Gabriele Muccino E I Suoi Anni Più Belli

Gabriele Muccino E I Suoi Anni Più Belli

Bagno di folla per Gabriele Muccino al CineVillage dove ci spiega i suoi Anni più belli

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L’occasione è la proiezione del suo ultimo film Gli Anni più belli, dal destino alquanto raro nella storia del cinema.

Esce in febbraio e subito chiudono i cinema causa lockdown; torna nelle sale a metà luglio e riesce in una caldissima sera di fine luglio al CineVillage Arena Parco Talenti a fare sold out.

Certo, ad attrarre gli spettatori c’è anche l’occasione dell’incontro condotto da Franco Montini, presidente del sindacato nazionale critici cinematografici italiani, con Gabriele Muccino, Francesco Centorame ed un Andrea Pittorino fuori programma.

Il regista ci introduce al film, presentandolo come una pellicola che racconta tante cose ma soprattutto una grande storia di amicizia.

Il cinema nasce per comunicare, raccontare, e questo è un film che racconta Roma, parte dall’81 e arriva alla Roma di oggi.

Alla domanda di tradizione sul perso dell’elemento biografico, la risposta di Muccino è:

«Quando ho iniziato a scrivere il mio film, ho capito che sarebbe stato più autentico se avessi acceduto alle mie multiple personalità: io sono un po’ tutti e quattro, sono anche lei. È questa mia personalità che mi spinge a fare film corali.

Riesco a dividere le sfaccettature che raccolgono la mia personalità in più personaggi. Questa materia viva, che è la mia esistenza, ogni volta la trasformo in un film.

Quando era impaurito di avere un figlio, scrissi L’ultimo bacio.

Quando ero alle prese con figli adolescenti ed il loro desiderio di apparire più che di essere, scrissi Ricordati di me.

A Casa tutti bene era il mio modo più protetto per raccontare l’Italia che, nei dodici anni in cui avevo vissuto in America, era cambiata, e avevo ritrovato già profondamente diversa. Per raccontare l’Italia ho narrato una famiglia disfunzionale che già conoscevo».

Il pluripremiato regista, ci racconta di ispirarsi a film come Una vista difficile di Dino Risi e C’eravamo tanto amati di Ettore Scola e di essere cresciuto con la voglia di fare film come li faceva Scola o come li dirigeva Dino Risi.

Quando vide Ladri di biciclette intuì che fosse possibile fare cinema, partendo da storie che raccontano l’individuo. Le scene d’azione possono essere, infatti, anche le nostre battaglie quotidiani interiori o in famiglia.

A Francesco Centorame, che interpreta Giulio Ristuccia, poi interpretato nella versione adulta da Piefrancesco Favino, viene chiesto se essere l’elter ego di Favino ha creato paura.

La risposta è stata affermativa: «All’inizio sì; sentivo un senso di responsabilità importante. Gabriele ha una cosa che lo contraddistingue, egli lavora di pancia io mi sono affidato totalmente a lui.

Paolo Incoronato me lo sono immaginato con una corona di alloro: Paolo nel film è un personaggio che vola».

Quando viene proposta a Gabriele Muccino l’interpretazione secondo cui il film è molto frenetico e gridato nella parte giovanile e molto malinconico nella parte finale, con una deduzione che gli anni più belli siano, quindi, quelli giovanili, il regista nega e propone il suo pensiero, secondo cui gli anni più belli sono quelli in movimento ed ogni età in movimento è età di costruzione.

«Io non sono nostalgico e ho voluto fare un film che non fosse nostalgico, perché l’avrei trovato riduttivo. Io, ad esempio, non ero felice a 16 anni; le età sono vissute in maniera così personale.

Ogni scelta crea un bivio, invisibile al momento, ma che anni dopo capiremo che impatto ha avuto nella nostra vita».

Il film è tutto girato a Roma; è stato impegnativo cancellate la Roma attuale e la buona riuscita dell’intento è tutta da attribuire allo scenografo Tonino Zera.

Andrea Pittorino racconta che i due protagonisti maschili della fase giovanile, per immedesimarsi nei ragazzi degli anni Ottanta, hanno rinunciato a tutti i social, durante il periodo delle riprese, e si sono limitati a comunicare attraverso cellulari non smartphone,

Hanno ascoltato la musica di quegli anni e si sono così immersi in quell’atmosfera.

Anche Francesco Centorame ha vissuto positivamente il fatto di non avere lo smartphone e si è ritrovato con tantissimo tempo, tempo per pensare, per avere fame, come il mio personaggio Giulio.

La conclusione la lasciamo alle parole del regista, che davvero meritano: «Ogni film che faccio, lo faccio pensando che sia l’ultimo film, quindi cerco di metterci dentro tutto quello che posso, perché sia il massimo che io ho fatto come regista del mio tempo.

Ed ogni film è un po’ un miracolo.

Perché anche se sulla pagina è ben scritto, può comunque venire un brutto film, per una serie di motivazioni, tra le più svariate: se gli attori non hanno una buona chimica; se accadono degli eventi imponderabili…

Il film non ti appartiene più da quando viene proiettato la prima volta: da allora è del pubblico e solo di questo.

Io non posseggo neanche una copia dei miei film, perché non voglio riguardarli ed averli paura di non aver fatto bene.

Voglio essere un eterno esordiente».

Gabriele Muccino sarà ricordato per i nostri anni come Scola per i suoi?

Non possiamo azzardare in questa sede… ma possiamo ammettere che ce ne siano degli indizi.

Vi rimandiamo, nel mentre, alla recensione del film, qui già pubblicata in occasione del suo ritorno in sala.

Articolo di Gioia G. Di Mattia

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