Se Non Ha Costo Non Ha Valore. La Nuova Bufera Sui Volontari FAI Delle Giornate D’autunno

Se Non Ha Costo Non Ha Valore. La Nuova Bufera Sui Volontari FAI Delle Giornate D’autunno

Accade che i professionisti della cultura - intendendo con questo archeologi, storici, storici dell’arte, antropologi, esperti di comunicazione e promozione dei BBCC etc.- si trovino continuamente a combattere con un sistema che li mette in secondo piano

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La Costituzione della Repubblica Italiana recita all’Art. 1: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. All’articolo 4 ribadisce: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Garzanti linguistica definisce: Lavoro 1) impiego di energia volto a uno scopo determinato 2) occupazione retribuita; esercizio di un mestiere, di una professione, di un’arte.Date le premesse, ci si aspetta che chi ha delle competenze possa metterle a frutto guadagnandosi così di che vivere onestamente, esercitando il diritto-dovere di contribuire al progresso materiale del Paese.Invece no.

Accade che i professionisti della cultura - intendendo con questo archeologi, storici, storici dell’arte, antropologi, esperti di comunicazione e promozione dei BBCC etc.- si trovino continuamente a combattere con un sistema che li mette in secondo piano, non ne riconosce le competenze professionali e – se pure si rivolge e a loro – lo fa “a costo zero”, cioè su base di puro volontariato non retribuito.

Facciamo un esempio recentissimo: lo scorso 11 settembre il FAI – Fondo Ambiente Italiano - pubblica un annuncio sui social in cui si reclutano volontari per le giornate d’autunno, che quest’anno saranno raddoppiate nei due fine settimana del 17-18 e 24-25 ottobre. Per volontari si intende ovviamente anziani pensionati, che mettano a disposizione il proprio tempo come attività socialmente utile, o giovani che vogliano accumulare crediti formativi. IL FAI offre un servizio importante ai cittadini, proponendo alla visita anche luoghi normalmente inaccessibili: scriviamo anche a ragion veduta, perché da un lato diversi di questi luoghi sarebbero comunemente visitabili, anche se i cittadini non lo sanno, dall’altro non tutti sono aperti ai non soci FAI [1]. Però nell’annus horribilis della pandemia, in cui i professionisti della cultura e del turismo sono rimasti completamente senza lavoro, utilizzare personale volontario – leggi “gratuito” – è veramente un insulto alle migliaia di persone in Italia che si trovano in gravissime difficoltà. Nel giro di brevissimo tempo sotto al post del FAI sono stati pubblicati oltre 350 commenti di protesta, tanto che il FAI lo ha cancellato il 15 settembre.

Tutti gli screen shot si trovano però sul sito web di Mi Riconosci – sono un professionista dei Beni Culturali a questo link: https://www.miriconosci.it/fai-cerca-volontari-ma-riceve-insulti/

Il FAI non è nuovo alle polemiche: già nel 2017 Andrea Carandini, Presidente del FAI, scrisse un editoriale dichiarando che i volontari sono migliori dei professionisti perché si prestano per amore e non per mestiere. Queste affermazioni sono gravissime perché instillano nel cittadino l’idea che la cultura sia un fattore accessorio, un hobby, che chiunque possa promulgarla e raccontarla, spalancando la porta alla già scarsa considerazione che di noi si ha all’estero ad esempio a proposito delle guide turistiche, la cui abilitazione è continuamente svalutata dall’infinito abusivismo che prolifera nelle nostre città d’arte. Eppure, il professionista è qualcuno che ha dedicato anche decenni della propria vita allo studio e all’approfondimento e, soprattutto in un Paese come l’Italia, non vedrà mai realmente ripagato tutto il tempo amorevolmente impiegato per propria formazione e l’aggiornamento costante.

D’altra parte, nell’Articolo 8 del Decreto cultura (D.L. 83/2014) voluto da Franceschini si intende «"… l'occupazione presso gli istituti e i luoghi della cultura di appartenenza pubblica" attraverso rapporti di lavoro a tempo determinato, accessibili a professionisti al massimo quarantenni” […] l'utilizzo di duemila giovani del Servizio Civile Nazionale e dei mille giovani tirocinanti del Fondo "1000 giovani per la cultura"»[2] . In sostanza il DL ha legittimato in toto l’uso del volontariato nei luoghi della cultura, con migliaia di persone che si prestano nella speranza che questa attività “un giorno” possa diventare un vero lavoro.

