo libro Ennio Morricone, inseguendo quel suono. La mia musica la mia vita. Conversazioni con Alessandro de Rosa (edito Mondadori). Una voce di donna (quella di Edda Dell'Orso) che accoglie l'arrivo alla stazione di Claudia Cardinale in C'era una volta il West (Sergio Leone, 1968), incalzante in Metti una sera a cena (Giuseppe Patroni Griffi, 1969), sospesa vicino all'amore impossibile tra Noodles e Deborah (C'era una volta in America, 1984), la stessa che accompagna le gesta di Bugsy (Barry Levinson, 1991). Anche se forma con Sergio Leone un fortunato sodalizio artistico, come quello fra Bernard Herrmann e Hitchcock, Nino Rota e Fellini, nel corso della sua carriera scrive musica per molti e importanti registi stranieri. Musiche oniriche, che restituiscono polvere, fumo, saluti ai treni, amori sulla spiaggia di un Lido di Venezia, primi piani di un de Niro, in c’era un Volta in America. E se certe colonne sonore non ci fossero state, quei film avrebbero avuto lo stesso impatto?

Oggi questo resta: un patrimonio immenso. Da ascoltare, riascoltare e riascoltare…

E potremmo scrivere dispiaceri su dispiaceri, perché è così, soprattutto a pensare che qualcuno quella bacchetta dovrà spostarla per metterla nella custodia, forse per sempre, forse no.

Inutile riportare di un bene utile alla nostra cultura.

Grazie Maestro



Maria Francesca Stancapiano

© Riproduzione riservata