Gabriele Lavia Al TeatroBasilica - Di Alessia De Antoniis

Gabriele Lavia Al TeatroBasilica - Di Alessia De Antoniis

Il sogno di un uomo ridicolo ha riportato Lavia in teatro con un suo amore di gioventù: Fëdor Dostoevskij.

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Come definire l'evento del 13 ottobre al teatro Basilica di Gabriele Lavia se non un dono? Un dono raro: una data unica; un dono prezioso: una recitazione finemente cesellata.

“Mi perseguita da quando ho diciotto anni e a quasi ottanta ancora mi perseguita. Spero sarà così anche quando ne avrò centottanta. Questo è il potere di Dostoevskij”, scherza Gabriele Lavia sul palco del TeatroBasilica.

In tanti anni, Lavia ha portato in scena questo testo tante volte, in modi diversi, con scenografie diverse.

Stavolta non c'è più nessun altro: solo lui. Nient'altro: solo una sedia. Nessun abito di scena: solo una grisaglia fumo di Londra e una maglietta nera. Nessun trucco, nessuna maschera: solo un magistrale Gabriele Lavia e uno dei più grandi testi scritti da Dostoevskij: Il sogno di un uomo ridicolo.

Sotto le antiche volte a crociera del Teatro Basilica, la voce di Gabriele Lavia risuona diventando essa stessa corpo, mentre la sua gestualità diventa scenografia. Con il suo solo muoversi riempie lo spazio scenico, lo delimita, lo gestisce. Anche solo con il tremolio del piede.

Ogni ruga del volto, ogni passo, ogni gesto, ogni respiro, ogni sospiro o cambio di tono muove la scena. Finanche lo sguardo, perché quella luce negli occhi che si accende, brilla, si affievolisce, scompare del tutto, dando fisicità agli stessi pensieri, diventa l'astro che guida lo spettatore nella notte buia della mente di un nichilista, un aspirante suicida, un uomo chiuso in se stesso al quale tutto è indifferente. A tanto arriva la maestria di Lavia che, col passare dei minuti, scivola sempre più nel personaggio: un uomo ridicolo che chiamano pazzo; un uomo triste perché conosce la verità - Oh, come è duro essere il solo a conoscere la verità! Ma questo, loro, non lo capiranno. No, non lo capiranno.

Lavia crea movimento anche solo con le movenze delle mani e quella candela, che viene accesa, che si consuma, non serve averla in scena: basta seguire i movimenti delle sue dita, guidati dal suono della sua voce modulata che si fa essa stessa fiamma tremula.

A quasi 80 anni Lavia compie una prova attoriale intensa e faticosa, che mette a dura prova soprattutto la memoria. Eppure sembra non fare fatica alcuna, come se non recitasse Dostoevskij, ma parlasse al suo posto, desse voce ai suoi pensieri.

L'evento al Teatro Basilica è stata una grande opportunità, in un momento di profonda crisi e difficoltà, per assistere, in assoluta sicurezza, a quel grande modo di fare teatro che troppo spesso diventa posticcio, eccessivamente impostato, innaturale, ma che in Lavia è arte: l'antica arte del teatro.

In scena, tra le antiche mura del Teatro Basilica, c'era solo Gabriele Lavia. Fëdor Dostoevskij.


Alessia de Antoniis


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