Abbiamo intervistato Daniela Pietrangelo, attivista di Mi riconosci: se le premesse della situazione sono da ricercare nella Legge Ronchey del 1993, il DL 2017 ha fatto sì che attualmente ci si trovi con una media di 67 volontari per ogni dipendente dei luoghi della cultura. Due sono le considerazioni: nel nostro Paese manca personale e, seppure voi pagate un biglietto per accedere a un sito di interesse culturale, la maggior parte del personale che vedete nelle sale o sotto il sole non è pagato, si trova lì gratuitamente e certo non possiamo pretendere da queste persone chissà quali competenze.

Il FAI non è il solo ente a muoversi così: se esso chiede per ogni visitatore una donazione volontaria di minimo 3 Euro, il Touring Club Italiano gestisce con i volontari luoghi come il Palazzo del Quirinale. Fu il Presidente Napolitano a volerlo “casa di tutti i cittadini”, ma la visita accompagnata si svolge con volontari del TCI, prepagando un biglietto che – secondo i casi e i percorsi – va da un minimo di 1,50 a un massimo di 10 Euro a persona. Per esperienza personale ante-Covid sappiamo che all’inizio di ogni tour si era accolti da un responsabile del TCI che ripete la solita storia “noi siamo migliori perché lavoriamo gratis”, come se i cittadini presenti, abbastanza indignati, non ricordassero di aver dovuto versare online la cifra per l’ingresso.

In un periodo come questo i grandi enti come FAI e TCI avrebbero potuto dare un segnale forte, chiedendo ai cittadini qualche euro in più per l’accesso contribuendo così a pagare il lavoro dei professionisti, coinvolgendo il pubblico nel superamento di una crisi del mondo della cultura come non se n’erano viste in precedenza. È vero che il FAI destina una parte del denaro raccolto alla tutela e al restauro di singoli selezionati luoghi, ma è anche vero che potrebbe fare lo stesso sostenendo prima di tutto le persone che la cultura la costruiscono, donando migliaia di ore della propria vita allo studio sul campo per accrescere la tutela che, non dimentichiamolo mai, si può fondare solo sulla conoscenza.

Circola in rete una storiella su Picasso, non sappiamo quando attendibile, ma certamente gustosa ed esemplare. Si racconta che l’artista stava disegnando in un parco quando fu riconosciuto da una donna.“Sei proprio tu, Picasso! Il grande artista! Oh, devi assolutamente disegnare un mio ritratto! Insisto!”Così Picasso accettò di disegnare la donna. Dopo averla studiato per alcuni secondi, utilizzò un singolo tratto di matita per creare il suo ritratto e, fatto ciò, porse alla donna il suo lavoro.

“È assolutamente perfetto!” disse lei con enfasi. “Sei riuscito a catturare tutta la mia essenza con un solo, singolo tratto, in un solo momento. Grazie mille! Quanto ti devo?”“Cinque milioni di franchi” replicò l’artista.“Ma, come?” farfugliò la donna. “Come puoi chiedermi così tanti soldi per questo disegno? Ci hai messo solo qualche secondo per farlo!”Al ché Picasso rispose: “Madame, in verità ci ho messo l’intera vita a farlo.”Riflettiamo molto bene, perché viviamo in un mondo in cui qualcosa che non ha costo non ha alcun valore, ma le conseguenze di questa politica sono un costo per l’intero Paese. (p.f.)

[1] Un approfondimento qui: https://emergenzacultura.org/2018/03/20/federico-giannini-la-triste-realta-dietro-le-giornate-fai-di-primavera-quello-che-le-celebrazioni-non-dicono/

[2] Giannandrea Eroli - La Riforma del MIBACT e il Decreto Cultura: alcune considerazioni sugli effetti diretti ed indiretti dei provvedimenti sugli istituti culturali e sulle biblioteche in particolare «Bibliotime», anno XVIII, numero 1 (marzo 2015)

Di Penelope Filacchione

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