Settimo Senso: Euridice Axen è Moana Pozzi Al Napoli Teatro Festival

Settimo Senso: Euridice Axen è Moana Pozzi Al Napoli Teatro Festival

Se tutto ciò che è porno è immorale, allora tutto ciò che è immorale è porno: la critica al moralismo di Nadia Baldi e Ruggero Cappuccio. di Alessia de Antoniis

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Teli di pizzo nero, come una notte stellata. Al centro, una stella morta che brilla ancora, una stella rossa. Nero e rosso, due colori opposti, morte e passione, i colori del diavolo (ciò che divide). Sola, al centro del palcoscenico, la stella rossa che brilla ammantata da una nuvola di tulle, è Moana Pozzi, la stella morta del porno che si chiede “Sono più morta da viva o viva da morta?”.

Moana Pozzi, la porno-diva che ha fatto parlare di sé anche in occasione della sua morte, per alcuni presunta, è la protagonista di Settimo Senso, che ha debuttato in prima assoluta al Napoli Teatro Festival. In realtà, la sua storia è solo un espediente, è quella che appare in superficie, mentre quella che emerge tra le pieghe del testo, è un'altra. Moana come porno-diva è ininfluente rispetto al suo sguardo sulla società. La sua immoralità è solo lo specchio della moralità deformata dell'essere umano.

Ricorda il pannello centrale di Tre studi per una crocifissione di Francis Bacon la scenografia ideata da Nadia Baldi, che firma anche drammaturgia e regia del testo di Ruggero Cappuccio. Ma, a differenza dei volti sfigurati di Bacon, quello scelto da Nadia Baldi è della meravigliosa e conturbante Euridice Axen, che sinuosa e voluttuosa domina la scena.

“Parlare di personaggi famosi che hanno attraversato l'immaginario erotico collettivo – spiega Nadia Baldi – è sempre delicato. Ma io ho voluto cogliere, attraverso questa strana storia di seduzione tra una porno-diva e un uomo, tutto quello che può passare come messaggio trasversale”.

La storia che cela il messaggio trasversale, è semplice: un immaginario dialogo tra una donna, forse Moana Pozzi, e un uomo che potrebbe scrivere un articolo-rivelazione sulla sua falsa morte. La trama è il gioco di una sola notte, al termine del quale lui potrà decidere se corteggiarla o tradirla con uno scoop giornalistico. Ma Cappuccio è un cultore della parola e delle sue molteplici sfaccettature e il testo diventa un gioco di scatole cinesi, dove l'eventuale tradimento sarebbe non tanto un venir meno alla fiducia data, quanto un “consegnare” ai lettori la vera storia sulla morte di Moana. Ma Moana è uno specchio che riflette il lato oscuro di chi la guarda. “Io non sono mai esistita negli occhi degli altri. Avevano già deciso cosa volevano vedere”, recita la Axen/Moana.

Nadia Baldi porta quindi in scena l’aggressione dell'individuo ad opera di chi lo giudica, di chi lo guarda. Come guarda? Con gli occhi inquinati dal pregiudizio di chi ha già deciso cosa vedere. Siamo in un gioco di specchi dove vittima e carnefice sono ruoli intercambiabili: “Sono stata una pornodiva, ma tutti quelli che mi guardavano erano porno come me”. “Se tutto ciò che è porno è immorale, allora tutto ciò che è immorale è porno”.

È qui che il testo recitato si rivela nella sua potenza: una denuncia al moralismo imperante. Pornografia non è Moana Pozzi e la condivisione del suo corpo, ma “i politici che urlano o che fanno promesse mai mantenute, le guerre spacciate per missione di pace, il capitalismo immorale, i bambini distrutti dalle bombe in Siria. È pornografico abbandonare donne sui barconi alla deriva, lasciare esseri umani morire davanti alle nostre coste.

È osceno il nodo alla cravatta di politici e dittatori”.

Settimo Senso si muove sul concetto di limite. Non indaga le cause delle deformazioni della nostra società, ne illustra con fredda e spietata lucidità gli effetti, offrendo alla vista dello spettatore la conturbante bellezza del corpo di Moana, concretizzazione di rimossi che tornano in tutta la loro brutalità.

La stessa Moana/Axen arriva a dire “La vita è una malattia mortale trasmessa per via sessuale”.

Settimo Senso è un aperto attacco a politica, televisione, media. Una critica feroce al perbenismo moralista che nega la perversione che si nasconde nell'oscura profondità dell'animo umano, che ha già emesso sentenza prima ancora che il processo inizi.

In una società dove tutti sono in maschera, Settimo Senso non allude alla realtà, ma ne coglie quel flusso sotterraneo che scorre tra il desiderio e la sua realizzazione, tra la vita e la morte, tra il sesso e il potere. All'interno di un gioco dove Moana non subisce il potere, ma lo gestisce.

Settimo Senso è infatti un meraviglioso gioco. Gioco, jeu, jolly, joke: il joker, il jolly, il giullare di corte, era l'unico che poteva permettersi di giocare con il re, di prendersi gioco del potere.

La Moana della coppia Baldi/Cappuccio si prende gioco del potere. Lo fa puntando il dito su un aspetto insidioso come la sessualità contorta, il voyerismo.

“Attraverso le parole del personaggio femminile che aprono ad una possibile analisi critica sulla pornografia – spiega la regista – tocchiamo quelli che sono i più profondi, ancestrali e arditi sensi che muovono il potere e la violenza dell'essere umano”.

Nello spazio temporale di poco più di un'ora, la Baldi porta in scena un testo in bilico tra vita e morte, tra illusione e realtà. Un tempo che scorre in fretta, un monologo che cattura l'attenzione dall'inizio alla fine e che lascia la sensazione di guardare da una falsa prospettiva un palcoscenico con una donna in una gabbia di teli e di luci. O forse la donna fasciata di tulle rosso guarda gli spettatori in una gabbia fatta di moralismi e pregiudizi. Qui la potenza del testo di Ruggero Cappuccio.


Alessia de Antoniis



DA UN RACCONTO DI RUGGERO CAPPUCCIO
DRAMMATURGIA E REGIA NADIA BALDI
CON EURIDICE AXEN
COSTUMI CARLO POGGIOLI
ADATTAMENTO E CONSULENZA MUSICALE IVO PARLATI
PROGETTO LUCI E SCENE NADIA BALDI
COPRODUZIONE KHORA.TEATRO, FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA


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