Venere In Pelliccia. La Riflessione Sul Doppio

Venere In Pelliccia. La Riflessione Sul Doppio

Venere in pelliccia, film diretto da Roman Polanski nel 2013, tratto dall'omonimo romanzo erotico di Leopold von Sacher-Masochn. Ne segue una riflessione

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Cosa è la perfezione? Molto probabilmente avere il coraggio di cogliere una verità e darne forma, coraggio e respiro. Audacia nel tempo. Accettare il gioco delle parti e che questo sia mutevole nel tempo.

Venere in pelliccia, film diretto da Roman Polanski nel 2013, tratto dall'omonimo romanzo erotico di Leopold von Sacher-Masochn, ne è la prova. Il gioco dell’attore con il regista si scambia in continuazione in un rapporto di bisogno, di necessità l’uno dell’altro: il regista non può mettere in scena la propria pièce senza l’attore (di cui fin dalla prima scena ne dichiara l’urgenza); l’attore non può sussistere senza un regista (almeno fino a un certo momento storico in cui questi stesso vuole essere regista, ma comunque rimane schiavo di se stesso). È un continuo del “viceversa”. Tutto è evidente fin dall’inizio: i dettagli che all’inizio possono stonare o risultare poco percepibili. Come nel teatro, però, niente avviene per caso. Per esempio il tatuaggio che l’attrice ha sull’avambraccio: è chiaramente il bracciale da schiava (ma nono tutti sanno che paradossalmente è anche simbolo di potere! I bracciali, anticamente, avevano un significato politico e religioso e venivano realizzati con ossa, pietre, legno, pelle, fibre vegetali e bronzo. La loro evoluzione si integra alla storia dell’uomo che a seconda delle epoche ha forgiato, con materiali diversi e sempre più preziosi, oggetti di straordinaria bellezza). Qui è un tatuaggio, dunque un perenne ricordo di ciò che una donna (e qui passiamo anche al genere!) e attrice è: serva e padrona. Ancora: il collare con gancio che fino a metà film lei indossa al collo fino poi a farlo indossare alla controparte, il regista (?). È di nuovo scambio dei ruoli. Lui, inizialmente, indossa un cappotto nero che imparerà a togliere nel corso del film. Cappotto: battere l’avversario. Ricordiamoci chi sono stati i primi a indossarli, i militari nel 1700 e poi i francesi all’interno delle corti.

Insomma: già i due sono chiaramente vittime e carnefici l’uno dell’altra, passandosi la palla dei ruoli in maniera amabile e ritmica sapendo, fin dall’inizio che di gioco non si tratterà ( e forse lo sa anche il fruitore). La fine di certo deve ribaltare una convinzione lunga un’ora. Il colpo di scena deve necessariamente esserci in quanto il regista vuole parlare (e questa volta chiaramente, dopo il dialogo nel gioco tra analista- lei-e paziente -lui- come a sfottò dell’intera analisi), svelare il proprio “ego”, il proprio fallo (scena finale) nel momento in cui i due calano le maschere e la donna prenderà in mano il pieno potere anche politico sociale. Una morale che deve fare male, essere imposta, senza ulteriori rifiuti ma soltanto con lacrime e sottomissioni.

Non interessa, adesso, capire perché Polanski utilizzi il tema a lui caro della vittima e carnefice presente, andando avanti con la filmografia, anche in L’ufficiale e la spia (film del 2019 che riporta un fatto storico, quello del caso Alfred Dreyfus). Interessa il tema del doppio in senso lato.

Un film che racchiude, nel ludo del teatro (ricordiamo perché e in che contesto nasce questi, ossia politico) non soltanto il rapporto attore/regista. Bensì società, clero, regole, politica: il mondo intero dentro un contenitore tridimensionale dove gravita la perversione dell’essere umano.

La perversione, esattamente. Il gioco del potere in una società fatta di false regole che amiamo mettere in scena. I politici salgono su un podio, sotto i riflettori mediatici provando a utilizzare l’ ars oratoria (Cicerone, alla fine docet!) emulando la maestosità di un Caio Giulio Cesare ai declami di elettori, di simpatizzanti. O ancora: il potere della comunicazione nell’era dei coach digitali, come nel simpatico talk americano nato nel 1984 Ted (acronimo di Technology Entertainment Design) in cui per 18 minuti si cerca di indurre tramite messaggi ben studiati con elevata ironia ed esempi reali e umani un’alta dose di autostima e forza. La perversione di questa nuova era (perchè tale sarà ricordata "era-covid19") intrisa di saccenza mediatica, virologi ad asporto e tuttologi nelle curve epidemiologiche. La perversione a stare, appare, male. A cullarsi da un collare che stringe e stringe forte il collo. Tutto questo, è evidente, sta creando dipendenza in un periodo tragico  e non soltanto nocivo a livello di salute, ma anche psicologico.

Alla fine rimane il quesito se tutti siamo facilmente spiegabili ma restiamo inestricabili.

PerVerSione-perFeZione (?)

Maria Francesca Stancapiano 



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